Toni Turek, un dio del calcio (per caso)

 

Turek, du bist ein Teufelskerl, Turek du bist ein Fußballgott!”. “Toni sei diabolico, sei un dio del calcio”. 4 luglio 1954, stadio Wankdorf di Berna, minuto 24 della finale del Mondiale tra l’Ungheria e la Germania Ovest. L’estremo difensore tedesco devia sulla traversa con la spalla un tiro al volo dell’attaccante magiaro Nándor Hidegkuti. Herbert Zimmermann, il radiocronista della Nordwestdeutsche Rundfunk, si esalta, come molti di quelli che lo stanno ascoltando a casa. Non sa che con quell’espressione “Fußballgott”, che susciterà le perplessità perfino del presidente federale Theodor Heuss, è entrato nella storia della comunicazione sportiva, ma non solo, in Germania. L’ha fatto insieme a Turek, che di nome fa Anton, ma che tutti chiamano Turi. Da lì a un’ora e mezza il portiere, autore in quel match di un paio di altre parate monstre, diventerà infatti campione del mondo con la Nazionale guidata da Fritz Walter in campo e da Sepp Herberger in panchina. E pensare che Turek, classe 1919, in forza al Fortuna Düsseldorf, a giocarsi un titolo iridato, ci è arrivato dopo un lungo cammino. Cresciuto nel Duisburger SC 1900, a 17 anni è già in prima squadra, finendo sul taccuino di Herberger, a quell’epoca “solo” assistente del ct Otto Nerz. Nel ’39 la Germania invade la Polonia e la vita di Turek, che ha studiato da panettiere, cambia, come quella di milioni di giovani tedeschi. Viene arruolato e combatte in Francia, Italia e anche in Russia. Senza mai dimenticare però il pallone. Nel novembre 1942 Herberger, diventato commissario tecnico, lo convoca per un’amichevole con la Slovacchia a Bratislava, in quello che era uno degli stati satelliti del Terzo Reich. È l’ultima gara della Nazionale tedesca prima della fine della guerra. Toni non scende in campo, ma durante la trasferta gli capita una cosa divertente. A causa degli sbalzi del treno gli cadono le valigie sulla testa, senza che lui le riesca ad afferrare. Herberger lo prende in giro. “Se migliorerà in questo giocherà anche qualche partita in Nazionale” dirà. Non sarà un cattivo profeta, anche se Turek dovrà aspettare otto anni per esordire. È il 1950 e si tratta di un match contro la Svizzera a Stoccarda. Un segno del destino.

“Toni” ha 31 anni e soprattutto una scheggia di granata nella testa. È lì, non lontano dal cervello, dal 1943, quando il portiere combatteva sul fronte russo e il frammento gli aveva perforato l’elmetto. I primi anni Cinquanta, dopo il suo passaggio dall’Ulm al Fortuna, sono il periodo dell’ascesa del portiere nativo di Duisburg. Nel ’53 viene scelto dai lettori di Kicker come miglior estremo difensore della Germania Ovest, l’anno dopo arriva la convocazione per il Mondiale svizzero. Toni, che ha un impiego in ufficio all’azienda di trasporti Rheinbahn, non è forse il numero uno del Paese ma è quello su cui Herberger può contare. Chi è migliore di lui semplicemente non c’è: Fritz Herkenrath, del Rot-Weiss Essen, preferito dal ct è in tournée in Sudamerica con il suo club, mentre Bert Trautmann, al Manchester City è un professionista, condizione bandita a quell’epoca dalla Federazione tedesca. In Svizzera Herberger compie un capolavoro di gestione.

