Hermann Gerland, la tigre di Monaco

Hermann ha molta esperienza. Conosce la squadra, le dinamiche e il Bayern. Per questo ho voluto che collaborasse con me”. Così il 4 novembre scorso Hansi Flick neoallenatore ad interim del Bayern Monaco ha annunciato l’”ingaggio” di Hermann Gerland come suo assistente. Per “Tiger” la Tigre, come tutti lo conoscono, si tratta dell’ennesima tappa di una carriera che è iniziata lontano dalla Baviera, a Bochum nella Ruhr, la città dove Hermann è nato nel 1954. Orfano di padre a dieci anni, a 18 debutta in Bundesliga proprio con il club locale. Con la maglia degli “Unabsteigbaren” disputerà tra il 1972 e il 1984 più di 200 partite, prima da attaccante e poi da difensore.

Al Bochum, dove sotto Heinz Höher aveva giocato con la zona mista, una rarità all’epoca nel calcio tedesco, comincia anche la sua esperienza da tecnico, come assistente, prima di esordire in panchina da primo allenatore a Norimberga nel 1988. Due anni dopo la chiamata del Bayern, per seguire la formazione U19 e la squadra riserve, dove avrà alle sue dipendenze due futuri nazionali come Samuel Kuffour e Dietmar Hamann. A caldeggiarlo Jupp Heynckes, con cui aveva duellato in campo. Gerland però si presenta al primo incontro in bermuda e ciabatte. L’allora presidente Fritz Scherer guarda Jupp e gli dice “Ma chi mi hai presentato?”. “Professore, lo guardi con calma. È uno super” la risposta del tecnico. In Baviera rimarrà cinque anni, prima di tornare al Norimberga in 2.Bundesliga, riportare il TeBe Berlin tra i professionisti, retrocedere con l’Arminia Bielefeld e non lasciare il segno con l’Ulm.

Poi nel 2001 una seconda chiamata da Säbener Strasse. È la svolta per il 47enne e per il club bavarese. Nei successivi 18 anni ricoprirà diversi incarichi, tecnico della formazione riserve, più volte vice-allenatore, responsabile del settore giovanile, posizione occupata dal 2017 insieme a Jochen Sauer. Quello che però fa meglio di tutti la “Tigre” è coltivare il talento. E sono tanti quelli che sono cresciuti grazie ai suoi consigli e al suo lavoro quotidiano. A partire da Philipp Lahm, il futuro capitano del Bayern e della Germania campione del mondo. Hermann lo conosce a 17 anni e fin dal match d’esordio in Regionalliga Süd con il Burghausen ne intuisce le potenzialità. All’esordio è perfetto, a detta di Gerland è un 17enne che gioca come un trentenne. In più ha intelligenza e l’atteggiamento giusto. Non esce più dalla formazione titolare. Il tecnico va da Uli Hoeneß e gli dice senza giri di parole. “Devi rinnovare il contratto al piccolino e poi mandarlo in prestito”. Il dirigente lo ascolta, ma ci vuole qualche tempo per trovargli una squadra per fargli fare esperienza. Hans Meyer allenatore del Borussia Mönchengladbach non è convinto, addirittura un manager di Bundesliga chiede a Gerland i soldi del viaggio speso per andarlo a vedere. Il primo a credere a Gerland è Felix Magath, all’epoca allo Stoccarda. “Dove può giocare?” domanda a Hermann. “In tutti i ruoli, difensore destro o sinistro, centrocampista centrale, ala destra”. L’ex calciatore dell’Amburgo lo prende in prestito per due anni. Quando ritorna è già il miglior esterno tedesco.

E poi c’è Thomas Müller, cresciuto da lui e dal suo quasi omonimo Gerd. Il ragazzo, che segna a ripetizione in tutte le partite ufficiali e in allenamento, nel 2009, a 20 anni, è a un passo dall’Hoffenheim. Lo vuole Ralf Rangnick insieme a Holger Badstuber, altro allievo di Gerland. A opporsi ancora la Tigre. “Uli lui ti segna i gol!” dice a Hoeneß per convincerlo. Le due società non trovano l’accordo economico e il “Raumdeuter”, che imita perfettamente il suo mentore delle giovanili, rimane in Baviera per scrivere la storia del club. Insieme a Schweinsteiger, Alaba, Badstuber. Tutti diversi ma con un tratto in comune, condiviso anche con Mats Hummels, avversario e poi compagno di tante battaglie. Essere stati “allevati” come calciatori e uomini da Hermann Gerland, l’uomo che al Bayern coltiva il talento e che ora metterà la sua esperienza al servizio di Hansi Flick.

