Il record dimenticato di Gottfried Fuchs

Dieci gol in una partita. Un record, che per il calcio tedesco resiste tutt’ora. Nel 1912 la Nazionale dell’Impero Tedesco batte ai Giochi Olimpici di Stoccolma la selezione della Russia. Non è una vittoria, è un trionfo. Nelle sedici reti che sommergono gli slavi, dieci portano la firma di un solo giocatore: Gottfried Fuchs. Ha 23 anni ed è l’attaccante del Karlsruher FV, club dell’omonima città nel sud della Germania, con cui ha conquistato nel 1910 il titolo tedesco, arrivando in finale anche nel ’12. L’ha fatto formando un trio d’attacco con Fritz Förderer, che contro la Russia ha marcato quattro reti e con Julius Hirsch. Con quest’ultimo condivide un altro tratto distintivo, oltre allo smisurato talento. Entrambi sono ebrei. Fuchs, che ha esordito in Nazionale nel 1911 contro la Svizzera siglando una doppietta e che collezionerà l’ultima presenza nel novembre 1913, avrà dopo quel giorno di gloria una carriera lunga, interrotta dalla Prima Guerra Mondiale. Durante il conflitto, mentre disputava qualche match come “calciatore ospite” al Wacker Halle, viene impiegato come ufficiale di artiglieria, combattendo con valore. Al ritorno si rimette la maglia del Dusseldorfer, il club in cui era calcisticamente cresciuto, prima di dedicarsi agli affari di famiglia, visto che i suoi hanno un’avviata azienda di legname. Per lavoro nel 1928 si trasferisce a Berlino, dove diventa membro del Tennis Borussia, influente polisportiva dove si stanno facendo le ossa due futuri miti del calcio tedesco, Otto Nerz e soprattutto Sepp Herberger, che è di Mannheim, non tanto lontano da Karlsruhe.

Nel 1933 però in Germania il vento è cambiato. E per Fuchs, ebreo, non in meglio. Per la politica di “arianizzazione” nello sport, viene espulso dal TeBe e nel 1937 emigra. Prima in Svizzera, poi in Francia, infine in Canada. Questa decisione gli salverà la vita, anche se il suo nome, in “osservanza” delle leggi di Norimberga viene cancellato dagli annali del calcio tedesco. A Hirsch, uno dei suoi amici e compagno di squadra, andrà molto peggio, dato che sarà deportato e ucciso ad Auschwitz. A Montreal, dove vive con il nome di Godfrey Fochs, nel 1955 arriva una lettera da Mosca. È firmata da Sepp Herberger, il ct della Germania Ovest, di cui l’attaccante del Karlsruher era uno degli idoli d’infanzia, tanto da definirlo “il Beckenbauer della mia giovinezza”. La missiva la firmano anche tutti i giocatori della Nationalmannschaft che ha appena affrontato di nuovo, dopo 43 anni, la selezione russa, ora sovietica. È l’inizio di una corrispondenza e di una “amicizia di penna” che potrebbe avere anche un lieto fine. Il 26 maggio 1972 la Germania Ovest deve incontrare in un’amichevole l’Unione Sovietica per l’inaugurazione dell’Olympiastadion di Monaco. Nella testa di Herberger, quella è l’occasione per rendere omaggio a Fuchs.

