St.Pauli, il potere della carne

Centodieci (metaforiche) candeline. Sono quelle che il 15 maggio ha spento il St.Pauli. Il club di Amburgo, che è tornato in campo come tutta la 2.Bundesliga lo scorso week end, è famoso tra i tifosi di tutto il mondo soprattutto per la sua identità: multiculturale, contraria a ogni discriminazione e con un forte connotazione di impegno sociale. I “Kiezkicker” però, qualche pagina importante della storia del calcio tedesco l’hanno scritta anche sul campo. Una, quella sportivamente più rilevante, risale agli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale e deve molto a Karl Miller. Classe 1913, nativo proprio di Amburgo a 20 anni esordisce con il St.Pauli, dove è una presenza fissa nella squadra che oscilla più o meno regolarmente tra la Gauliga Nordmark, la massima serie regionale e la Bezirkliga, la seconda divisione. Nel 1940 il difensore viene arruolato nell’esercito e trasferito a Dresda. Lì ha la possibilità di vestire, come Gastspieler, “giocatore ospite”, la maglia del Dresdner SC, in quel momento uno dei club più forti del campionato tedesco. Al fianco di grandi calciatori come Richard Hoffmann ed Helmut Schön conquista due Tschammerpokal, la “mamma” della Coppa di Germania e partecipa regolarmente alla fase finale del campionato tedesco. In più Miller riesce nel 1941 a debuttare con la Nazionale di Sepp Herberger contro l’Ungheria. Nel 1942 la Wehrmacht lo “rimanda” ad Amburgo, dove è una delle anime del LSV Hamburg, la formazione legata all’aviazione, che nel 1943 vince ai supplementari un’altra Tschammerpokal e che nel ’44 perde la finale del campionato proprio contro la sua ex formazione, il Dresdner.

Con la fine della guerra non si esaurisce la passione per il calcio dell’ormai ultratrentenne Miller. Già da prima del conflitto Karl è famoso per essere un grande uomo di relazione, con molte conoscenze tra giocatori e dirigenti. È l’uomo perfetto per il St.Pauli che sta provando a riorganizzarsi fuori e dentro il campo. Il difensore è parte attiva nella “campagna acquisti” che mette le basi per quello che è per tutti i tifosi dei “Kiezkicker”, il “Wunderelf”, “la squadra delle meraviglie”. Miller pesca soprattutto da Berlino, dove recluta Hans Appel e il portiere Willi Thiele e dalle macerie sportive del Dresdner SC. Dresda è in quel momento occupata dalle truppe sovietiche e vive una situazione economica e sociale drammatica. Convincere calciatori come Walter Dzur, Heinz Hempel, Heinrich Schaffer non è difficile. Gli argomenti sono semplici: la possibilità di andarsene dalla zona di occupazione sovietica, di giocare in un’ottima squadra e in uno stadio nuovo di zecca (il Millerntor era stato ricostruito e inaugurato nel 1946), ma soprattutto di mangiare. E bene. Qui Miller ci mette del suo, letteralmente. Suo padre infatti ha un negozio di macelleria al numero 39 di Wexstrasse, non lontano dal centro di Amburgo. Da lì Karl fa arrivare ai suoi compagni razioni copiose di salsicce e polpette, altrimenti difficilmente acquistabili a pezzi accessibili per i “Kiezkicker”. Tra quelli che si fanno convincere c’è anche Helmut Schön, futuro ct della Germania Ovest campione d’Europa e del mondo. Nel 1947 la permanenza dell’”uomo con il cappello” in riva al Mare del Nord è però una breve parentesi. Tre partite, nessun gol e qualche dubbio, espresso dallo stesso Schön sulla regolarità del tesseramento.

