Quando Klose era solo Mirek

Estate 1998. In Francia si stanno giocando i Mondiali di calcio. Tra quelli che stanno ammirando, dal divano di casa sua, le prodezze di Ronaldo, Michael Owen e di Zinedine Zidane, c’è un ragazzo di 20 anni. Abita nel minuscolo borgo di Blaubach, nella Renania-Palatinato, non lontano da Kaiserslautern, nel sud-ovest della Germania. Anche lui è un calciatore, più precisamente un attaccante, ma è un dilettante, si guadagna infatti da vivere lavorando sui tetti, fa il carpentiere. Si chiama Miroslav Josef Klose, ma tutti lo chiamano solo Mirek. Nell’ultima stagione ha militato nella prima squadra del SG Blaubach-Diedelkopf, club di Kreisliga, settima serie, quello dove è cresciuto e dove ha compiuto la trafila delle giovanili. Mirek il calcio e lo sport ce li ha nel sangue. Letteralmente. Sua mamma Barbara Jeż ha collezionato 82 presenze con la Nazionale polacca di pallamano, mentre papà Jozef è stato un buon attaccante e una bandiera dell’Odra Opole, riuscendo a 31 anni, nel 1978, a strappare un contratto con i francesi dell’Auxerre di Guy Roux. Ed è in Borgogna che il piccolo Miroslav cresce, prima di tornare a Opole in Polonia, dove è nato per un anno e trasferirsi con la famiglia nella Germania allora dell’Ovest. I Klose sono Aussiedler, cioè membri della minoranza tedesca in Polonia e per la loro origine hanno diritto alla cittadinanza della Repubblica Federale.

L’impatto con la nuova realtà è però tutt’altro che facile. La famiglia di Mirek vive i primi mesi in una struttura d’accoglienza e quando il piccolo Klose arriva a scuola è un disastro. Il primo giorno lo mandano in quarta, la classe dei ragazzi della sua età. Gli fanno fare un dettato. Lui non capisce nulla, semplicemente perché Mirek in tedesco sa dire solo “Ja” e “Nein”. Anche durante l’intervallo il bimbo di Opole è un po’ in disparte. Poi un giorno in cortile manca un giocatore nella partitella tra i suoi compagni. Klose, che sta imparando rapidamente il tedesco, entra. E da quel giorno lo scelgono sempre per primo.

Non è l’ultima volta che qualcuno nota il suo talento. A cercare Klose sono appunto gli osservatori del SG Blaubach-Diedelkopf. Mirek ha tecnica e talento, soprattutto in area di rigore, ma va a giornate. “Quando aveva voglia – racconta Dieter Schmolke, suo tecnico nella Jugend-A, la “nostra” Primavera – è un piacere vederlo giocare. Uccellava gli avversari. Quando non ne aveva, lo potevi mettere a fare il palo della porta”. A 15 anni, in un raduno della selezione del sud ovest della Germania, lo scartano dopo un giorno. Nessuno a vent’anni si immagina per Miroslav una carriera da professionista. Nell’estate del ’98, proprio quella del Mondiale, Klose ha un’occasione. Uno dei suoi allenatori delle giovanili Erich Berndt, che ha ottimi rapporti con l’Homburg, club che tra Anni Ottanta e Novanta ha pure assaggiato la Bundesliga, gli organizza il trasferimento nella squadra riserve della società, dove ha giocato anche l’attuale tecnico del Friburgo Christian Streich. Ad accoglierlo Peter Rubeck. “Sotto il profilo della corsa aveva delle mancanze e tatticamente aveva dei problemi” così viene descritto Klose dall’allenatore. In mezza stagione segna 10 gol in quinta serie e poi quando Rubeck viene promosso in prima squadra Mirek lo segue. Non è un’esperienza positiva, quella in Regionalliga, l’allora terza divisione. A fine stagione, con l’Homburg in difficoltà economiche, Klose si deve cercare un nuovo club.

Berndt lo consiglia alla formazione riserve del vicino Kaiserslautern, la cui prima squadra, gioca in Bundesliga. È il 1999. A distanza di un anno, il 15 aprile 2000, mentre sta facendo discretamente bene con gli Amateure (26 gol in 50 partite), esordisce in Bundesliga con i “Diavoli Rossi” con Otto Rehhagel in panchina. Nemmeno dodici mesi dopo, il 24 marzo 2001 riceve la prima chiamata della Nazionale, guidata da Rudi Völler. Per vestire quella maglia ha rifiutato anche l’offerta del ct polacco Jerzy Engel, andato a Kaiserslautern per convincerlo. Nel giorno del debutto Völler lo butta dentro a Leverkusen sull’1-1 nel match delle qualificazioni mondiali contro l’Albania. Dopo qualche minuto mette a segno la rete decisiva. Ne realizzerà altre 70 con la Nationalmannschaft, di cui sedici a un Mondiale. Nessuno con la maglia della Germania ha fatto meglio di lui. Il primo Mondiale lo giocherà nel 2002 in Corea e Giappone. Al suo esordio ne fa tre all’Arabia Saudita. Arriverà secondo nella classifica marcatori di quell’edizione, dietro Ronaldo. Ma sarà proprio il “Fenomeno” il giocatore che Mirek, nel frattempo diventato un simbolo di classe, dedizione e talento, nel 2014 supererà nella lista dei migliori goleador di tutti i tempi nelle rassegne iridate. E lo farà in Brasile, nella storica serata del 7-1 della Germania alla nazionale verdeoro.