La sua idea è invitarlo, a spese della Federcalcio a vedere il match. Scrive al vicepresidente Hermann Neuberger per rendergli noto questo proposito. La risposta del tesoriere Hubert Claessen è gelida. “Non abbiamo intenzione di assecondare questa richiesta”. Le ragioni ufficiali per il rifiuto sono economiche e il timore di creare un precedente. La verità, come fa notare il Der Spiegel in un pezzo del 2012, forse è però da ricercare altrove. Tra i tredici membri del direttivo della DFB ci sono Hans Deckert e Degenhard Wolf, due ex membri del Partito Nazionalsocialista e Rudolf Gramlich, prima giocatore e poi presidente onorario dell’Eintracht Francoforte (quest’ultima caricata gli sarà revocata nel 2020) che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva servito nei reparti “Teste di Morto” delle Waffen-SS. Herberger, deluso scrive a Fuchs, che in quel momento è l’unico giocatore di religione ebraica ancora vivente ad aver rappresentato la Germania. Quella lettera Gottfried non la leggerà mai, perché quando gli viene recapitata lui è già morto per un infarto. Gli onori al giocatore che statisticamente parlando ha la migliore media gol della storia della Nazionale tedesca arriveranno molto dopo. Nel 2013 Karlsruhe gli intitolerà parte di una via (diventata Gottfried-Fuchs-Platz) e dal 2016/2017 le associazioni calcistiche regionali di Baden, Südbaden und Württemberg assegnano un premio che porta il suo nome, a club, sezioni sportive o squadre che si battono contro il razzismo. Nel 2020 la DFB lo ha omaggiato nel suo museo, quasi 50 anni dopo il “no” di Monaco.

In fuga per il calcio, la storia dell’Union 06 Berlin

Il Poststadion è uno degli stadi più particolari di Berlino. Si trova a Moabit, nella vecchia Berlino Ovest, sulla sua facciata campeggia un orologio ed è stato costruito tra il 1926 e il 1929 all’interno di un complesso che in origine comprendeva dieci campi e uno stadio per il tennis, quattro terreni da calcio e una vasca polivalente per il nuoto e il canottaggio. Un luogo di sport, progettato da Georg Demmler, architetto, atleta e funzionario sportivo, che negli Anni Trenta ha ospitato eventi importanti, come il match di pugilato tra l’idolo locale Max Schmeling e il basco Paulino Uzcudun nel 1935 o le partite del torneo olimpico di calcio dell’anno seguente. Qui infatti l’Italia di Vittorio Pozzo aveva cominciato contro gli Stati Uniti il suo cammino verso l’oro a cinque cerchi e la Germania aveva interrotto il suo con la Norvegia. Questo impianto, ricostruito parzialmente e riaperto nell’agosto 1945, ora è la “casa” di alcuni club calcistici della Capitale. Come l’AK Berliner 07, ora in quarta serie e il SC Union 06 Berlin, che attualmente milita nella Bezirksliga Staffel 3, quasi sul fondo del sistema calcistico tedesco.

Una squadra, quest’ultima, dal presente anonimo ma che nasce da un atto di ribellione. E di amore per il Gioco. Germania occupata, fine degli Anni Quaranta. A quell’epoca Berlino è uno dei luoghi di tensione della neonata Guerra Fredda. Divisa in quattro settori e poi,con l’unione della zona americana, francese e britannica, in due, nella città del Brandeburgo le potenze vincitrici stanno giocando una partita importante nel dominio dell’Europa. Per undici mesi tra il giugno 1948, all’indomani dell’introduzione del nuovo marco tedesco e il maggio 1949 le truppe sovietiche bloccano gli accessi al settore occidentale della città, che sopravvive soprattutto grazie ai rifornimenti del ponte aereo più imponente della Storia, organizzato da Francia, Regno Unito e Stati Uniti.

In questa situazione complicata e in continuo divenire scorre il calcio. Non si è praticamente mai fermato dalla fine della guerra. A differenza di quanto succede nell’amministrazione non c’è divisione. Club di Berlino Ovest e Berlino Est giocano insieme con la massima serie, la Stadtliga Berlin, che dà diritto per a partecipare alla fase finale del campionato di Germania. Di tutta la Germania. Tra le formazioni che disputano la “Serie A” del calcio berlinese dal 1947 c’è pure SG Oberschöneweide, che a partire dal 1948, in obbedienza alle direttive delle autorità sportive, ha aggiunto al suo nome la denominazione socialisticamente accettabile di “Union”, quella che ironia della sorte, aveva pure prima del conflitto. Il club ha sede nel quartiere operaio di Köpenick e la sua casa è allo Stadion An der alten Försterei, riaperto poche settimane dopo la fine della guerra. E quelli dell’Union sono tutt’altro che dei comprimari della Stadtliga. Nel 1948 vincono il campionato da neopromossa e si qualificano così per i quarti di finale del campionato pantedesco. L’avversario è il St.Pauli all’Olympiastadion. In un match giocato praticamente in casa davanti a 70mila spettatori gli Eiserne ne prendono sette. A zero. Per più di quarant’anni quello sarà l’ultimo match ufficiale, non di Coppe Europee, tra formazioni delle due Germanie.