Fa giocare Turek contro la Turchia, ma lo risparmia nel match eliminatorio contro l’Ungheria, per poi inserirlo a partire dai quarti di finale con la Jugoslavia. Dove è il migliore in campo. Ha uno stile essenziale, si butta solo quando e se è necessario, forte di un’eccezionale senso della posizione. Quello che dopo qualche sbavatura iniziale gli consentirà di prendere tutto il prendibile in finale. Per tutti, anche per le parole di Herbert Zimmermann diventa un eroe. Campione del mondo a 35 anni (premio 1100 marchi), si ritira nel 1957, dopo essere passato al Borussia Mönchengladbach. Tenterà la carriera da allenatore nelle serie amatoriali, ma soprattutto continuerà a lavorare nei trasporti. Lui così fortunato in campo nel 1973, a soli 54 anni, verrà colpito da un virus che lo lascerà di fatto semiparalizzato, costretto a utilizzare una sedia a rotelle. “Senza la vittoria nella finale del ’54 io non sarei stato qui, sarei stato distrutto” dirà negli anni delle difficoltà, piagato dalle malattie che lo ridurranno il suo corpo da atleta, a quello di un uomo di 45 chili. Morirà nel 1984. A lui sono dedicati uno stadio a Erkrath, vicino a Düsseldorf e una statua a pochi metri dallo stadio del “suo” Fortuna Düsseldorf. Sulla sua tomba nessuna iscrizione, solo il suo cognome. è essenziale. Essenziale. Come lui.

Il record dimenticato di Gottfried Fuchs

Dieci gol in una partita. Un record, che per il calcio tedesco resiste tutt’ora. Nel 1912 la Nazionale dell’Impero Tedesco batte ai Giochi Olimpici di Stoccolma la selezione della Russia. Non è una vittoria, è un trionfo. Nelle sedici reti che sommergono gli slavi, dieci portano la firma di un solo giocatore: Gottfried Fuchs. Ha 23 anni ed è l’attaccante del Karlsruher FV, club dell’omonima città nel sud della Germania, con cui ha conquistato nel 1910 il titolo tedesco, arrivando in finale anche nel ’12. L’ha fatto formando un trio d’attacco con Fritz Förderer, che contro la Russia ha marcato quattro reti e con Julius Hirsch. Con quest’ultimo condivide un altro tratto distintivo, oltre allo smisurato talento. Entrambi sono ebrei. Fuchs, che ha esordito in Nazionale nel 1911 contro la Svizzera siglando una doppietta e che collezionerà l’ultima presenza nel novembre 1913, avrà dopo quel giorno di gloria una carriera lunga, interrotta dalla Prima Guerra Mondiale. Durante il conflitto, mentre disputava qualche match come “calciatore ospite” al Wacker Halle, viene impiegato come ufficiale di artiglieria, combattendo con valore. Al ritorno si rimette la maglia del Dusseldorfer, il club in cui era calcisticamente cresciuto, prima di dedicarsi agli affari di famiglia, visto che i suoi hanno un’avviata azienda di legname. Per lavoro nel 1928 si trasferisce a Berlino, dove diventa membro del Tennis Borussia, influente polisportiva dove si stanno facendo le ossa due futuri miti del calcio tedesco, Otto Nerz e soprattutto Sepp Herberger, che è di Mannheim, non tanto lontano da Karlsruhe.

Nel 1933 però in Germania il vento è cambiato. E per Fuchs, ebreo, non in meglio. Per la politica di “arianizzazione” nello sport, viene espulso dal TeBe e nel 1937 emigra. Prima in Svizzera, poi in Francia, infine in Canada. Questa decisione gli salverà la vita, anche se il suo nome, in “osservanza” delle leggi di Norimberga viene cancellato dagli annali del calcio tedesco. A Hirsch, uno dei suoi amici e compagno di squadra, andrà molto peggio, dato che sarà deportato e ucciso ad Auschwitz. A Montreal, dove vive con il nome di Godfrey Fochs, nel 1955 arriva una lettera da Mosca. È firmata da Sepp Herberger, il ct della Germania Ovest, di cui l’attaccante del Karlsruher era uno degli idoli d’infanzia, tanto da definirlo “il Beckenbauer della mia giovinezza”. La missiva la firmano anche tutti i giocatori della Nationalmannschaft che ha appena affrontato di nuovo, dopo 43 anni, la selezione russa, ora sovietica. È l’inizio di una corrispondenza e di una “amicizia di penna” che potrebbe avere anche un lieto fine. Il 26 maggio 1972 la Germania Ovest deve incontrare in un’amichevole l’Unione Sovietica per l’inaugurazione dell’Olympiastadion di Monaco. Nella testa di Herberger, quella è l’occasione per rendere omaggio a Fuchs.