Helmut si perde i momenti migliori del “Wunderelf”, che tra il 1948 e il 1951, è una presenza fissa nella fase finale del campionato tedesco. Nel luglio 1948 in piena crisi di Berlino, i “Kiezkicker” viaggiano verso la città del Brandeburgo per affrontare nei quarti di finale del torneo per il titolo l’Union Oberschöneweide 06, squadra della zona sovietica di Berlino e antenata dell’Union, che oggi gioca in Bundesliga. All’”Olympiastadion” sarà un trionfo, con un rotondo 7-0 per gli amburghesi. Una delusione invece sarà la semifinale disputata sul neutro di Mannheim con il Norimberga. Dopo essere stati sotto 2-0, il St.Pauli rimonta, ma un gran gol di Hans Pöschl porta i bavaresi in finale. I “Kiezkicker” non arriveranno mai più così vicini a un titolo tedesco. Nel 1950 Miller si ritira a 37 anni e un anno dopo nel 1951 il St.Pauli chiude ultimo uno dei due gironi della fase finale del campionato tedesco. È l’ultima recita del “Wunderelf”, i cui membri però rimarranno sempre legati, tanto che Heinz Hempel, uno dei “Fleisch-Legionäre”, letteralmente “emigranti della carne”, sarà per lungo tempo allenatore del St.Pauli. Dove nessuno ha dimenticato quei momenti in cui il club era tra i grandi del calcio tedesco. Anche sul campo.

1944-1945, quando il Fußball si è fermato

La Bundesliga è ferma, causa coronavirus e il calcio tedesco, insieme a quello europeo, si interroga su quando si potrà tornare a giocare. Tra le varie ipotesi ventilate in queste settimane,  c’è quella di sospendere definitivamente il campionato (ad ora la più remota, almeno per la massima serie). In più di un secolo di Fußball è successo solo una volta che un torneo non fosse terminato. È capitato esattamente 75 anni, nel 1945. La Germania di Hitler, che nel 1939 aveva invaso la Polonia, dando avvio alla seconda guerra mondiale, è sull’orlo del precipizio. E lo sport, il calcio in particolare, ne risente.

Con l’inasprirsi del conflitto, in particolare con l’Invasione dell’Unione Sovietica, molti sportivi e diversi calciatori sono stati arruolati e mandati al fronte. La Nationalmannschaft ha giocato l’ultimo match nel novembre del ’42 a Bratislava contro la Slovacchia, non a caso, uno stato creato ad hoc dal Terzo Reich dopo lo smembramento della Cecoslovacchia. È la 100sima vittoria della Nazionale e il match in cui Paul Janes, ufficialmente arruolato in Marina, lui che non sa nuotare, ha festeggiato il record di presenze nella selezione tedesca (71), primato poi battuto nel 1970 da Uwe Seeler. Il campionato invece è andato avanti per due stagioni. Non era un campionato a girone unico, ma era articolato come dal ’33 tra Gauligen, i campionati regionali (che dal 1939 comprendevano anche le regioni occupate come l’Austria, l’Alsazia o i Sudeti) e una fase finale con le vincitrici dei singoli tornei. In entrambi i casi aveva trionfato il Dresdner SC, che aveva battuto in finale rispettivamente il Saarbrücken e il LSV Hamburg, club emanazione della Luftwaffe, l’aeronautica tedesca. Nel secondo successo, nell’ultimo atto, il 3-0 l’aveva firmato Helmut Schön, il futuro ct della Nazionale campione del mondo del ’74.

