Wuppertal ’73, una stagione da ricordare

Kaiserslautern, RB Lipsia, Bayern Monaco, Stoccarda, Wuppertaler SV. Sono queste le cinque squadre, che da neopromosse, hanno fatto meglio nella storia della Bundesliga. Diversi club titolati, uno che come il RasenBallsport che sta cercando di imporsi sul palcoscenico tedesco e continentale e un altro, che invece è finito nel dimenticatoio. È il Wuppertaler SV, che nella stagione 2019-2020, milita in Regionalliga West, dopo aver giocato nel 2013-2014 anche in quinta serie, a causa dell’autoretrocessione, voluta dai vertici societari per ripartire dopo i problemi finanziari del club. I rossoblù del Nordrhein-Westfalen però, a partire dal 1954, quando TSG Vohwinkel 80 e SSV 04 Wuppertal si sono uniti per formare l’attuale società, avevano iniziato a frequentare i piani alti del Fußball della Germania Ovest. Nel 1955, per la prima volta, avevano raggiunto la Oberliga West, uno dei cinque gironi dell’allora massima serie della Repubblica Federale. La stella della squadra era il talentuoso centrocampista Horst Szymaniak, che dal ’56 veste anche la maglia della Nazionale (l’unico ad averlo fatto mentre gioca con i “Leoni”) e che nel 1961 verrà in Italia al Catania e poi passerà all’Inter, dove seppur da comprimario, vincerà la Coppa dei Campioni 1963-1964. Il Wuppertaler SV però, quando nel 1963, nasce la Bundesliga non è ai nastri di partenza. Nella stagione precedente si è classificato 15° (e penultimo) nella Oberliga West e i vertici della DFB non l’hanno scelto per la stagione inaugurale del campionato a girone unico.

Per il club del Nordrhein-Westfalen l’approdo nella massima serie negli anni successivi si trasforma in un sogno che sfugge sempre, o quasi, all’ultimo. Tra il 1963 e il 1971, tolto un quindicesimo posto nel 1968, il Wuppertaler SV è regolare protagonista della lotta al vertice della Regionalliga West e della corsa alla Bundesliga. Nel ’64 i rossoblù escono al turno preliminare dei play off promozione, nel ’71 arrivano terzi, con un punto solo, dalla coppia Fortuna Düsseldorf e Bochum, che dopo altre otto partite di post season, approderà in massima serie. Nel 1971-1972 però tutto va come deve andare per il Wuppertaler SV. I renani, trascinati dai 52 gol di Günter Pröpper, dominano la stagione. Sessanta punti su sessantotto disponibili nella Regionalliga West, 111 gol fatti e 23 subiti e percorso netto anche nella Aufstiegrunde, il mini-torneo, articolato su due gironi, che assegna due posti, uno per raggruppamento per la Bundesliga. Otto vittorie su otto match, record ad oggi imbattuto, con l’Osnabrück, l’avversario più vicino, doppiato per punti sommerso da nove gol, a zero, in due match. Per la squadra di Horst Buhtz, scappato dalla DDR nel 1947 e negli anni Sessanta ottimo giocatore di Serie A con il Torino, è arrivato il momento tanto atteso.

In Bundesliga il Wuppertaler SV però ci arriva con un obiettivo minimo: la salvezza. La dirigenza, che di soldi non ne ha molti, conferma in blocco la squadra che ha conquistato la promozione. In un campionato in cui il dominatore assoluto è il Bayern Monaco di Udo Lattek, che si sta preparando per dominare anche in Europa (nel 1973/1974 vincerà la Coppa die Campioni), i rossoblù sono la sorpresa. Occupano per diverse settimane la seconda posizione e alla quinta giornata, quando allo „Stadion am Zoo“ arrivano proprio i bavaresi, Beckenbauer e compagni se ne vanno solo con un punto. Al 90′ è 1-1, dopo che Jürgen Kohle avevano addirittura portato in vantaggio il Wuppertaler SV prima del pareggio di Bernd Dürnberger. Nonostante qualche cedimento nel corso della stagione, i renani concludono con un inaspettato quarto posto, che per il Wuppertaler SV significa la prima (e unica) storica qualificazione alla Coppa UEFA. Il migliore è ancora Günter Pröpper, che si classifica terzo nella classifica marcatori con 21 reti, dietro a Jupp Heynckes del Borussia Mönchengladbach e a Gerd Müller, „re“ con 36 segnature. Sarà il momento più alto del club, che l’anno dopo vivrà comunque una stagione emozionante. A partire dall’esordio europeo con il Ruch Chorzow, dove dopo aver perso ampiamente in Polonia (4-1), al ritorno l’undici di Horst Buhtz dà vita davanti a 13mila spettatori a una rimonta „storica“. Da 3-1 a 5-4, un risultato che però non gli varrà la qualificazione. E per finire all’ultima giornata di Bundesliga, con una salvezza agguantata solo per differenza reti ai danni del Fortuna Colonia con il gol a otto minuti dalla fine di Heinz-Dieter Lömm contro lo Stoccarda. Nel 1974/1975 invece per il Wuppertaler SV andrà tutto storto. Dodici punti, ultimo posto (peggio di loro solo il „mitico“ Tasmania Berlino 1965/1966), retrocessione e un’unica soddisfazione: aver battuto il Bayern Monaco campione d’Europa per 3-1, un traguardo mancato anche nella stagione-da-ricordare 1972/1973. Dopo quel triennio nell’Olimpo del calcio tedesco il Wuppertaler SV non tornerà più in Bundesliga, anche se il ricordo di quell’anno non se n’è mai andato nella mente di chi siede allo „Stadion am Zoo“.