La sua idea è invitarlo, a spese della Federcalcio a vedere il match. Scrive al vicepresidente Hermann Neuberger per rendergli noto questo proposito. La risposta del tesoriere Hubert Claessen è gelida. “Non abbiamo intenzione di assecondare questa richiesta”. Le ragioni ufficiali per il rifiuto sono economiche e il timore di creare un precedente. La verità, come fa notare il Der Spiegel in un pezzo del 2012, forse è però da ricercare altrove. Tra i tredici membri del direttivo della DFB ci sono Hans Deckert e Degenhard Wolf, due ex membri del Partito Nazionalsocialista e Rudolf Gramlich, prima giocatore e poi presidente onorario dell’Eintracht Francoforte (quest’ultima caricata gli sarà revocata nel 2020) che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva servito nei reparti “Teste di Morto” delle Waffen-SS. Herberger, deluso scrive a Fuchs, che in quel momento è l’unico giocatore di religione ebraica ancora vivente ad aver rappresentato la Germania. Quella lettera Gottfried non la leggerà mai, perché quando gli viene recapitata lui è già morto per un infarto. Gli onori al giocatore che statisticamente parlando ha la migliore media gol della storia della Nazionale tedesca arriveranno molto dopo. Nel 2013 Karlsruhe gli intitolerà parte di una via (diventata Gottfried-Fuchs-Platz) e dal 2016/2017 le associazioni calcistiche regionali di Baden, Südbaden und Württemberg assegnano un premio che porta il suo nome, a club, sezioni sportive o squadre che si battono contro il razzismo. Nel 2020 la DFB lo ha omaggiato nel suo museo, quasi 50 anni dopo il “no” di Monaco.

Borussia Mönchengladbach, la nascita dei “Puledri”

Nel 1964 Mönchengladbach è una semisconosciuta città industriale della Germania Ovest, non lontana dal confine con i Paesi Bassi. A cambiare il corso della storia del centro, famoso soprattutto per l’industria tessile, una firma. È quella che il 27 aprile di quell’anno un 45enne allenatore mette sul contratto che lo lega al Borussia, il club locale di calcio, che milita in Regionalliga, l’allora seconda divisione del calcio tedesco. Nei sei anni precedenti ha diretto il Viktoria Köln, dopo essere stato un buon giocatore e aver insegnato alla Scuola Superiore di Educazione Fisica della città renana (l’incarico lo manterrà fino al 1970). Si chiama Hans “Hennes” Weisweiler e grazie a lui la città del Basso Reno si metterà sulla mappa del mondo. Calcistico e non.

A Helmut Grasshoff, vicepresidente del club, il suo ingaggio l’ha consigliato il ct della Nazionale Sepp Herberger, di cui Hennes è stato anche brevemente assistente subito dopo il Mondiale vinto nel 1954. Grasshoff, che fino al 1991 sarà da general manager una delle anime del ‘Gladbach, non smetterà mai di ringraziarlo. Il tecnico, che aveva allenato anche il Rheydter, formazione di una frazione di Mönchengladbach, infatti rivoluziona rosa e metodi. Con la cessione tra gli altri di Horst-Dieter Höttges al Werder Brema e del cannoniere Uli Kohn, all’Arminia Bielefeld, Weisweiler si ritrova tra le mani una squadra che ha 21 anni e cinque mesi di media, la più giovane di tutta la Regionalliga. Ci sono Herbert Laumen e Jupp Heynckes che insieme hanno vinto il campionato giovanile, c’è il nazionale U20 Werner Waddey, c’è Bernd Rupp prelevato dai dilettanti del SV Wiesbaden e poi c’è un talentuosissimo regista offensivo, prelevato dai rivali locali del 1.Fc Mönchengladbach. È Günter Netzer.