Pochi mesi dopo quella vittoria nella primavera del 1945, però la situazione, a livello ambientale, era decisamente cambiata. E non in meglio per il Terzo Reich. A est l’Armata Rossa premeva e gli Alleati compivano frequenti incursioni aree sul territorio tedesco. Giocare a calcio diventava un pericolo. Alcune Gauliga, per esempio quella della Prussia Orientale, la regione tra l’attuale Russia e Lituania all’epoca parte della Germania, non cominciarono neppure vista la pressione delle truppe sovietiche, altre invece iniziarono, per poi non finire. Al sud, nella Gauliga Bayern, non si giocarono tutte le partite con una squadra, il Luftwaffen SV Fürstenfeldbruck, che si era ritirata e i suoi giocatori erano stati arruolati nel marzo 1945. Un torneo incompleto in cui il Bayern Monaco, in testa alla classifica al momento dell’interruzione, era già di fatto irraggiungibile dalle inseguitrici, primi tra tutti i rivali cittadini del Monaco 1860. E proprio un Münchner Derby era stato il 22 aprile 1945, otto giorni prima del suicidio di Hitler e due settimane prima della resa tedesca, l’ultimo incontro ufficiale del calcio tedesco sotto il nazionalsocialismo. Vittoria in trasferta 3-2 per il Bayern, con la partita disputata non al Grünwalder Stadion, distrutto dalle bombe, ma sul terreno di gioco dei tranvieri, a Giesing. Tra i vincitori molti, come Hans Leibach, autore di una doppietta e di Franz Loogen, sono Gastspieler, “calciatori ospiti”, trasferiti lì per altre ragioni, soprattutto l’impiego in unità militari.

Franz Loogen/Foto DFB

La partita di Monaco è l’ultimo match ufficiale durante il nazionalsocialismo ma non l’ultimo in assoluto. Sì, perché a Nord, dove le truppe alleate arriveranno praticamente a inizio maggio si gioca ancora. Anzi, ad Amburgo, la Gauliga è terminata con poche (e ininfluenti) partite saltate. Il campione è l’Amburgo che il 29 aprile sfida l’Altona 93, secondo in classifica, in un’amichevole. Finisce 4-2 per l’HSV, Poco meno di una settimana dopo, la Germania si arrende. La fase finale non ha luogo. È l’unico caso in cui un campionato tedesco comincia ma non finisce per motivi extracalcistici. Il Fußball si rimetterà in moto, nelle zone occupate dagli Alleati occidentale, a novembre di quell’anno. Nove anni dopo, nel 1954, la Germania, allora dell’Ovest vince il suo primo Mondiale. In campo c’è anche uno dei protagonisti di quei giorni. È Franz Loogen. Non gioca, ma porta la valigetta del medico, visto che è il dottore ufficiale della Nationalmannschaft di Sepp Herberger e Fritz Walter.

“L’umiliazione di Tirana”, la Corea dei tedeschi

Da quando esistono Mondiali ed Europei la Nazionale tedesca, entrata proprio sabato nelle 24 squadre della prossima massima rassegna continentale, ha mancato solo una volta l’appuntamento con la qualificazione. È il 17 dicembre 1967 e la Germania, allora dell’Ovest, vice campionessa del mondo solo un anno prima in Inghilterra, si sta giocando per la prima volta il pass per Euro ’68. I tedeschi di Helmut Schön sono inseriti nel gruppo 4, l’unico degli otto a essere composta da tre squadre. Alla Germania sono toccate la temibile Jugoslavia e l’Albania. A 90 minuti dal termine del raggruppamento i Plavi, che non devono più giocare, sono in testa con sei punti (+5 di differenza reti), seguiti dai tedeschi dell’Ovest con quattro (+7 di differenza reti) e infine ci sono le Aquile, a quota zero. In altre parole nell’ultimo match a Tirana alla Germania basta vincere contro i padroni di casa per staccare il biglietto per i quarti di finale che se superati danno accesso poi alla fase finale vera e propria. Media e addetti ai lavori sono fiduciosi, anche perché all’andata otto mesi prima al Rote Erde di Dortmund è finita 6-0 per i vicecampioni del mondo. “In Albania potrebbero andare il Norimberga e l’Eintracht Braunschweig, senza che possa succedere nulla”, dichiara alla vigilia del match Max Merkel, allenatore campione di Germania con il Monaco 1860 e in quel momento sulla panchina proprio del Nürnberg. I tedeschi volano nel Paese delle Aquile senza diversi uomini chiave, come Franz Beckenbauer, Uwe Seeler e Gerd Müller, che non essendo in buone condizioni hanno preferito non partecipare alla trasferta, che Willi Schulz definirà anni dopo “un viaggio sulla Luna”. “Non c’erano carne e pane, ma solo uova, provenienti da un’azienda nazionalizzata” preciserà il difensore.