Il record dimenticato di Gottfried Fuchs

Dieci gol in una partita. Un record, che per il calcio tedesco resiste tutt’ora. Nel 1912 la Nazionale dell’Impero Tedesco batte ai Giochi Olimpici di Stoccolma la selezione della Russia. Non è una vittoria, è un trionfo. Nelle sedici reti che sommergono gli slavi, dieci portano la firma di un solo giocatore: Gottfried Fuchs. Ha 23 anni ed è l’attaccante del Karlsruher FV, club dell’omonima città nel sud della Germania, con cui ha conquistato nel 1910 il titolo tedesco, arrivando in finale anche nel ’12. L’ha fatto formando un trio d’attacco con Fritz Förderer, che contro la Russia ha marcato quattro reti e con Julius Hirsch. Con quest’ultimo condivide un altro tratto distintivo, oltre allo smisurato talento. Entrambi sono ebrei. Fuchs, che ha esordito in Nazionale nel 1911 contro la Svizzera siglando una doppietta e che collezionerà l’ultima presenza nel novembre 1913, avrà dopo quel giorno di gloria una carriera lunga, interrotta dalla Prima Guerra Mondiale. Durante il conflitto, mentre disputava qualche match come “calciatore ospite” al Wacker Halle, viene impiegato come ufficiale di artiglieria, combattendo con valore. Al ritorno si rimette la maglia del Dusseldorfer, il club in cui era calcisticamente cresciuto, prima di dedicarsi agli affari di famiglia, visto che i suoi hanno un’avviata azienda di legname. Per lavoro nel 1928 si trasferisce a Berlino, dove diventa membro del Tennis Borussia, influente polisportiva dove si stanno facendo le ossa due futuri miti del calcio tedesco, Otto Nerz e soprattutto Sepp Herberger, che è di Mannheim, non tanto lontano da Karlsruhe.

Nel 1933 però in Germania il vento è cambiato. E per Fuchs, ebreo, non in meglio. Per la politica di “arianizzazione” nello sport, viene espulso dal TeBe e nel 1937 emigra. Prima in Svizzera, poi in Francia, infine in Canada. Questa decisione gli salverà la vita, anche se il suo nome, in “osservanza” delle leggi di Norimberga viene cancellato dagli annali del calcio tedesco. A Hirsch, uno dei suoi amici e compagno di squadra, andrà molto peggio, dato che sarà deportato e ucciso ad Auschwitz. A Montreal, dove vive con il nome di Godfrey Fochs, nel 1955 arriva una lettera da Mosca. È firmata da Sepp Herberger, il ct della Germania Ovest, di cui l’attaccante del Karlsruher era uno degli idoli d’infanzia, tanto da definirlo “il Beckenbauer della mia giovinezza”. La missiva la firmano anche tutti i giocatori della Nationalmannschaft che ha appena affrontato di nuovo, dopo 43 anni, la selezione russa, ora sovietica. È l’inizio di una corrispondenza e di una “amicizia di penna” che potrebbe avere anche un lieto fine. Il 26 maggio 1972 la Germania Ovest deve incontrare in un’amichevole l’Unione Sovietica per l’inaugurazione dell’Olympiastadion di Monaco. Nella testa di Herberger, quella è l’occasione per rendere omaggio a Fuchs.