Con questa base Hennes costruisce un’idea di gioco offensiva e propositiva. Lascia libertà di movimento e di creazione ai suoi giocatori, puntando sulle loro caratteristiche forti. Fantasia al potere e gol a pioggia. Nella stagione di Regionalliga 1964/1965, conclusa al primo posto, i gol del ‘Gladbach sono 92, 87 dei quali realizzati dai cinque attaccanti titolari. È nato il “Fohlen-Elf”, la squadra dei puledri, come li definirà il giornalista locale del Rheinische Post Wilhelm August Hurtmanns per il loro ritmo e per la loro (bassa) età media. È iniziato un ciclo, che grazie a una sapiente coltivazione del talento e a innesti mirati, come il 18enne Berti Vogts nel 1965, il laterale offensivo Herbert Wimmer nel 1966 e il libero Sieloff nel 1969, nel 1970 arriva al suo primo titolo nazionale “Siamo sul pallone, giochiamo all’attacco, al contrario difendiamo tutti quando l’avversario è in possesso” scriverà nel 1970 lo stesso Weisweiler, a proposito del suo modo di giocare, che qualcuno soprattutto nei primi anni aveva definito con un filo d’ironia “Vorne Hui, Hinten Pfui”, “Davanti bene,dietro male”. Uno stile, basato su un centrocampo improntato al gioco e un attacco con due ali rapide e una punta brava a capitalizzare il movimento dei compagni, sviluppato in allenamenti duri ma innovativi, con il costante uso del pallone.

Nel 1971 i “Puledri” fanno il bis diventando il primo club a confermare il proprio successo nella Bundesliga dalla sua fondazione e inaugurando una rivalità aspra con il Bayern Monaco di Franz Beckenbauer. Una squadra, quella di Weisweiler, che nel 1971 potrebbe anche provare a dare l’assalto alla Coppa dei Campioni. Lo fermano agli ottavi una lattina, una sentenza del giudice sportivo e una magnifica prestazione difensiva dell’Inter con Ivano Bordon tra i pali. Per il trionfo europeo si dovrà aspettare quattro anni, quando senza Netzer, andato al Real Madrid, dopo essersi autoinserito nella finale di Coppa di Germania, il ‘Gladbach batte nella doppia finale gli olandesi del Twente. Sarà l’ultimo alloro di Weisweiler, che approderà al Barcellona prima e poi al Colonia, la città a cui era più legato e dove aveva vissuto anche durante la sua esperienza con i Borussen. Quando lascia la città vicino al confine olandese il calcio lì e in Germania è cambiato, anche grazie a lui: se è vero la via dove si trova il Borussia Park si chiama Hennes Weisweiler-Allee e se il corso di formazione di allenatori della DFB a Colonia da cui è uscita più di una generazione di tecnici tedeschi porta il suo nome.

Uwe Seeler e un pomeriggio a Belfast

Lunedì sera al Windsor Park di Belfast alla Germania di Joachim Löw, reduce dalla sconfitta casalinga con l’Olanda, servirà una vittoria contro l’Irlanda del Nord per continuare al meglio il suo percorso verso Euro 2020. Lì nel capoluogo dell’Ulster la Nationalmannschaft ha già scritto una volta un pezzo importante della sua storia. Ottobre 1960, a nemmeno due anni dall’ultimo mondiale in Svezia, la Germania allora dell’Ovest inizia il suo cammino verso la rassegna iridata di Cile ’62. La formazione, arrivata quarta nel ’58, è inserita in uno degli otto gironi da tre squadre, che insieme a due mini-raggruppamenti da due, costituiscono le qualificazioni della zona UEFA. Chi vince la poule, vola in Sudamerica.