Nonostante le assenze però la squadra che il ct Schön può schierare è assolutamente di livello. Oltre a Schulz, ci sono altri quattro superstiti della finale di Wembley ’66, la regia è affidata alla coppia Netzer-Overath, in più c’è Peter Meyer che debutta nella Nationalmannschaft. Sul prato dello stadio Qemal Stafa, colmo di 30mila spettatori, l’undici di Schön affronta una squadra con due esordienti, il portiere Koço Dinella e Frederik Gjinali e una stella Panajot Pano, colonna del Partizan Tirana e attaccante di classe sopraffina. In panchina Loro Boriçi, leggenda del calcio albanese e per due stagioni, a inizio anni Quaranta, calciatore della Lazio. I tedeschi pensano che sia poco più che una scampagnata. Ma tutto è più difficile del previsto. Buttano alle ortiche il primo tempo, complice anche la difficile coesistenza tra Overath e Netzer, nel secondo premono davanti alla porta di Dinella. Che però rimane inviolata, con i giocatori della Nationalmannschaft sempre più nervosi. “Ci rendevamo conto che avessimo continuato a giocare – racconterà anni dopo il difensore Bernd Patzke, che nel 1970 sarà in campo nella partita del secolo contro l’Italia – non avremmo segnato”. Lo 0-0, l’unico risultato utile dell’Albania contro la Nazionale tedesca, manda ai quarti la Jugoslavia (poi finalista perdente con gli azzurri a Roma) ed elimina la Germania Ovest.

Per gli albanesi è trionfo, tanto che al fischio finale i protagonisti sono portati a spalla dalla folla. Per i tedeschi, insultati anche dal personale dall’aereo che li riporta a casa, è un fiasco, che molti tifosi vedono in ritardo di almeno 24 ore, visto che del match non è stata trasmessa la diretta ma solo un’ampia sintesi. “Un giorno nero per il calcio tedesco” titola Kicker, “Sport” di una “delusione gigantesca”. Più di qualcuno, come la “Bild” chiede la testa del ct Schön (“è andato tutto storto” dichiara a fine partita il commissario tecnico), caldeggiando l’ingaggio di Max Merkel. Per fortuna i vertici della DFB non lo ascoltano. Perché cinque anni dopo nel 1972, l’Europeo i tedeschi lo vinceranno e sette anni dopo Overath e Netzer, due dei grandi “imputati per quella sconfitta, alzeranno la Coppa del Mondo. Anche se la stella del ‘Gladbach ha ricordato che “la vergogna di Tirana” lo e li perseguiterà per tutta la vita.

Uwe Seeler e un pomeriggio a Belfast

Lunedì sera al Windsor Park di Belfast alla Germania di Joachim Löw, reduce dalla sconfitta casalinga con l’Olanda, servirà una vittoria contro l’Irlanda del Nord per continuare al meglio il suo percorso verso Euro 2020. Lì nel capoluogo dell’Ulster la Nationalmannschaft ha già scritto una volta un pezzo importante della sua storia. Ottobre 1960, a nemmeno due anni dall’ultimo mondiale in Svezia, la Germania allora dell’Ovest inizia il suo cammino verso la rassegna iridata di Cile ’62. La formazione, arrivata quarta nel ’58, è inserita in uno degli otto gironi da tre squadre, che insieme a due mini-raggruppamenti da due, costituiscono le qualificazioni della zona UEFA. Chi vince la poule, vola in Sudamerica.