La sua idea è invitarlo, a spese della Federcalcio a vedere il match. Scrive al vicepresidente Hermann Neuberger per rendergli noto questo proposito. La risposta del tesoriere Hubert Claessen è gelida. “Non abbiamo intenzione di assecondare questa richiesta”. Le ragioni ufficiali per il rifiuto sono economiche e il timore di creare un precedente. La verità, come fa notare il Der Spiegel in un pezzo del 2012, forse è però da ricercare altrove. Tra i tredici membri del direttivo della DFB ci sono Hans Deckert e Degenhard Wolf, due ex membri del Partito Nazionalsocialista e Rudolf Gramlich, prima giocatore e poi presidente onorario dell’Eintracht Francoforte (quest’ultima caricata gli sarà revocata nel 2020) che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva servito nei reparti “Teste di Morto” delle Waffen-SS. Herberger, deluso scrive a Fuchs, che in quel momento è l’unico giocatore di religione ebraica ancora vivente ad aver rappresentato la Germania. Quella lettera Gottfried non la leggerà mai, perché quando gli viene recapitata lui è già morto per un infarto. Gli onori al giocatore che statisticamente parlando ha la migliore media gol della storia della Nazionale tedesca arriveranno molto dopo. Nel 2013 Karlsruhe gli intitolerà parte di una via (diventata Gottfried-Fuchs-Platz) e dal 2016/2017 le associazioni calcistiche regionali di Baden, Südbaden und Württemberg assegnano un premio che porta il suo nome, a club, sezioni sportive o squadre che si battono contro il razzismo. Nel 2020 la DFB lo ha omaggiato nel suo museo, quasi 50 anni dopo il “no” di Monaco.

Marius Hiller, il bomber dei due mondi

Mercoledì a Dortmund, la Germania affronterà in amichevole l’Argentina. Nazionali che in comune hanno tre finali mondiali (1986, 1990, 2014) e un giocatore Marius Hiller, l’unico nella pluricentenaria storia delle due selezioni ad aver vestito sia il bianco e l’albiceleste. Nato a Pforzheim, vicino a Karlsruhe nel 1892, “Bubi”, di professione attaccante, era cresciuto nel club locale che a inizio Novecento si contendeva (e vinceva come nel 1906) il titolo di campione della Germania meridionale. Al fianco di Marius giocavano suo zio Wilhelm, di tredici anni più anziano e Arthur, classe 1881, il capitano della Nazionale tedesca nel suo primo match ufficiale, nel 1908 contro la Svizzera. Marius, che non perdeva occasione di scendere in campo al seguito degli zii anche come semplice portaborse, pulisci scarpe o “addetto” al terreno di gioco, però è forte di suo. Ha un gran tiro, possiede un’ottima tecnica individuale ed è rapidissimo, tanto che nel 1910, a neanche 18 anni, nella Nationalmannschaft viene chiamato pure lui. Al suo debutto, il 3 aprile, ancora contro gli elvetici, “Bubi” va in gol, diventando (il record resiste tuttora) il più giovane marcatore della storia della selezione nazionale tedesca e il secondo debuttante più precoce di sempre. Sarà anche la sua unica segnature, in tre presenze, con quella maglia.

Il Pforzheim campione della Germania del Sud, con gli zii di Marius Hiller

Hiller, come tutti i calciatori dell’allora Impero Tedesco, però è un dilettante. Nel 1911 lui, che lavora nel campo dell’orologeria, ha l’opportunità di trasferirsi per ragioni professionali in Svizzera, a La-Chaux-de-Fonds, capitale elvetica e mondiale di quel settore. Nel cantone di Neuchâtel oltre a un nuovo lavoro, “Bubi” trova un altro luogo dove inseguire un pallone. È una delle colonne, insieme a Raoul Strass, capitano della Nazionale rossocrociata, della formazione locale che arriva terza nel campionato nazionale del 1912. A cambiare la vita di Hiller, però, è un’offerta che gli arriva proprio da una ditta della Confederazione. Gli propongono di diventare il loro rappresentante a Buenos Aires. Sulle rive del Rio de la Plata, dove vive una folta comunità tedesca, Marius farà fortuna. In campo e fuori. Vicente Cincotta, il presidente dell’All Boys, neonato club del quartiere Floresta, affiliata alla “dissidente” Federación Argentina de Football, lo recluta. È il 1914 e il nativo di Pforzheim è uno dei protagonisti dell’ottima stagione dei bianconeri, che nonostante giochino in seconda serie, arrivano fino ai quarti di finale della prestigiosa Copa de Competencia «La Nación» perdendo dai futuri vincitori dell’Independiente di Avellaneda, solo dopo uno spareggio. Le statistiche non ufficiali riportano in quella stagione 69 gol di Hiller, un’enormità. L’anno glorioso, per “Bubi” e per il calcio argentino è il 1916. Nella nuova Primera División con la maglia del Club de Gimnasia y Esgrima il tedesco, che avrebbe secondo alcuni fonti brevemente indossato anche la maglia del River Plate, ne mette sedici, laureandosi capocannoniere.