Hermann Gerland, la tigre di Monaco

Hermann ha molta esperienza. Conosce la squadra, le dinamiche e il Bayern. Per questo ho voluto che collaborasse con me”. Così il 4 novembre scorso Hansi Flick neoallenatore ad interim del Bayern Monaco ha annunciato l’”ingaggio” di Hermann Gerland come suo assistente. Per “Tiger” la Tigre, come tutti lo conoscono, si tratta dell’ennesima tappa di una carriera che è iniziata lontano dalla Baviera, a Bochum nella Ruhr, la città dove Hermann è nato nel 1954. Orfano di padre a dieci anni, a 18 debutta in Bundesliga proprio con il club locale. Con la maglia degli “Unabsteigbaren” disputerà tra il 1972 e il 1984 più di 200 partite, prima da attaccante e poi da difensore.

Al Bochum, dove sotto Heinz Höher aveva giocato con la zona mista, una rarità all’epoca nel calcio tedesco, comincia anche la sua esperienza da tecnico, come assistente, prima di esordire in panchina da primo allenatore a Norimberga nel 1988. Due anni dopo la chiamata del Bayern, per seguire la formazione U19 e la squadra riserve, dove avrà alle sue dipendenze due futuri nazionali come Samuel Kuffour e Dietmar Hamann. A caldeggiarlo Jupp Heynckes, con cui aveva duellato in campo. Gerland però si presenta al primo incontro in bermuda e ciabatte. L’allora presidente Fritz Scherer guarda Jupp e gli dice “Ma chi mi hai presentato?”. “Professore, lo guardi con calma. È uno super” la risposta del tecnico. In Baviera rimarrà cinque anni, prima di tornare al Norimberga in 2.Bundesliga, riportare il TeBe Berlin tra i professionisti, retrocedere con l’Arminia Bielefeld e non lasciare il segno con l’Ulm.

Poi nel 2001 una seconda chiamata da Säbener Strasse. È la svolta per il 47enne e per il club bavarese. Nei successivi 18 anni ricoprirà diversi incarichi, tecnico della formazione riserve, più volte vice-allenatore, responsabile del settore giovanile, posizione occupata dal 2017 insieme a Jochen Sauer. Quello che però fa meglio di tutti la “Tigre” è coltivare il talento. E sono tanti quelli che sono cresciuti grazie ai suoi consigli e al suo lavoro quotidiano. A partire da Philipp Lahm, il futuro capitano del Bayern e della Germania campione del mondo. Hermann lo conosce a 17 anni e fin dal match d’esordio in Regionalliga Süd con il Burghausen ne intuisce le potenzialità. All’esordio è perfetto, a detta di Gerland è un 17enne che gioca come un trentenne. In più ha intelligenza e l’atteggiamento giusto. Non esce più dalla formazione titolare. Il tecnico va da Uli Hoeneß e gli dice senza giri di parole. “Devi rinnovare il contratto al piccolino e poi mandarlo in prestito”. Il dirigente lo ascolta, ma ci vuole qualche tempo per trovargli una squadra per fargli fare esperienza. Hans Meyer allenatore del Borussia Mönchengladbach non è convinto, addirittura un manager di Bundesliga chiede a Gerland i soldi del viaggio speso per andarlo a vedere. Il primo a credere a Gerland è Felix Magath, all’epoca allo Stoccarda. “Dove può giocare?” domanda a Hermann. “In tutti i ruoli, difensore destro o sinistro, centrocampista centrale, ala destra”. L’ex calciatore dell’Amburgo lo prende in prestito per due anni. Quando ritorna è già il miglior esterno tedesco.

E poi c’è Thomas Müller, cresciuto da lui e dal suo quasi omonimo Gerd. Il ragazzo, che segna a ripetizione in tutte le partite ufficiali e in allenamento, nel 2009, a 20 anni, è a un passo dall’Hoffenheim. Lo vuole Ralf Rangnick insieme a Holger Badstuber, altro allievo di Gerland. A opporsi ancora la Tigre. “Uli lui ti segna i gol!” dice a Hoeneß per convincerlo. Le due società non trovano l’accordo economico e il “Raumdeuter”, che imita perfettamente il suo mentore delle giovanili, rimane in Baviera per scrivere la storia del club. Insieme a Schweinsteiger, Alaba, Badstuber. Tutti diversi ma con un tratto in comune, condiviso anche con Mats Hummels, avversario e poi compagno di tante battaglie. Essere stati “allevati” come calciatori e uomini da Hermann Gerland, l’uomo che al Bayern coltiva il talento e che ora metterà la sua esperienza al servizio di Hansi Flick.

