Hansa Rostock 1991, l’Est sale in vetta

Il RasenBall Lipsia di Julian Nagelsmann è una delle realtà più interessanti della Bundesliga. I “Tori Rossi” hanno occupato, come era già accaduto nel 2016, il primo posto della massima serie tedesca. Prima di loro l’ultima squadra proveniente dagli ex Länder della Repubblica Democratica Tedesca era stata la Hansa Rostock, attualmente in 3.Liga. Correva l’anno 1991 e si giocava la prima Bundesliga della Germania riunificata, con 20 squadre di cui le prime due classificate dell’ultima edizione della DDR-Oberliga, ribattezzata Nordostdeutsche Fußballverband-Oberliga. Erano la Dinamo Dresda e l’Hansa Rostock appunto. Gli anseatici avevano vinto sia il campionato che l’ultima edizione della Coppa della Germania Est e si presentavano i nastri di partenza della Bundesliga senza Henri Fuchs, il bomber del torneo precedente, passato al Colonia e senza lo statunitense Paul Caligiuri, ceduto al Friburgo dopo essere stato il primo straniero della storia del club. In panchina come nel 1990/1991 c’era il 36enne Uwe Reinders, ex allenatore-giocatore dell’Eintracht Braunschweig, uno dei primi tecnici ad andare dall’ex Germania Ovest verso Est, mentre in campo giostrano i centrocampisti Jens Dowe e Stefan Böger, quest’ultimo arrivato dal Carl Zeiss Jena, il discreto attaccante Michael Spies, la punta Florian Weichert, il difensore Heiko März. Una formazione di discreti mestieranti, praticamente tutti originari della ex DDR, che in virtù dei suoi piazzamenti dell’anno precedente si trova, a poche settimane dall’inizio della Bundesliga, a giocare la DFB-Supercup, il torneo a quattro squadre “antenato” della moderna supercoppa. L’Hansa esce in semifinale contro il Kaiserslautern di Karl-Heinz Feldkamp, ma entra già nella Storia. Il capitano Juri Schlünz diventa al 84′ il primo giocatore tedesco a essere espulso per somma di ammonizioni.

Gli anseatici però il campionato lo cominciano decisamente meglio. Per i primi sette incontri della Bundesliga i biancoblù rimangono in vetta, togliendosi diverse soddisfazioni. Tra cui quella di battere alla seconda e alla terza giornata rispettivamente Bayern Monaco e Borussia Dortmund, con i bavaresi sconfitti in rimonta all’Olympiastadion e il BVB travolto 5-1 in riva al Baltico. Poi già a metà settembre l’inizio della discesa, non prima però di essersi tolti una soddisfazione storica. Il club, grazie all’accordo tra la UEFA e la Federazione tedesca, partecipa alla Coppa dei Campioni, rappresentando la DDR, uno Stato che dal 3 ottobre 1990 non esiste più. Il sorteggio accoppia la Hansa con il Barcellona. L’undici di Rostock capitola nettamente all’andata 3-0 al Camp Nou, ma al ritorno riesce a imporsi 1-0 con una rete di Michael Spies. È l’ultimo acuto, perché poi gli uomini di Uwe Reinders, esonerato a metà marzo 1992, colano a picco.

In una delle prime grandi batoste in Bundesliga, un 5-0 contro lo Schalke 04, debutta in Bundesliga un 21enne di Cottbus. Il suo nome è Mike Werner. In campo lo si nota per due caratteristiche: la durezza e il taglio di capelli Wohukila, dal tedesco “Vorne kurz, hinten lang”, davanti corti dietro lunghi. Werner li porta fin dai tempi del Motor Eberswalde, squadra di seconda divisione della DDR in cui era finito dopo che i dirigenti del Vorwärts Frankfurt, formazione in cui era cresciuto, avevano trovato tra le cose di Mike un foglio con la foto del Muro di Berlino e una scritta “Il muro deve sparire”, oltre al nome di Udo Lindenberg, rocker tedesco notoriamente contrario alla divisione della Germania. Per questa vicenda il calciatore era stato degradato (il Vorwärts era legato agli apparati di sicurezza della Germania Est) e spedito in DDR-Liga. Da lì l’aveva prelevato durante la pausa invernale della stagione 1990-1991 la Hansa Rostock, dopo un provino alla presenza di Uwe Reinders e del suo secondo. Werner ci arrivato in treno, perché la sua moto, la MZ di fabbricazione locale, l’aveva piantato in asso dopo un “raid” invernale e nell’allenamento di prova il difensore aveva legnato (non metaforicamente) il suo tecnico. Prima di metterlo sotto contratto lo staff della Hansa mette solo una condizione: che Mike dimagrisca. Lui lo fa con la “dieta della vodka”. Per una settimana mangia tre volte al giorno una salsiccia e lo accompagna con altrettanti bicchieri di vodka. Dopo una settimana di rodaggio, come il giocatore racconta a 11 Freunde, i chili se ne erano andati. A inizio del girone di ritorno Werner, che per il nuovo contratto si è comprato una Harley Davidson e che si presenta regolarmente al campo vestito più o meno come un cowboy. pesa 80 kg, il suo peso forma. Giocherà nove partite in quello scorcio di stagione, prima di esordire a Gelsenkirchen con i biancoblù in Bundesliga.