L’All Boys nel 1914

Un ruolino di marcia che convince l’Argentina, di cui Hiller è nel frattempo diventato cittadino, a convocarlo. Il suo debutto contro l’Uruguay nella Coppa Lipton è da incorniciare: vittoria 3-1 e rete per il giocatore, che in alcune cronache viene citato con il nome Eduardo. Due mesi dopo, il primo ottobre, farà addirittura meglio. L’Albiceleste trionfa 7-2 sempre con i cugini rioplatensi e Marius ne realizza tre. Quelle saranno le sue ultime reti con l’Argentina. In compenso segnerà a raffica l’anno successivo con il suo club. Nel 1917 il suo score recita 39 partite giocate, 52 marcature. È un record che è tutt’ora imbattuto. Hiller per tifosi e avversari è “El Alemán”, il tedesco o “Cuarenta y dos”, per la potenza del tiro che ricordava quella dei cannoni da 42 centimetri che l’esercito imperiale del Kaiser usava nella prima guerra mondiale. Un attaccante di razza, che dopo un triennio in patria con la maglia del Pforzheim tra il 1918 e il 1921, ritorna in Argentina, per lavorare e per inseguire il pallone. Gioca fino al 1925 (ultimo club, quello del debutto l’All Boys), prima di lavorare per un’azienda di cosmetici statunitense tra Buenos Aires e l’Uruguay per quasi quarant’anni. In Germania ci tornerà tre volte, l’ultima nel 1956, per il sessantesimo compleanno del suo club natale. Quando muore nel 1964, a 72 anni, per un infarto, è di fatto uno sconosciuto, anche se qualcuno racconta di migliaia di persone ad omaggiarlo al cimitero della Chacarita, onori di cui però nei media locali non si trova traccia. Un calciatore dimenticato, che rimane l’unico giocatore nato in Germania ad aver mai vestito la maglia albiceleste e pure l’unico ad aver disputato una partita in Primera División, anche se Heinrich Theelen, sopravvissuto al naufragio della Graf Spee, sfiorerà la massima serie, giocando per l’Unión Santa Fe nel 1940.

Heinrich Stuhlfauth, quando Dio stava in porta

È un onore giocare per questa città, questo club e per gli abitanti di Norimberga. Mi auguro che venga salvaguardato e che il grande FC Nürnberg non perda mai”. Chiunque vada a vedere il Norimberga in casa leggerà questa frase proiettata sul maxischermo del Max-Morlock Stadion prima di ogni incontro casalingo o lo vedrà stampato sulle maglie dei tifosi del club della Franconia. A pronunciare questa dichiarazione d’amore è forse il primo grande portiere della storia del calcio tedesco, Heinrich Stuhlfauth, che nella sua vita calcistica ha indossato solo due maglie, quella della Nationalmannschaft e quella appunto del Norimberga. E pensare che Stuhlfauth, classe 1896, tra i pali e addirittura sul campo di calcio non ci doveva stare. Figlio di un metalmeccanico della zona sud di Norimberga, il suo primo sogno era quello di diventare ciclista, ma i genitori preoccupati delle possibili cadute e degli infortuni, gliel’avevano impedito. Lui aveva obbedito, ma quando gli avevano proibito di calciare un pallone, a 14 anni, il giovane Heinrich, apprendista montatore elettrico, aveva trasgredito. In campo inizialmente con il FC Franken, di cui era diventato socio all’insaputa dei genitori, il suo ruolo era quello di centrocampista offensivo o addirittura di attaccante. A metterlo tra i pali per la prima volta il tecnico del FC Pfeil, la sua seconda squadra. “Sei il più alto e devi andare in porta” gli aveva detto. E alla fine della seduta l’allenatore aveva notato “La blocca molto bene”. Il suo ruolo diventerà definitivo, quando la Storia con la s maiuscola si metterà in mezzo. Nel 1914 l’estremo difensore del FC Pfeil viene chiamato alle armi per lo scoppio della Grande Guerra. Heiner, come lo chiamano tutti, va tra i pali. Ci uscirà praticamente venti anni dopo.

Nel frattempo però il FC Pfeil si è sciolto e Stuhlfauth viene acquistato dal Norimberga. Nel 1916, Weschenfelder, numero uno del club della Franconia, è anche lui arruolato nell’esercito imperiale e il 20enne diventa titolare. La prima apparizione ufficiale di Heinrich è quella in un match contro una rappresentativa di Berlino Sud. In quel momento pure Heiner è un militare, ma a differenza del suo ex compagno di squadra, che morirà al fronte, è fortunato. Neuburger, uno dei membri del board del Norimberga, infatti è il capo di una delle guarnigioni di Ingolstadt, dove Stuhlfauth è di stanza. La recluta viene così impiegata più per vincere i match contro le altre squadre militari che per adempiere ai suoi obblighi di soldato, prima di essere trasferito nella sua città e lavorare dal dicembre 1916 in una fabbrica. È nel Dopoguerra però che Heinrich comincia a costruire la sua leggenda in un club, il Norimberga, che in quel periodo era una delle squadre faro del calcio tedesco con talenti come Hans Kalb, Anton Kugler e il magiaro Alfred Schaffer. Tra il 1918 e il 1922 l’undici della Franconia rimane per 104 match imbattuto e lo fa anche grazie al suo estremo difensore. Che ha preso l’abitudine di giocare con un pullover grigio e un cappello con visiera in testa. Stuhlfauth ha una presa d’acciaio (le sue mani saranno paragonate a “padelle” e i giornalisti scrivono che quello che “prende tra le due tenaglie” non scappa più) e non è semplice portiere. Di lui si parla come “dritter Verteidiger”, il terzo difensore. Nel 2-3-5 dell’epoca infatti non si limita solo a parare ma all’occorrenza a fare il “libero” aggiunto, uscendo e rilanciando. Non è spettacolare, è calmo, praticamente sempre.