Il Mondiale mancato di Willi Lippens

Con me l’Olanda nel 1974 avrebbe vinto il Mondiale. E ci sarebbe stato solo un tedesco campione del mondo”. È questo il pensiero che Willi Lippens, all’epoca 29enne bandiera del Rot-Weiss Essen, ripete ai giornalisti ogni volta che glielo chiedono. Lo fa dal 7 luglio 1974, da quando la Germania Ovest di Franz Beckenbauer ha conquistato la Coppa del Mondo, battendo l’Olanda di Johan Cruijff. Quella partita per Lippens, ala talentuosissima con il vizio del gol, non è un match qualsiasi. Perché Willi, nato nel 1945 a Hau e cresciuto a Kleve, nella parte occidentale del Nordrhein-Westfalen, al confine tra i Paesi Bassi e la Repubblica Federale, è figlio di una donna tedesca e di un uomo olandese. Lui, che nel ’74 ha già segnato più di 150 gol con i biancorossi, la finale dell’Olympiastadion la potrebbe disputare con una delle due maglie. Indifferentemente, visto che ha il doppio passaporto. Con la maglia oranje ha giocato nel 1971, sotto la gestione del ct di origine cecoslovacca František Fadrhonc, una partita di qualificazione agli Europei ’72 contro il Lussemburgo. Sul campo è andata bene (6-0 con una rete per Lippens), molto meno bene è andata fuori. L’impatto con i compagni è pessimo: mentre vanno alla partita Rinus Israël, capitano del Feyenoord e una delle colonne della squadra, sente alla radio una stazione tedesca che trasmette Schlagermusik, tipica della Repubblica Federale. La leggenda racconta che abbia esclamato “Non posso sopportare questa musica da nazisti”. E il suo compagno Wim Van Hanegem non lo sopporta perché è tedesco (ha perso parte della famiglia durante la guerra) e lo prende in giro perché parla come Paperino. Quella sarà l’unica presenza con l’Olanda di Lippens.

Come Fadrhonc anche Helmut Schön, ct della Germania Ovest ha cercato il ragazzo del Rot-Weiss Essen. A bloccare una possibile convocazione è lo stesso giocatore. Non perché non voglia, ma perché a non volere è suo padre, che durante la guerra era stato perseguitato dai tedeschi. “Mi ha detto – ricorderà Willi anni dopo – che avessi giocato per la Germania, non mi avrebbe più fatto entrare in casa”. Non aver giocato un Mondiale ed essere stato di fatto una “comparsa” sulla scena internazionale non cancella la carriera di Lippens, che al di là dei numeri (più di 200 reti a Essen, più del suo idolo Helmut Rahn) ha molto da raccontare. Willi, soprannominato da un giornalista “Ente”, papera, per il suo caratteristico modo di correre, è stato un giocatore geniale, capace di proporre giocate raffinate e fantasiose, ma anche uno dei personaggi più controcorrente del calcio tedesco degli Anni Sessanta e Settanta. Uno che nel 1965, durante un tesissimo derby tra Rot-Weiss Essen e Westfalia Herne, dopo essere stato maltrattato dai difensori, accenna una reazione e viene redarguito dall’arbitro. “La avverto” lo mette in guardia il direttore di gara. “Ich danke Sie”, La ringrazio, la risposta fulminea di Lippens (con un errore di grammatica). Espulso e due settimane di squalifica per “comportamento irriguardoso”. O uno che prima di una partita casalinga con il Bayern propose al portiere avversario Sepp Maier di fare un siparietto, con il giocatore ospite che gli avrebbe giocato il pallone sul rinvio e lui glielo avrebbe restituito. Ovviamente la risposta del numero uno anche della Nazionale fu un “no”.

Uno che parlava tanto, pure troppo in campo e che aveva una vittima privilegiata, Berti Vogts, il terzino del Borussia Mönchengladbach. Lippens lo instupidisce a parole e a dribbling.”Quando sapeva che avrebbe giocato contro di me – racconterà in un’intervista a RP Online Willi, che al contrario soffriva tantissimo le “cure” di Hermann Gerland del Bochum– già una settimana prima era nervoso”. Un tipo particolare, che dopo aver giocato per il Borussia Dortmund, aver fatto un breve passaggio negli USA ai Dallas Tornado e aver chiuso tra Rot- Weiß Oberhausen e l’amato Rot-Weiss Essen si è staccato quasi completamente dal mondo del calcio professionistico. Con i dollari “leicht verdient”, guadagnati facilmente negli States, ha aperto un ristorante a Bottrop, non lontano da Gelsenkirchen. E indovinate come si chiama? Ich danke Sie. Nel 2015 un’ultima incursione, piccola, nel Fussball. Il Rot-Weiss Essen, che gli ha dedicato una tribuna del nuovo stadio, per il suo 70simo compleanno gli vuole far giocare almeno un minuto con la tanto amata maglia biancorossa. Non ci riuscirà, ma solo perché la situazione di classifica del club non è così stabile. Ma Willi, la papera, l’ha presa sul ridere. Come sempre.