Borussia Mönchengladbach, la nascita dei “Puledri”

Nel 1964 Mönchengladbach è una semisconosciuta città industriale della Germania Ovest, non lontana dal confine con i Paesi Bassi. A cambiare il corso della storia del centro, famoso soprattutto per l’industria tessile, una firma. È quella che il 27 aprile di quell’anno un 45enne allenatore mette sul contratto che lo lega al Borussia, il club locale di calcio, che milita in Regionalliga, l’allora seconda divisione del calcio tedesco. Nei sei anni precedenti ha diretto il Viktoria Köln, dopo essere stato un buon giocatore e aver insegnato alla Scuola Superiore di Educazione Fisica della città renana (l’incarico lo manterrà fino al 1970). Si chiama Hans “Hennes” Weisweiler e grazie a lui la città del Basso Reno si metterà sulla mappa del mondo. Calcistico e non.

A Helmut Grasshoff, vicepresidente del club, il suo ingaggio l’ha consigliato il ct della Nazionale Sepp Herberger, di cui Hennes è stato anche brevemente assistente subito dopo il Mondiale vinto nel 1954. Grasshoff, che fino al 1991 sarà da general manager una delle anime del ‘Gladbach, non smetterà mai di ringraziarlo. Il tecnico, che aveva allenato anche il Rheydter, formazione di una frazione di Mönchengladbach, infatti rivoluziona rosa e metodi. Con la cessione tra gli altri di Horst-Dieter Höttges al Werder Brema e del cannoniere Uli Kohn, all’Arminia Bielefeld, Weisweiler si ritrova tra le mani una squadra che ha 21 anni e cinque mesi di media, la più giovane di tutta la Regionalliga. Ci sono Herbert Laumen e Jupp Heynckes che insieme hanno vinto il campionato giovanile, c’è il nazionale U20 Werner Waddey, c’è Bernd Rupp prelevato dai dilettanti del SV Wiesbaden e poi c’è un talentuosissimo regista offensivo, prelevato dai rivali locali del 1.Fc Mönchengladbach. È Günter Netzer.

Con questa base Hennes costruisce un’idea di gioco offensiva e propositiva. Lascia libertà di movimento e di creazione ai suoi giocatori, puntando sulle loro caratteristiche forti. Fantasia al potere e gol a pioggia. Nella stagione di Regionalliga 1964/1965, conclusa al primo posto, i gol del ‘Gladbach sono 92, 87 dei quali realizzati dai cinque attaccanti titolari. È nato il “Fohlen-Elf”, la squadra dei puledri, come li definirà il giornalista locale del Rheinische Post Wilhelm August Hurtmanns per il loro ritmo e per la loro (bassa) età media. È iniziato un ciclo, che grazie a una sapiente coltivazione del talento e a innesti mirati, come il 18enne Berti Vogts nel 1965, il laterale offensivo Herbert Wimmer nel 1966 e il libero Sieloff nel 1969, nel 1970 arriva al suo primo titolo nazionale “Siamo sul pallone, giochiamo all’attacco, al contrario difendiamo tutti quando l’avversario è in possesso” scriverà nel 1970 lo stesso Weisweiler, a proposito del suo modo di giocare, che qualcuno soprattutto nei primi anni aveva definito con un filo d’ironia “Vorne Hui, Hinten Pfui”, “Davanti bene,dietro male”. Uno stile, basato su un centrocampo improntato al gioco e un attacco con due ali rapide e una punta brava a capitalizzare il movimento dei compagni, sviluppato in allenamenti duri ma innovativi, con il costante uso del pallone.

Nel 1971 i “Puledri” fanno il bis diventando il primo club a confermare il proprio successo nella Bundesliga dalla sua fondazione e inaugurando una rivalità aspra con il Bayern Monaco di Franz Beckenbauer. Una squadra, quella di Weisweiler, che nel 1971 potrebbe anche provare a dare l’assalto alla Coppa dei Campioni. Lo fermano agli ottavi una lattina, una sentenza del giudice sportivo e una magnifica prestazione difensiva dell’Inter con Ivano Bordon tra i pali. Per il trionfo europeo si dovrà aspettare quattro anni, quando senza Netzer, andato al Real Madrid, dopo essersi autoinserito nella finale di Coppa di Germania, il ‘Gladbach batte nella doppia finale gli olandesi del Twente. Sarà l’ultimo alloro di Weisweiler, che approderà al Barcellona prima e poi al Colonia, la città a cui era più legato e dove aveva vissuto anche durante la sua esperienza con i Borussen. Quando lascia la città vicino al confine olandese il calcio lì e in Germania è cambiato, anche grazie a lui: se è vero la via dove si trova il Borussia Park si chiama Hennes Weisweiler-Allee e se il corso di formazione di allenatori della DFB a Colonia da cui è uscita più di una generazione di tecnici tedeschi porta il suo nome.