Queste doti, oltre a fruttargli l’ammirazione di compagni e avversari, nonché il paragone con il mito Ricardo Zamora, portano a lui e al Norimberga cinque titoli tedeschi tra il 1920 e il 1927. In più dal 1920 e per dieci anni Heiner è anche una colonna della Nationalmannschaft, di cui diventa il capitano. Tra le sue 21 apparizioni con la maglia della Nazionale, una rimane impressa nella memoria. È contro l’Italia, a Torino, davanti a 30mila spettatori il 28 aprile 1929. Stulfauth in 90 minuti di fronte alla Nazionale che da lì a pochi anni dominerà il mondo, prende praticamente di tutto. Nell’intervallo lo obbligano a cambiare il suo classico pullover grigio, ma lui, dopo un po’ di sorpresa continua a fermare gli attacchi degli azzurri. I tedeschi batteranno per la prima volta l’Italia 2-1 e i quotidiani della Penisola scriveranno “Dio stava in porta”. I match della Nazionale non sono gli unici che permettono a Heiner di farsi conoscere al di fuori della Repubblica di Weimar. Il Norimberga infatti gira l’Europa, invitato dai migliori club del Continente. E più di una volta i viaggi si trasformano in avventure. A Santander, in Spagna, contro il Racing un gruppo di donne si sono piazzate dietro la porta per irritarlo con della sabbia, lui, gentiluomo, risponde solo con delle minacce scherzose, mentre a Parigi, nel 1927, i tifosi del Racing Club de Paris sono così entusiasti del gioco dei tedeschi che a fine partita, dopo essere stati battuti, li festeggiano portandoli a spalla.

Una carriera luminosa impreziosita a 32 anni dalla convocazione alle Olimpiadi di Amsterdam, la prima a cui la Germania partecipa dopo la Grande Guerra. Dopo un agevole successo contro la Svizzera il tabellone li oppone ai campioni uscenti dell’Uruguay. Stulfauth quel match rischia di non giocarlo, perché non si trova il suo equipaggiamento. Salta fuori all’ultimo ma Heiner non può fare nulla contro Nasazzi e compagni che seppelliscono la Germania sotto il peso di quattro reti (a una). La parabola del portiere, che nel 1928 insieme ad altri giocatori tedeschi è apparso nel film “Gli undici diavoli”, termina nel 1933. Già allena i Würzburger Kickers, ma non si è ancora ritirato. L’ultimo match con il Norimberga è un’amichevole casalinga con il fortissimo Sparta Praga. Heiner, che negli anni è diventato testimonial pubblicitario di diversi prodotti, è solo uno spettatore, ma i suoi tifosi lo salutano così calorosamente, che lui va negli spogliatoi, convince Köhl, il suo successore, a cedergli il posto. L’undici della Franconia e Stuhlfauth vincono per l’ultima volta insieme. Il portiere, che nel 1932 era stato accusato di aver scritto (o suggerito) un articolo al giornale antisemita Der Stürmer contro il tecnico magiaro ed ebreo Jenő Konrad, rimane vicino al mondo del calcio, tanto da accompagnare nel 1953 la squadra in una tournéé negli Stati Uniti. Dalla fine della seconda guerra mondiale, dopo che il suo locale il Sebaldusklause, dove erano stati di casa Dixie Dean, uno dei più prolifici attaccanti inglesi di tutti i tempi e Walther Bensemann, il fondatore della rivista Kicker, erano stato danneggiato dal conflitto Stuhlfauth lavora come istruttore calcistico. Tra le sue scoperte un “certo” Max Morlock, uno dei protagonisti del “Miracolo di Berna”. A lui è dedicato lo stadio di Norimberga. Dove la tribuna che ospita i tifosi di casa è dedicata, primo caso nella storia del calcio tedesco, a Heinrich Stuhlfauth, l’uomo che tra i pali sembrava Dio.