L’urna accoppia i tedeschi alla modesta Grecia e all’Irlanda del Nord. Che al contrario degli ellenici è tutt’altro che una squadra di sprovveduti. Nel ’58 hanno partecipato al loro primo Mondiale e sono zeppi di calciatori della First Division inglese. Billy Bingham, il centrocampista del Luton Town e prima del Sunderland che da allenatore guiderà quella Nazionale a Spagna ’82, Danny Blanchflower, il regista dell’ultimo Tottenham campione d’Inghilterra e Peter McParland che a Malmö, quando Germania Ovest e Irlanda del Nord si erano incontrati alla Coppa del Mondo aveva segnato due gol, facendo ammattire la difesa tedesca. In porta c’è Jack McClelland, numero uno dell’Arsenal e sostituto per l’occasione di Harry Gregg, l’uomo che difende i pali del Manchester United e che nel ’58, lo stesso anno in cui era stato per distacco il miglior portiere del Mondiale impressionando pure Uwe Seeler (nella sua biografia gli ha dedicato un capitolo), era sopravvissuto comportandosi da eroe al disastro di Monaco in cui erano scomparsi molti dei suoi compagni ai Red Devils. È questo lo scheletro della squadra che il 26 ottobre ’60 attende la Germania Ovest a Windsor Park, insieme a 40mila spettatori. I tedeschi, guidati in panchina dal vice-allenatore Helmut Schön e in tribuna dal “capo” Sepp Herberger, vanno in campo con una formazione coraggiosa. C’è un debuttante, Günter Herrmann, centrocampista del Karlsruhe, tre calciatori alla seconda presenza, tra cui il 35enne Richard Kreß e uno, lo stopper del Colonia Leo Wilden, alla terza.

L’undici messo in campo, dove spicca un giovanissimo Karl-Heinz Schnellinger, sembra un azzardo ma funziona. Al 6′ i tedeschi sono avanti 1-0 grazie a un bel tiro dal limite dell’area di Albert Brülls, anche se i nordirlandesi pareggiano al 21′ con la rete su indecisione della difesa ospite di Billy McAdams, attaccante del Bolton, famoso per la sua precisione in zona gol ma anche per le sue protesi dentarie che rimuoveva per giocare. McAdams raddoppia di testa poco all’intervallo, ma tra il 53′ e il ’54 gli uomini di Herberger la ribaltano. Con una rete di Seeler in mischia e una di Charly Dörfel, il “gemello” di Uwe all’Amburgo bravissimo a trasformare al volo un cross dalla destra. Lo stesso giocatore del HSV farà anche il 4-2 che metterà al sicuro in risultato, anche se i padroni di casa segneranno ancora con il “solito” McAdams, in più che sospetta posizione di fuorigioco allo scadere.

La Germania Ovest ha vinto, come farà al ritorno in un Olympiastadion di Berlino stracolmo e in tutte le partite del girone. Il successo di Seeler e compagni è storico, non solo per il calcio tedesco. Nessuna Nazionale continentale aveva mai battuto l’Irlanda del Nord sul suo terreno. Un trionfo, che oltre a esaltare i media della BRD (“Sono gettate le basi per una nuova squadra” scriverà Sport-Magazin), colpisce anche gli sconfitti, che a fine partita chiedono agli avversari le loro maglie. A Seeler l’Irlanda rimarrà nel cuore. A quella del Nord segnerà altre due reti, una proprio a Windsor Park alla vigilia del Mondiale ’66, nell’Eire invece, ormai ritirato, giocherà nel 1978 con la maglia del Cork Celtic, l’unica partita disputata senza la casacca dell’Amburgo o della Nationalmannschaft.