Quella sarà la prima delle sue due partite nella massima serie. Perché al termine di quella stagione la Hansa Rostock retrocederà, togliendosi la soddisfazione di togliere all’Eintracht Francoforte il Meisterschale e perché Werner sarà perseguitato dalla sfortuna. Quando nel 1995 il club rimette piede in Bundesliga Mike fa in tempo a giocare solo un altro match con il Borussia Dortmund. Con i gialloneri si procura un gravissimo infortunio, che a 25 anni lo costringerà ad abbandonare il calcio di alto livello. Continuerà a giocare in formazioni minori fino al 2003. I guai fisici e gli stravizi, nottate a alcool, gli hanno però già presentato il conto. Nel 2016 Werner, allenatore giovanile prima e poi nel 2017 vice al FC Pommern Stralsund, ha avuto un principio d’infarto e nello stesso anno ha confessato di vivere grazie al sostegno del Hartz IV, uno dei sussidi sociali erogati dallo Stato. I dolori rimangono, forse acuiti dal vedere la “sua” Hansa Rostock languire in 3.Liga, dopo che per qualche mese aveva fatto sognare i tifosi del Baltico.

In fuga per il calcio, la storia dell’Union 06 Berlin

Il Poststadion è uno degli stadi più particolari di Berlino. Si trova a Moabit, nella vecchia Berlino Ovest, sulla sua facciata campeggia un orologio ed è stato costruito tra il 1926 e il 1929 all’interno di un complesso che in origine comprendeva dieci campi e uno stadio per il tennis, quattro terreni da calcio e una vasca polivalente per il nuoto e il canottaggio. Un luogo di sport, progettato da Georg Demmler, architetto, atleta e funzionario sportivo, che negli Anni Trenta ha ospitato eventi importanti, come il match di pugilato tra l’idolo locale Max Schmeling e il basco Paulino Uzcudun nel 1935 o le partite del torneo olimpico di calcio dell’anno seguente. Qui infatti l’Italia di Vittorio Pozzo aveva cominciato contro gli Stati Uniti il suo cammino verso l’oro a cinque cerchi e la Germania aveva interrotto il suo con la Norvegia. Questo impianto, ricostruito parzialmente e riaperto nell’agosto 1945, ora è la “casa” di alcuni club calcistici della Capitale. Come l’AK Berliner 07, ora in quarta serie e il SC Union 06 Berlin, che attualmente milita nella Bezirksliga Staffel 3, quasi sul fondo del sistema calcistico tedesco.

Una squadra, quest’ultima, dal presente anonimo ma che nasce da un atto di ribellione. E di amore per il Gioco. Germania occupata, fine degli Anni Quaranta. A quell’epoca Berlino è uno dei luoghi di tensione della neonata Guerra Fredda. Divisa in quattro settori e poi,con l’unione della zona americana, francese e britannica, in due, nella città del Brandeburgo le potenze vincitrici stanno giocando una partita importante nel dominio dell’Europa. Per undici mesi tra il giugno 1948, all’indomani dell’introduzione del nuovo marco tedesco e il maggio 1949 le truppe sovietiche bloccano gli accessi al settore occidentale della città, che sopravvive soprattutto grazie ai rifornimenti del ponte aereo più imponente della Storia, organizzato da Francia, Regno Unito e Stati Uniti.