Il Mondiale mancato di Willi Lippens

Con me l’Olanda nel 1974 avrebbe vinto il Mondiale. E ci sarebbe stato solo un tedesco campione del mondo”. È questo il pensiero che Willi Lippens, all’epoca 29enne bandiera del Rot-Weiss Essen, ripete ai giornalisti ogni volta che glielo chiedono. Lo fa dal 7 luglio 1974, da quando la Germania Ovest di Franz Beckenbauer ha conquistato la Coppa del Mondo, battendo l’Olanda di Johan Cruijff. Quella partita per Lippens, ala talentuosissima con il vizio del gol, non è un match qualsiasi. Perché Willi, nato nel 1945 a Hau e cresciuto a Kleve, nella parte occidentale del Nordrhein-Westfalen, al confine tra i Paesi Bassi e la Repubblica Federale, è figlio di una donna tedesca e di un uomo olandese. Lui, che nel ’74 ha già segnato più di 150 gol con i biancorossi, la finale dell’Olympiastadion la potrebbe disputare con una delle due maglie. Indifferentemente, visto che ha il doppio passaporto. Con la maglia oranje ha giocato nel 1971, sotto la gestione del ct di origine cecoslovacca František Fadrhonc, una partita di qualificazione agli Europei ’72 contro il Lussemburgo. Sul campo è andata bene (6-0 con una rete per Lippens), molto meno bene è andata fuori. L’impatto con i compagni è pessimo: mentre vanno alla partita Rinus Israël, capitano del Feyenoord e una delle colonne della squadra, sente alla radio una stazione tedesca che trasmette Schlagermusik, tipica della Repubblica Federale. La leggenda racconta che abbia esclamato “Non posso sopportare questa musica da nazisti”. E il suo compagno Wim Van Hanegem non lo sopporta perché è tedesco (ha perso parte della famiglia durante la guerra) e lo prende in giro perché parla come Paperino. Quella sarà l’unica presenza con l’Olanda di Lippens.

Come Fadrhonc anche Helmut Schön, ct della Germania Ovest ha cercato il ragazzo del Rot-Weiss Essen. A bloccare una possibile convocazione è lo stesso giocatore. Non perché non voglia, ma perché a non volere è suo padre, che durante la guerra era stato perseguitato dai tedeschi. “Mi ha detto – ricorderà Willi anni dopo – che avessi giocato per la Germania, non mi avrebbe più fatto entrare in casa”. Non aver giocato un Mondiale ed essere stato di fatto una “comparsa” sulla scena internazionale non cancella la carriera di Lippens, che al di là dei numeri (più di 200 reti a Essen, più del suo idolo Helmut Rahn) ha molto da raccontare. Willi, soprannominato da un giornalista “Ente”, papera, per il suo caratteristico modo di correre, è stato un giocatore geniale, capace di proporre giocate raffinate e fantasiose, ma anche uno dei personaggi più controcorrente del calcio tedesco degli Anni Sessanta e Settanta. Uno che nel 1965, durante un tesissimo derby tra Rot-Weiss Essen e Westfalia Herne, dopo essere stato maltrattato dai difensori, accenna una reazione e viene redarguito dall’arbitro. “La avverto” lo mette in guardia il direttore di gara. “Ich danke Sie”, La ringrazio, la risposta fulminea di Lippens (con un errore di grammatica). Espulso e due settimane di squalifica per “comportamento irriguardoso”. O uno che prima di una partita casalinga con il Bayern propose al portiere avversario Sepp Maier di fare un siparietto, con il giocatore ospite che gli avrebbe giocato il pallone sul rinvio e lui glielo avrebbe restituito. Ovviamente la risposta del numero uno anche della Nazionale fu un “no”.

Uno che parlava tanto, pure troppo in campo e che aveva una vittima privilegiata, Berti Vogts, il terzino del Borussia Mönchengladbach. Lippens lo instupidisce a parole e a dribbling.”Quando sapeva che avrebbe giocato contro di me – racconterà in un’intervista a RP Online Willi, che al contrario soffriva tantissimo le “cure” di Hermann Gerland del Bochum– già una settimana prima era nervoso”. Un tipo particolare, che dopo aver giocato per il Borussia Dortmund, aver fatto un breve passaggio negli USA ai Dallas Tornado e aver chiuso tra Rot- Weiß Oberhausen e l’amato Rot-Weiss Essen si è staccato quasi completamente dal mondo del calcio professionistico. Con i dollari “leicht verdient”, guadagnati facilmente negli States, ha aperto un ristorante a Bottrop, non lontano da Gelsenkirchen. E indovinate come si chiama? Ich danke Sie. Nel 2015 un’ultima incursione, piccola, nel Fussball. Il Rot-Weiss Essen, che gli ha dedicato una tribuna del nuovo stadio, per il suo 70simo compleanno gli vuole far giocare almeno un minuto con la tanto amata maglia biancorossa. Non ci riuscirà, ma solo perché la situazione di classifica del club non è così stabile. Ma Willi, la papera, l’ha presa sul ridere. Come sempre.