FC Saarbrücken, quattro gol per la Storia

Il Cinque aprile 2011 lo Schalke 04, da poche settimane in mano a Ralf Rangnick, sorprende l’Europa. Nell’andata dei quarti di finale di Champions League i Knappen, fino a qualche settimana prima guidati da Felix Magath, battono l’Inter di Leonardo al “Meazza”. E lo fanno con un risultato straordinario: 2-5, firmato da Matip, Raúl e dalla doppietta del brasiliano Edu più l’autogol di Ranocchia. Quell’impresa, oltre a valere allo Schalke di fatto una qualificazione storica alle semifinali, stabilisce anche un nuovo record, quello della vittoria con più gol di un club tedesco in Italia nelle Coppe Europee. Un primato che resisteva da quasi 56 anni e che era detenuto da un club, il FC Saarbrücken, oggi in quarta serie, che nel 1955 quando l’aveva conseguito, non era tedesco. O almeno non ancora. I neroazzurri infatti erano i rappresentanti della Saar, la regione al confine della Francia di cui Saarbrücken è capoluogo e che dal 1947 era diventato un protettorato francese, dopo essere stato occupato dagli Alleati nel 1945.

Uno Stato che aveva un parlamento, una costituzione, una moneta propria, ma anche delle istituzione sportivi, come la Saarländischer Fußballverband, la Federazione calcistica locale, fondata nel 1948 e presieduta dal 1950 da Hermann Neuberger, futuro capo della Federcalcio tedesca. Nonostante la situazione politicamente intricata ed economicamente complicata, il calcio nella Saar infatti non si è mai fermato. Dal 1945 i club della regione disputano i campionati in Germania, ma nel ’48 tutto cambia. Alle società locali viene proibito di giocare nelle leghe tedesche e imposto di disputare i tornei in Francia. In più la SFB, che nel ’50 prima della “sorella” DFB sarà ammessa alla FIFA, comincia a organizzare la Ehrenliga, la massima divisione della Saarland. Il Saarbrücken viene incluso nella seconda serie francese, fuori classifica e dato che si considera troppo forte per quel campionato manda la squadra riserve a disputare la Ehrenliga.

Dodici mesi più tardi, nel 1949 dopo aver vinto ufficiosamente la D2, il Saarbrücken, o meglio il Sarrebruck chiede addirittura l’ammissione alla Federazione francese presieduta da Jules Rimet ma i club, soprattutto quelli di Alsazia e Lorena obbligato durante la guerra a giocare nella Gauliga tedesca, dicono “no”. Così, per due anni, fino al ritorno (calcistico) in Germania delle squadre della Saar (c’era anche il Borussia Neukirchen), la prima squadra del Saarbrücken scenderà in campo solo per amichevoli e per la Internationaler Saarlandpokal , torneo a inviti organizzato dallo stesso club. E nella Oberliga Südwest, uno dei cinque gironi della allora massima serie del calcio tedesco, dove era stato inserito nel 1951 i neroazzurri fanno tutt’altro che male. Lo vincono nel 1952 e fino al 1955 non scenderanno mai sotto il quinto posto. Proprio in quest’ultima stagione il Saarbrücken manca la qualificazione alla fase finale, ma con la terza piazza si guadagna un posto nella neonata Coppa dei Campioni, organizzata dalla UEFA. Non come rappresentante della Germania (sarà il Rot-Weiss Essen di Helmut Rahn), ma della Saarland, che nel 1954, è stata una delle associazioni fondatrici della confederazione europea.

Il primo turno, che non è sorteggiato ma è stato deciso a tavolino dagli organizzatori è davvero ostico. Gli avversari infatti sono i campioni d’Italia del Milan. Hector Puricelli, tecnico dei rossoneri, ha a disposizione una rosa di altissima qualità, tre nomi su tutti: Cesare Maldini, Nils Liedholm e Juan Alberto Schiaffino. L’andata del doppio confronto è fissato per giovedì primo novembre 1955 a “S.Siro”. Non è una data qualsiasi, soprattutto per gli ospiti. Dieci giorni prima, il 23 ottobre, gli abitanti della Saarland hanno bocciato il referendum con ampia maggioranza che proponeva la nascita di uno stato indipendente sotto egida internazionale, dando di fatto il via al processo di ricongiungimento con la Germania. I nerazzurri, allenati da Hans Tauchert, allievo di Otto Nerz e tecnico multisport (nel 1933 aveva conquistato un titolo tedesco di pallamano con il Waldhof Mannheim) arrivano a Milano (in treno, tre giorni di viaggio) da assoluti outsider.