Archivio Union Berlino

Due anni dopo, nel 1950, quando con il secondo posto nella massima serie cittadina dietro il Tennis Borussia Berlin, club della parte occidentale della città, i ragazzi di Oberschöneweide riconquistano il pass per la fase finale, tutto è cambiato. In quello stesso anno, a meno di dodici mesi dalla nascita delle due Germanie, la neonata associazione calcistica di Berlino Ovest e la DFB annunciano per la stagione seguente, l’introduzione anche nella capitale del Vertragspielerstatus. In altre parole i giocatori che parteciperanno alla Stadtliga riceveranno un corrispettivo economico. Non è uno stipendio vero e proprio, ma per i vertici del Deutsche Sportausschuß, il massimo organismo sportivo della neonata Repubblica Democratica Tedesca, è troppo. Secondo le loro idee il nuovo status di atleti “retribuiti” non sarebbe funzionale alla costruzione di “vero movimento democratico di sport popolare”. I vertici ordinano il ritiro delle squadre di Berlino Est dalla successiva edizione della Stadliga e contestualmente negano, come già avevano fatto nel 1948 con il SG Planitz all’Union Oberschöneweide i permessi per andare a giocare il primo turno del torneo pantedesco in programma a Kiel, in Germania Ovest, conquistato dopo un doppio spareggio con il Berliner SV 92.

A differenza del club di uno dei quartieri di Zwickau giocatori e allenatori del club di Köpenick decidono di disobbedire. “Approvavamo tutti l’adozione del Vertragspielerstatus – racconterà anni dopo Richard „Hardi“ Strehlow, il capitano della squadra – così che i pagamenti non sarebbero stati più illegali e ci vedevamo, a causa del divieto di viaggiare, colpiti nella nostra libertà di calciatori”. Il 28 maggio la formazione guidata in panchina dall’ex Hertha Berlin Hannes Soebek parte dall’aeroporto militare di Gatow a Berlino Ovest diretta nel nord della Repubblica Federale. Se ne va di fatto la squadra titolare, a partire da Paul Salitsch, il bomber della squadra. A Kiel, come all’Olympiastadion nel 1948, non andrà bene. Anzi. Sconfitta 7-0, ma l’inizio di una nuova vita, supportata da chi nella parte occidentale della città ha provveduto a fornire alloggio e un lavoro ai fuggitivi. Il 9 giugno 1950 nei locali del Süd-Ost-Kasino, a due passi dal fiume Spree, i fuggitivi fonderanno un nuovo club: l’Union 06 Berlin e.V, che gioca le sue partite proprio al Poststadion.

L’esempio della prima squadra lo seguiranno anche diversi giocatori della giovanili, tanto che nell’agosto 1950 su 168 membri, 95 vengono da Berlino Est. Accanto a loro un altro gruppo di Oberschöneweider darà vita a una società, poi discioltasi, il BBC Südost, con sede a Kreuzberg, a poche centinaia di metri da dove nel 1961 verrà fatto passare il Muro. A parte qualche sussulto negli Anni Cinquanta e una qualificazione alla Coppa di Germania a metà Anni Settanta l’Union 06 Berlin, che gioca in biancoblù, non rivivrà più i fasti del passato, scivolando nelle retrovie del calcio cittadino e nazionale. Non mancheranno però gli incontri con i cugini dell’Union. Nel 1952, a Walter-Ulbricht-Stadion di Berlino Est, il primo (2-0 per gli ospiti), nel 2015, il 18 gennaio, al Poststadion l’ultimo: 7-1 per l’Union di Köpenick già in 2.Bundesliga. Un match con uno scopo speciale: quello di far vivere un pomeriggio diverso ai tanti profughi che in quel momento stavano arrivando a Berlino. Come era capitato al SC Union 06 nella tarda primavera del 1950.