In questa situazione complicata e in continuo divenire scorre il calcio. Non si è praticamente mai fermato dalla fine della guerra. A differenza di quanto succede nell’amministrazione non c’è divisione. Club di Berlino Ovest e Berlino Est giocano insieme con la massima serie, la Stadtliga Berlin, che dà diritto per a partecipare alla fase finale del campionato di Germania. Di tutta la Germania. Tra le formazioni che disputano la “Serie A” del calcio berlinese dal 1947 c’è pure SG Oberschöneweide, che a partire dal 1948, in obbedienza alle direttive delle autorità sportive, ha aggiunto al suo nome la denominazione socialisticamente accettabile di “Union”, quella che ironia della sorte, aveva pure prima del conflitto. Il club ha sede nel quartiere operaio di Köpenick e la sua casa è allo Stadion An der alten Försterei, riaperto poche settimane dopo la fine della guerra. E quelli dell’Union sono tutt’altro che dei comprimari della Stadtliga. Nel 1948 vincono il campionato da neopromossa e si qualificano così per i quarti di finale del campionato pantedesco. L’avversario è il St.Pauli all’Olympiastadion. In un match giocato praticamente in casa davanti a 70mila spettatori gli Eiserne ne prendono sette. A zero. Per più di quarant’anni quello sarà l’ultimo match ufficiale, non di Coppe Europee, tra formazioni delle due Germanie.

Archivio Union Berlino

Due anni dopo, nel 1950, quando con il secondo posto nella massima serie cittadina dietro il Tennis Borussia Berlin, club della parte occidentale della città, i ragazzi di Oberschöneweide riconquistano il pass per la fase finale, tutto è cambiato. In quello stesso anno, a meno di dodici mesi dalla nascita delle due Germanie, la neonata associazione calcistica di Berlino Ovest e la DFB annunciano per la stagione seguente, l’introduzione anche nella capitale del Vertragspielerstatus. In altre parole i giocatori che parteciperanno alla Stadtliga riceveranno un corrispettivo economico. Non è uno stipendio vero e proprio, ma per i vertici del Deutsche Sportausschuß, il massimo organismo sportivo della neonata Repubblica Democratica Tedesca, è troppo. Secondo le loro idee il nuovo status di atleti “retribuiti” non sarebbe funzionale alla costruzione di “vero movimento democratico di sport popolare”. I vertici ordinano il ritiro delle squadre di Berlino Est dalla successiva edizione della Stadliga e contestualmente negano, come già avevano fatto nel 1948 con il SG Planitz all’Union Oberschöneweide i permessi per andare a giocare il primo turno del torneo pantedesco in programma a Kiel, in Germania Ovest, conquistato dopo un doppio spareggio con il Berliner SV 92.

A differenza del club di uno dei quartieri di Zwickau giocatori e allenatori del club di Köpenick decidono di disobbedire. “Approvavamo tutti l’adozione del Vertragspielerstatus – racconterà anni dopo Richard „Hardi“ Strehlow, il capitano della squadra – così che i pagamenti non sarebbero stati più illegali e ci vedevamo, a causa del divieto di viaggiare, colpiti nella nostra libertà di calciatori”. Il 28 maggio la formazione guidata in panchina dall’ex Hertha Berlin Hannes Soebek parte dall’aeroporto militare di Gatow a Berlino Ovest diretta nel nord della Repubblica Federale. Se ne va di fatto la squadra titolare, a partire da Paul Salitsch, il bomber della squadra. A Kiel, come all’Olympiastadion nel 1948, non andrà bene. Anzi. Sconfitta 7-0, ma l’inizio di una nuova vita, supportata da chi nella parte occidentale della città ha provveduto a fornire alloggio e un lavoro ai fuggitivi. Il 9 giugno 1950 nei locali del Süd-Ost-Kasino, a due passi dal fiume Spree, i fuggitivi fonderanno un nuovo club: l’Union 06 Berlin e.V, che gioca le sue partite proprio al Poststadion.

L’esempio della prima squadra lo seguiranno anche diversi giocatori della giovanili, tanto che nell’agosto 1950 su 168 membri, 95 vengono da Berlino Est. Accanto a loro un altro gruppo di Oberschöneweider darà vita a una società, poi discioltasi, il BBC Südost, con sede a Kreuzberg, a poche centinaia di metri da dove nel 1961 verrà fatto passare il Muro. A parte qualche sussulto negli Anni Cinquanta e una qualificazione alla Coppa di Germania a metà Anni Settanta l’Union 06 Berlin, che gioca in biancoblù, non rivivrà più i fasti del passato, scivolando nelle retrovie del calcio cittadino e nazionale. Non mancheranno però gli incontri con i cugini dell’Union. Nel 1952, a Walter-Ulbricht-Stadion di Berlino Est, il primo (2-0 per gli ospiti), nel 2015, il 18 gennaio, al Poststadion l’ultimo: 7-1 per l’Union di Köpenick già in 2.Bundesliga. Un match con uno scopo speciale: quello di far vivere un pomeriggio diverso ai tanti profughi che in quel momento stavano arrivando a Berlino. Come era capitato al SC Union 06 nella tarda primavera del 1950.