Anche se sono tutti dilettanti, per esempio Herbert Martin era un impiegato, non sono però la classica “cenerentola”. Anzi. Sono un gruppo affiatato e hanno una più che discreta esperienza internazionale. Nel 1951 hanno battuto al vecchio “Chamartin” 4-0 il Real Madrid e Jules Rimet, parlando di loro, li ha definiti “la squadra più interessante del Continente”. Molti poi come Werner Otto, l’unico calciatore che insieme a Herbert Binkert nel 2019 può ancora raccontare del FCS-Wunderteam, hanno anche giocato con la maglia della Nazionale della Saarland, allenata da Helmut Schön, che ha conteso a Norvegia e Germania Ovest, il pass per i Mondiali ’54, vinti proprio dalla Nationalmannschaft.

I 18mila spettatori di “San Siro” sono comunque convinti che in campo, agli ordini di Gottfried Dienst, il futuro arbitro di Inghilterra-Germania ’66, ci sarà poca storia. Al 5′ c’è già un gol, ma è del Saarbrücken con Peter Krieger. Il vantaggio dura poco, con i rossoneri che riescono prima a impattare con Frignani, poi a passare avanti grazie alle reti di Schiaffino e Dal Monte. La squadra della Saarland è però tutt’altro che in balia degli avversari e quando punge fa male. Come al 43′ quando Waldemar Philippi accorcia sul 3-2. La ripresa per il Milan è ancora più difficile. Il Saarbrücken corre, lotta e segna. Due volte, a cavallo di metà ripresa. Con Karl Heinz-Schirra e Herbert Martin. Sì l’impiegato. Il risultato 4-3 non cambierà più. I nerazzurri diventano la prima squadra con base in Germania a vincere un match in una competizione europea. Quell’impresa servirà a poco, perché il 23 novembre al ritorno il Milan vincerà 4-1, dopo essere stato bloccato sul 1-1 per più 75′ dal gol di Herbert Binkert, uno dei più talentuosi della squadra, assente a Milano per infortunio.

Quel doppio confronto sarà l’unico e l’ultimo della storia del Saarbrücken e di un club proveniente dalla Saarland. Poco più di un anno dopo quella sfida, il 1 gennaio 1957, infatti la regione diventerà il decimo Land della Germania Ovest. Chi tornerà nell’Europa calciastica sarà due stagioni dopo il tecnico del Saarbrücken Tauchert, ma sulla panchina del Borussia Dortmund. E non gli andrà bene. Ai quarti di finale uscirà, proprio a “San Siro”, contro il Milan, ancora un 4-1, con ancora Nils Liedholm in campo.

Il Mondiale mancato di Willi Lippens

Con me l’Olanda nel 1974 avrebbe vinto il Mondiale. E ci sarebbe stato solo un tedesco campione del mondo”. È questo il pensiero che Willi Lippens, all’epoca 29enne bandiera del Rot-Weiss Essen, ripete ai giornalisti ogni volta che glielo chiedono. Lo fa dal 7 luglio 1974, da quando la Germania Ovest di Franz Beckenbauer ha conquistato la Coppa del Mondo, battendo l’Olanda di Johan Cruijff. Quella partita per Lippens, ala talentuosissima con il vizio del gol, non è un match qualsiasi. Perché Willi, nato nel 1945 a Hau e cresciuto a Kleve, nella parte occidentale del Nordrhein-Westfalen, al confine tra i Paesi Bassi e la Repubblica Federale, è figlio di una donna tedesca e di un uomo olandese. Lui, che nel ’74 ha già segnato più di 150 gol con i biancorossi, la finale dell’Olympiastadion la potrebbe disputare con una delle due maglie. Indifferentemente, visto che ha il doppio passaporto. Con la maglia oranje ha giocato nel 1971, sotto la gestione del ct di origine cecoslovacca František Fadrhonc, una partita di qualificazione agli Europei ’72 contro il Lussemburgo. Sul campo è andata bene (6-0 con una rete per Lippens), molto meno bene è andata fuori. L’impatto con i compagni è pessimo: mentre vanno alla partita Rinus Israël, capitano del Feyenoord e una delle colonne della squadra, sente alla radio una stazione tedesca che trasmette Schlagermusik, tipica della Repubblica Federale. La leggenda racconta che abbia esclamato “Non posso sopportare questa musica da nazisti”. E il suo compagno Wim Van Hanegem non lo sopporta perché è tedesco (ha perso parte della famiglia durante la guerra) e lo prende in giro perché parla come Paperino. Quella sarà l’unica presenza con l’Olanda di Lippens.