Donne e Fussball, il lungo cammino della Germania

Otto titoli europei, due Mondiali e un oro olimpico. Nella storia del calcio femminile ci sono poche nazionali più vincenti di quella tedesca. Un percorso, quello della Nationalmannschaft der Frauen, che ha esordito ai Mondiali di Francia 2019 con una vittoria di misura sulla Cina, cominciata con un rifiuto. È il 1955 ed è la DFB, la Federazione tedesca, nella sua assemblea annuale, a bandire il calcio femminile. Tra le motivazioni quella che “questo tipo di sport di contatto è lontano dalla natura delle donne”. Ci vorranno quattordici anni e migliaia di partite (una il 23 settembre 1956 a Essen contro l’Olanda può essere considerato il primo match di una selezione non ufficiale tedesca), perché questo divieto, che peraltro non esisterà mai nella vicina Germania Est, venga rimosso. Nel 1970, quando il Frauenfussball viene “legalizzato”, ci sono circa 50-60mila calciatrici, la maggior parte delle quali più o meno legalmente nei club affiliati, numeri che fanno temere ai dirigenti federali una scissione da parte delle ragazze.

Quattro anni dopo, nel 1974, l’anno d’oro del Fussball, nascerà il primo campionato tedesco. Lo conquista il TuS Wörrstadt, club della Renania Palatinato, dopo un torneo con una fase preliminare con quattro gironi, semifinali e finali tra le vincenti dei raggruppamenti. A mancare però è ancora la Nazionale. Per dare la spinta decisiva alla sua nascita serve un episodio casuale, che coinvolge nel 1980 Horst Rudolf Schmidt, alto funzionario federale. Mentre si trova a Taiwan con una formazione giovanile dell’Eintracht Francoforte, Schmidt, futuro segretario della DFB, riceve l’invito da parte dei locali a far partecipare una selezione tedesca al mondiale non ufficiale del 1981. I taiwanesi ignorano che la Germania, allora dell’Ovest una Nazionale non ce l’ha e Schmidt decide di spedire in Estremo Oriente il SSG 09 Bergisch-Gladbach, la formazione che domina da qualche anno il campionato della Repubblica Federale. Le ragazze di Anne Trabant, che allena e gioca, vincono e convincono, ripetendosi poi anche nel 1984.

Ai vertici della DFB, dove dal 1977 siede come referente per il Frauenfussball Hannelore Ratzeburg, si accorgono che non si può più rimandare, visto che molti Paesi hanno già una selezione femminile e che la UEFA sta organizzando le prime qualificazioni all’Europeo. È l’inizio del 1982 e il compito di formare la Nationalmannschaft der Frauen viene affidata a Gero Bisanz, all’epoca docente per allenatori alla Deutsche Sporthochschule Köln, il miglior istituto superiore di educazione fisica del Paese. “Non ho idea di cosa sia il calcio femminile” dirà l’allora 47enne al presidente della Federazione Neuberger quando gli offre questo nuovo incarico. Non lo conosce e neppure sa dove poterlo trovare, tanto che ascolta il consiglio di una sua studentessa Tina-Theune-Mayer. “Vada a Bergisch Gladbach”. Da lì tornerà con un’altra idea del calcio femminile.

Undici mesi e due stage dopo, entrambi a Duisburg, il 10 novembre 1982, la Nationalmannschaft der Frauen debutta all’Oberwerth-Stadion di Coblenza contro la Svizzera, come quasi 80 anni prima, era capitato alla Nazionale maschile. In campo, davanti a 5500 spettatori, compreso Jupp Derwall il ct della Nazionale, scende il “blocco” del Bergisch Gladbach, guidato da Anne Trabant e da Gaby Dlugi-Winterberg, la più anziana tra le tedesche, più alcune giovanissime come Birgit Bormann, 17enne del SC Bad-Neuenahr. “Per me è stato un sentimento inaspettato – dirà nel 2017 al sito della Dfb Petra Landers, uno dei tre difensori sul terreno di gioco quella sera– solo un anno prima mi ero trasferita al Bergisch Gladbach dal TuS Harpen per vedere se riuscivo a fare strada nel calcio”. “C’erano tante situazioni per noi poco abituali – prosegue – uno stadio pieno che ci aspettava con gioia, durante il riscaldamento sono arrivati i giornalisti, uno si è avvicinato a me per chiedermi cosa provassi. Era semplicemente incredibile”. Sul campo è un trionfo. La Germania Ovest vince 5-1 con il primo gol siglato da Doris Kresimon, le reti di Ingrid Grebauer e di Birgit Bormann. Mattatrice della serata è una delle teenager della squadra di Gero Bisanz. Ha 18 anni, gioca nel Sportclub Klinge Seckach e di mestiere fa la centrocampista. Si chiama Silvia Neid. Entra al 41′, al terzo pallone segna il 3-0, per poi chiudere i conti con il 5-1.