L’urna accoppia i tedeschi alla modesta Grecia e all’Irlanda del Nord. Che al contrario degli ellenici è tutt’altro che una squadra di sprovveduti. Nel ’58 hanno partecipato al loro primo Mondiale e sono zeppi di calciatori della First Division inglese. Billy Bingham, il centrocampista del Luton Town e prima del Sunderland che da allenatore guiderà quella Nazionale a Spagna ’82, Danny Blanchflower, il regista dell’ultimo Tottenham campione d’Inghilterra e Peter McParland che a Malmö, quando Germania Ovest e Irlanda del Nord si erano incontrati alla Coppa del Mondo aveva segnato due gol, facendo ammattire la difesa tedesca. In porta c’è Jack McClelland, numero uno dell’Arsenal e sostituto per l’occasione di Harry Gregg, l’uomo che difende i pali del Manchester United e che nel ’58, lo stesso anno in cui era stato per distacco il miglior portiere del Mondiale impressionando pure Uwe Seeler (nella sua biografia gli ha dedicato un capitolo), era sopravvissuto comportandosi da eroe al disastro di Monaco in cui erano scomparsi molti dei suoi compagni ai Red Devils. È questo lo scheletro della squadra che il 26 ottobre ’60 attende la Germania Ovest a Windsor Park, insieme a 40mila spettatori. I tedeschi, guidati in panchina dal vice-allenatore Helmut Schön e in tribuna dal “capo” Sepp Herberger, vanno in campo con una formazione coraggiosa. C’è un debuttante, Günter Herrmann, centrocampista del Karlsruhe, tre calciatori alla seconda presenza, tra cui il 35enne Richard Kreß e uno, lo stopper del Colonia Leo Wilden, alla terza.

L’undici messo in campo, dove spicca un giovanissimo Karl-Heinz Schnellinger, sembra un azzardo ma funziona. Al 6′ i tedeschi sono avanti 1-0 grazie a un bel tiro dal limite dell’area di Albert Brülls, anche se i nordirlandesi pareggiano al 21′ con la rete su indecisione della difesa ospite di Billy McAdams, attaccante del Bolton, famoso per la sua precisione in zona gol ma anche per le sue protesi dentarie che rimuoveva per giocare. McAdams raddoppia di testa poco all’intervallo, ma tra il 53′ e il ’54 gli uomini di Herberger la ribaltano. Con una rete di Seeler in mischia e una di Charly Dörfel, il “gemello” di Uwe all’Amburgo bravissimo a trasformare al volo un cross dalla destra. Lo stesso giocatore del HSV farà anche il 4-2 che metterà al sicuro in risultato, anche se i padroni di casa segneranno ancora con il “solito” McAdams, in più che sospetta posizione di fuorigioco allo scadere.

La Germania Ovest ha vinto, come farà al ritorno in un Olympiastadion di Berlino stracolmo e in tutte le partite del girone. Il successo di Seeler e compagni è storico, non solo per il calcio tedesco. Nessuna Nazionale continentale aveva mai battuto l’Irlanda del Nord sul suo terreno. Un trionfo, che oltre a esaltare i media della BRD (“Sono gettate le basi per una nuova squadra” scriverà Sport-Magazin), colpisce anche gli sconfitti, che a fine partita chiedono agli avversari le loro maglie. A Seeler l’Irlanda rimarrà nel cuore. A quella del Nord segnerà altre due reti, una proprio a Windsor Park alla vigilia del Mondiale ’66, nell’Eire invece, ormai ritirato, giocherà nel 1978 con la maglia del Cork Celtic, l’unica partita disputata senza la casacca dell’Amburgo o della Nationalmannschaft.