Come Fadrhonc anche Helmut Schön, ct della Germania Ovest ha cercato il ragazzo del Rot-Weiss Essen. A bloccare una possibile convocazione è lo stesso giocatore. Non perché non voglia, ma perché a non volere è suo padre, che durante la guerra era stato perseguitato dai tedeschi. “Mi ha detto – ricorderà Willi anni dopo – che avessi giocato per la Germania, non mi avrebbe più fatto entrare in casa”. Non aver giocato un Mondiale ed essere stato di fatto una “comparsa” sulla scena internazionale non cancella la carriera di Lippens, che al di là dei numeri (più di 200 reti a Essen, più del suo idolo Helmut Rahn) ha molto da raccontare. Willi, soprannominato da un giornalista “Ente”, papera, per il suo caratteristico modo di correre, è stato un giocatore geniale, capace di proporre giocate raffinate e fantasiose, ma anche uno dei personaggi più controcorrente del calcio tedesco degli Anni Sessanta e Settanta. Uno che nel 1965, durante un tesissimo derby tra Rot-Weiss Essen e Westfalia Herne, dopo essere stato maltrattato dai difensori, accenna una reazione e viene redarguito dall’arbitro. “La avverto” lo mette in guardia il direttore di gara. “Ich danke Sie”, La ringrazio, la risposta fulminea di Lippens (con un errore di grammatica). Espulso e due settimane di squalifica per “comportamento irriguardoso”. O uno che prima di una partita casalinga con il Bayern propose al portiere avversario Sepp Maier di fare un siparietto, con il giocatore ospite che gli avrebbe giocato il pallone sul rinvio e lui glielo avrebbe restituito. Ovviamente la risposta del numero uno anche della Nazionale fu un “no”.

Uno che parlava tanto, pure troppo in campo e che aveva una vittima privilegiata, Berti Vogts, il terzino del Borussia Mönchengladbach. Lippens lo instupidisce a parole e a dribbling.”Quando sapeva che avrebbe giocato contro di me – racconterà in un’intervista a RP Online Willi, che al contrario soffriva tantissimo le “cure” di Hermann Gerland del Bochum– già una settimana prima era nervoso”. Un tipo particolare, che dopo aver giocato per il Borussia Dortmund, aver fatto un breve passaggio negli USA ai Dallas Tornado e aver chiuso tra Rot- Weiß Oberhausen e l’amato Rot-Weiss Essen si è staccato quasi completamente dal mondo del calcio professionistico. Con i dollari “leicht verdient”, guadagnati facilmente negli States, ha aperto un ristorante a Bottrop, non lontano da Gelsenkirchen. E indovinate come si chiama? Ich danke Sie. Nel 2015 un’ultima incursione, piccola, nel Fussball. Il Rot-Weiss Essen, che gli ha dedicato una tribuna del nuovo stadio, per il suo 70simo compleanno gli vuole far giocare almeno un minuto con la tanto amata maglia biancorossa. Non ci riuscirà, ma solo perché la situazione di classifica del club non è così stabile. Ma Willi, la papera, l’ha presa sul ridere. Come sempre.