Nemmeno sette anni dopo quel trionfo, nel 1989, la Germania, ancora dell’Ovest, conquista in casa il primo campionato europeo della sua storia (le giocatrici verranno premiate con un servizio da caffé…). Della squadra del 1982 c’è Neid e Marion Isbert, il portiere, mattatore della semifinale con l’Italia, dove ha parato tre rigori. In panchina accanto a Gero Bisanz, Tina Theune-Mayer, la ragazza che aveva consigliato al suo allora professore di andare a Bergisch Gladbach. Tina, 14 anni dopo, nel 2003 sarà l’allenatrice che da ct porterà la Germania, stavolta unita, sul tetto del mondo. A bissare poi il successo ci penserà nel 2007 la sua assistente Silvia Neid, che nel 2016 dopo due Europei vinti, riuscirà a raggiungere il traguardo che nessun tecnico tedesco, nemmeno al maschile, è riuscito: vincere l’oro olimpico, sconfiggendo la Svezia. Una vittoria da leggenda, come quella di quasi 35 anni prima a Coblenza.

TeBe-Hertha: l’ultimo derby di Berlino

Sedici aprile 1977, sabato. Si gioca la trentesima e quintultima giornata di Bundesliga. Tra gli incontri in programma, accanto allo scontro al vertice tra Borussia Mönchengladbach e Schalke 04, c’è all’Olympiastadion Tennis Club Berlin contro Hertha. Non è una partita qualsiasi, ma è il derby di Berlino, il quarto che si sia mai giocato in prima divisione, da quando esiste il campionato tedesco a girone unico. Nei tre precedenti, il primo, datato 1974, i protagonisti sono sempre stati i biancoblù dell’Hertha, uno dei club fondatori della DFB e l’ultimo ad ora ad aver vinto un titolo della Germania unita (1931) e il TeBe. Questi ultimi vengono da Westend, attuale quartiere di Charlottenburg-Wimersdorf, sono famosi per il colore della loro maglia, viola e per aver avuto sulla loro panchina al Mommsenstadion due tecnici che hanno fatto la storia del calcio tedesco, Otto Nerz il primo ct della Germania e Sepp Herberger, l’uomo del “Miracolo di Berna”. In compenso, a parte una parentesi tra Anni Venti e Trenta, non hanno mai ottenuto risultati di rilievo. E nel 1974 quando sono saliti per la prima volta in Bundesliga, oltre ad aver perso i due derby con l’Hertha, sono immediatamente retrocessi. Neppure nel secondo campionato di massima serie, sotto la guida del giramondo Rudi Gutendorf, va meglio, con la squadra che, nonostante abbia un attaccante di livello come lo svedese Benny Wendt, staziona stabilmente tra l’ultima e la penultima posizione in classifica, dopo aver imbarcato 9 gol (a 0) dal Bayern Monaco (battuto poi al ritorno), sette (a 1) dall’Eintracht Francoforte e otto (a quattro) dal Colonia.

E sul fondo della Bundesliga, il TeBe si trova anche alla vigilia del match con i “cugini” dell’Hertha, anche loro reduci da un anno e mezzo di “magra”, dopo aver conquistato nel 1974-1975 il secondo posto in Bundesliga, ad ora il loro miglior risultato di sempre dalla nascita della Bundesliga. Per queste ragioni l’Olympiastadion, dove il TeBe gioca le partite casalinghe contro le squadre più importanti, non ha fatto registrare il tutto esaurito, come era accaduto all’andata, anche se a vedere il match ci sono più di 40mila persone. La partita è dura, tanto che entrambe le squadre la termineranno in dieci uomini (fuori Uwe Kliemann, la “Torre della radio” per la sua statura per l’Hertha e Baake per il TeBe) e dall’esito inatteso. Perché tra il 66′ e l’80’ una rete al volo di Jürgen Schulz e una di Winfried Stradt porteranno i Veilchen sul doppio vantaggio. Che l’Hertha non recupererà più.

Quel 2-0, tra due squadre di media-bassa classifica, è ad oggi l’ultimo derby di Berlino giocato in Bundesliga. Il TeBe, dopo essere scivolato nelle serie inferiori, è stato più di una volta sull’orlo del fallimento, mentre l’Hertha è la squadra berlinese, oltre a TeBe ci sono state il Tasmania nel 1965-1966 e il SV Blau-Weiß Berlin nel 1986-1987, a frequentare più assiduamente la Bundesliga. Dove dal 2019-2020, sicuramente per almeno una stagione, potrà giocare un derby contro l’Union, che nel 1977 non solo giocava in un altro campionato, ma in un altro Stato, al di là del Muro.