Frank Mill, un errore da Klassiker

123 gol in 387 partite di Bundesliga, un terzo posto olimpico, da capitano a Seul 1988, un titolo di campione del mondo nel 1990 e una Coppa di Germania nel ’89. Frank Mill, classe 1958, da Essen, cuore della Ruhr, è stato uno degli attaccanti tedeschi più prolifici degli anni Ottanta. Se però chiedete a qualunque appassionato di Fussball di mezza età perché si ricorda il centravanti di Rot-Weiss Essen, Borussia Mönchengladbach, Borussia Dortmund e Fortuna Düsseldorf, non vi parlerà di una rete, ma di un gol mancato. Clamorosamente.

9 agosto 1986, Olympiastadion di Monaco. Nella prima giornata di campionato si affrontano il Bayern Monaco di Udo Lattek, campione di Germania e il Borussia Dortmund di Reinhard Saftig, che solo pochi mesi prima si è salvato dopo un triplo spareggio con il Fortuna Köln. Non è sulla carta uno scontro di vertice, ma i gialloneri sono una delle mine vaganti di quella Bundesliga, anche perché in estate si sono rafforzati con l’acquisto del difensore Thomas Helmer e di due attaccanti, Norbert „Nobby“ Dickel e proprio Frank Mill. La punta è stato ceduta dal Borussia Mönchengladbach per 1,3 milioni di marchi, dopo alcuni dissapori con il tecnico Jupp Heynckes, “reo” di averlo criticato aspramente al termine di una epica rimonta subita dal ‘Gladbach in Coppa UEFA dal Real Madrid, Motivo? I troppi errori di Mill nel match di ritorno con gli spagnoli.

Per Frank quello di Monaco è l’esordio in un match ufficiale. Che non inizia nel migliore dei modi. Dopo un minuto i padroni di casa, sono già in vantaggio con una rocambolesca rete di testa di Roland Wohlfarth. L’occasione per il pari capita proprio a Mill. Passaggio filtrante, l’altissima linea difensiva del Bayern sbaglia la trappola del fuorigioco e l’attaccante di Essen si infila, bruciando in velocità anche il portiere Jean-Marie Pfaff. Tra lui e la porta non c’è niente, lui avanza e aspetta. Forse troppo. Alla linea dell’area piccola calcia con il numero uno avversario che gli lancia in scivolata. Tutti in campo e fuori si aspettano il gol, ma la palla finisce sulla base del palo. “È stato il momento peggiore, quello in cui mi sono accorto che la sfera non era in rete” dirà 20 anni dopo al “Der Spiegel”, lo stesso Mill. “Vorrei dire che Pfaff mi aveva messo sotto pressione – aggiungerà – ma sono stato solo io”. Quel match terminerà 2-2 e Frank verrà sostituito all’89’. L’errore lo perseguiterà, ben oltre il fischio finale. “Credo che il mio allenatore avrebbe voluto difendermi – dichiarerà allo “Spiegel” – ma le settimane successive sono state difficili per me. Mi prendevano tutti i giro, perfino alcuni miei compagni”.

A fine stagione a Mill, che qualche mese dopo durante un viaggio negli Stati Uniti vide il suo errore addirittura in uno show televisivo, e al Borussia Dortmund, di cui diventerà anni dopo capitano, andrà tutt’altro che male. I gialloneri raggiungeranno la quarta posizione, la migliore dal 1967 e il neoacquisto firmerà 17 reti, formando con Michael Zorc, l’attuale direttore sportivo della società della Ruhr e Dickel, uno dei migliori tridenti del campionato. Mill si ritirerà nel 1996, dopo aver riportato in prima divisione, il Fortuna Düsseldorf. Ora allena con passione i bambini, con un’unica richiesta, come ha raccontato ridendo allo “Spiegel”. “Ragazzi, mi potete chiedere tutto, ma non cosa è successo a Monaco vent’anni fa”. Perché un errore, come un gol, è per sempre.