Sepp Herberger, il trasferimento della discordia

Un derby sentitissimo e un calciatore che dovrebbe giocare in una squadra, ma indossa la maglia di un’altra. 25 settembre 1921, Mannheim, Germania del sud, seconda giornata del campionato locale. In campo due dei club che si contendono il primato cittadino, il MFC Phönix 02 e il VfR Mannheim. In quest’ultima squadra milita un ragazzo di 24 anni, cresciuto nel Waldhof Mannheim 07, la squadra del quartiere della città in cui è nato e con cui solo pochi mesi prima è arrivato in finale nel torneo della Germania meridionale persa con il Norimberga. Si chiama Josef “Sepp” Herberger e giusto una settimana prima di quel match, il 18 settembre, ha esordito in Nazionale, segnando una doppietta nel 3-3 in trasferta con la Finlandia. Insieme a lui hanno giocato Willi Hutter e Karl Höger, con cui fino alla stagione precedente ha formato la “Drei-H Sturm”, l'”attacco delle Tre-H”, uno dei migliori reparti offensivi del Paese. Il derby finisce 3-1 per il VfR. Nulla di particolare, se non fosse per quello che in occasione della prima giornata di campionato, messa in programma proprio nel giorno di Finlandia-Germania, ha scritto il General-Anzeiger. Il quotidiano locale ha riportato che Herberger si è preparato con il Phönix per l’imminente stagione.

L’attaccante però ha scelto l’ambizioso VfR, che ha offerto a Sepp, un posto alla locale filiale della Dresdner Bank e un appartamento dotato di una nuova cucina. La decisione di Herberger fa infuriare i dirigenti del Phönix che vuotano il sacco. Hanno offerto al 24enne e al suo compagno Höger, 10mila marchi per giocare con loro. Anche se la somma, equivalente al triplo del salario annuale di un lavoratore specializzato, è già stata restituita da Herberger, lui e il suo collega, ricevendo un compenso, hanno già commesso un illecito. I calciatori tedeschi infatti sono per legge tutti amateur, in altre parole non possono ricevere alcun compenso legato alla loro attività sportiva, anche se sotto varie forme, dai pasti pagati il giorno del match ai rimborsi spese, dei trasferimenti di denaro già ci sono. E la DFB, la Federcalcio, è inflessibile nella difesa del dilettantismo. Solo un anno prima, nel 1920, la Federazione aveva dichiarato. “Rifiutiamo il professionismo. Ed esortiamo i nostri membri, la stampa e tutti gli amici del Gioco a una leale e comune battaglia contro di esso. Vediamo nel professionismo un grave pericolo per il loro sport, soprattutto per lo sviluppo di un grande gioco del nostro popolo”. Oltre alle parole c’è la legge. I dirigenti del MFC Phönix 02 citano così Herberger e Höger in giudizio. Se a quest’ultimo va molto bene, riuscendo a cavarsela con l’”esilio” a Bonn, il primo rischia di veder troncata la carriera. I giudici federali lo condannano alla radiazione, anche se nel marzo 1922, in appello, la squalifica è ridotta a un anno, tanto che nell’autunno dello stesso anno, a dodici mesi dallo scandalo, Sepp può tornare in campo con il VfR Mannheim. Ci giocherà per quattro anni prima di emigrare a Berlino nel ’26.

Nella capitale della Repubblica di Weimar vestirà la maglia del TeBe Berlin, e inizierà la sua carriera da allenatore spinto da Otto Nerz, l’uomo che l’aveva voluto al VfR Mannheim e primo ct della Nazionale tedesca (di cui Sepp sarà assistente) e da Felix Linnemann, l’allora presidente federale. In panchina Herberger, membro del Partito Nazionalsocialista e con un atteggiamento mai chiarito verso il regime hitleriano, sarà l’uomo che nel 1954 guiderà la Germania Ovest al primo titolo mondiale della sua storia. Lo conquisterà con una squadra composta interamente da dilettanti, almeno dal punto di vista giuridico. Per vedere dei professionisti bisognerà invece aspettare il 1962 e la creazione della Bundesliga. Tra i maggiori promotori del nuovo corso del calcio tedesco proprio Herberger che 40 anni prima aveva rischiato di veder finire una carriera. Per 10mila marchi.