Bernd Nickel, l’uomo dei quattro angoli

Centoquarantuno gol in 426 partite. Nessun centrocampista “puro” ha mai realizzato così tante reti in Bundesliga. Bernd Nickel, classe 1949, bandiera dell’Eintracht Francoforte detiene un altro record. “Dr. Hammer”, il martello, è infatti il giocatore che ha segnato più gol da calcio d’angolo, quattro, nella storia della massima serie tedesca. Una specialità che il mancino Nickel, componente insieme a Bernd Hölzenbein e Jürgen Grabowski del trio della meraviglie delle “Aquile” tra fine Anni Sessanta e l’inizio degli Anni Ottanta, ha servito per la prima volta il 22 novembre 1975 contro il “grande” Bayern Monaco di Beckenbauer. Calcio d’angolo da sinistra calciato di collo, parabola alta sul primo palo e Sepp Maier, il portiere campione del mondo, prova a bloccare e invece se la trascina in porta. La partita però sarà ricordata anche per il risultato 6-0 per l’Eintracht Francoforte, contro la squadra che nella primavera successiva sarà di nuovo campione d’Europa.

Il bis Nickel, membro della squadra olimpica della Germania Ovest a Monaco ’72, lo concede cinque anni dopo, il 19 aprile 1980 contro il Kaiserslautern. C’è vento, corner dalla destra, Bernd tira colpendo la palla di taglio, la palla alta si va a infilare sul secondo palo. È la rete dell’1-0 per l’Eintracht, anche se poi a vincere saranno i “Diavoli Rossi” per 5-3. Un anno e mezzo dopo il centrocampista, tre volte vincitore della Coppa di Germania e di una Coppa UEFA ma con solo una presenza in Nazionale, cala il tris. L’avversario è il Werder Brema. Dalla destra il centrocampista calcia un pallone ad effetto, basso e insidioso. Il sudcoreano Cha Bum-kun prova a spizzare ma non tocca. È l’1-1, anche se poi il match finirà 9-2 per l’undici di Francoforte. Il poker invece “Dr.Hammer” lo serve con Fortuna Düsseldorf, nel maggio 1982. Angolo da sinistra, sfera a mezz’altezza per Charly Körbel ma nessuno la tocca e il numero uno avversario tenta di bloccare, la palla finisce sulla traversa e poi cade a terra superando la linea bianca.

Quattro gol, tutti realizzati al “Waldstadion”, la casa delle “Aquile” e da quattro angoli diversi. Un poker di capolavori che Nickel ha dipinto, nonostante le difficoltà, per esempio la pista di atletica con fondo in cenere, grazie a un consiglio e a tanto esercizio. Il consiglio è quello di Gyula Lorant, nel ’54 era in campo con la grande Ungheria nella finale mondiale e poi ottimo tecnico in Bundesliga. “Mi aveva detto di tirare anche il corner da sinistra d’esterno” ricorda in un’intervista al sito della Dfb. E poi convinzione (“ho calciato sempre prendendo il massimo dei rischi” ha ricordato nella stessa intervista) e allenamento. “Alla fine di ogni seduta tiravo una trentina di corner – ha spiegato alla Dfb – tutti dalla sinistra, tutti di collo. Mi sono esercitato, altrimenti non avrebbe funzionato. Anche ogni sciatore o musicista si deve esercitare”. Un mix di fattori che hanno fatto di Bernd un’artista. Che per creare aveva solo bisogno di un pallone piazzato in una lunetta vicino a una bandierina.

Toni Turek, un dio del calcio (per caso)

 

Turek, du bist ein Teufelskerl, Turek du bist ein Fußballgott!”. “Toni sei diabolico, sei un dio del calcio”. 4 luglio 1954, stadio Wankdorf di Berna, minuto 24 della finale del Mondiale tra l’Ungheria e la Germania Ovest. L’estremo difensore tedesco devia sulla traversa con la spalla un tiro al volo dell’attaccante magiaro Nándor Hidegkuti. Herbert Zimmermann, il radiocronista della Nordwestdeutsche Rundfunk, si esalta, come molti di quelli che lo stanno ascoltando a casa. Non sa che con quell’espressione “Fußballgott”, che susciterà le perplessità perfino del presidente federale Theodor Heuss, è entrato nella storia della comunicazione sportiva, ma non solo, in Germania. L’ha fatto insieme a Turek, che di nome fa Anton, ma che tutti chiamano Turi. Da lì a un’ora e mezza il portiere, autore in quel match di un paio di altre parate monstre, diventerà infatti campione del mondo con la Nazionale guidata da Fritz Walter in campo e da Sepp Herberger in panchina. E pensare che Turek, classe 1919, in forza al Fortuna Düsseldorf, a giocarsi un titolo iridato, ci è arrivato dopo un lungo cammino. Cresciuto nel Duisburger SC 1900, a 17 anni è già in prima squadra, finendo sul taccuino di Herberger, a quell’epoca “solo” assistente del ct Otto Nerz. Nel ’39 la Germania invade la Polonia e la vita di Turek, che ha studiato da panettiere, cambia, come quella di milioni di giovani tedeschi. Viene arruolato e combatte in Francia, Italia e anche in Russia. Senza mai dimenticare però il pallone. Nel novembre 1942 Herberger, diventato commissario tecnico, lo convoca per un’amichevole con la Slovacchia a Bratislava, in quello che era uno degli stati satelliti del Terzo Reich. È l’ultima gara della Nazionale tedesca prima della fine della guerra. Toni non scende in campo, ma durante la trasferta gli capita una cosa divertente. A causa degli sbalzi del treno gli cadono le valigie sulla testa, senza che lui le riesca ad afferrare. Herberger lo prende in giro. “Se migliorerà in questo giocherà anche qualche partita in Nazionale” dirà. Non sarà un cattivo profeta, anche se Turek dovrà aspettare otto anni per esordire. È il 1950 e si tratta di un match contro la Svizzera a Stoccarda. Un segno del destino.

“Toni” ha 31 anni e soprattutto una scheggia di granata nella testa. È lì, non lontano dal cervello, dal 1943, quando il portiere combatteva sul fronte russo e il frammento gli aveva perforato l’elmetto. I primi anni Cinquanta, dopo il suo passaggio dall’Ulm al Fortuna, sono il periodo dell’ascesa del portiere nativo di Duisburg. Nel ’53 viene scelto dai lettori di Kicker come miglior estremo difensore della Germania Ovest, l’anno dopo arriva la convocazione per il Mondiale svizzero. Toni, che ha un impiego in ufficio all’azienda di trasporti Rheinbahn, non è forse il numero uno del Paese ma è quello su cui Herberger può contare. Chi è migliore di lui semplicemente non c’è: Fritz Herkenrath, del Rot-Weiss Essen, preferito dal ct è in tournée in Sudamerica con il suo club, mentre Bert Trautmann, al Manchester City è un professionista, condizione bandita a quell’epoca dalla Federazione tedesca. In Svizzera Herberger compie un capolavoro di gestione.

Fa giocare Turek contro la Turchia, ma lo risparmia nel match eliminatorio contro l’Ungheria, per poi inserirlo a partire dai quarti di finale con la Jugoslavia. Dove è il migliore in campo. Ha uno stile essenziale, si butta solo quando e se è necessario, forte di un’eccezionale senso della posizione. Quello che dopo qualche sbavatura iniziale gli consentirà di prendere tutto il prendibile in finale. Per tutti, anche per le parole di Herbert Zimmermann diventa un eroe. Campione del mondo a 35 anni (premio 1100 marchi), si ritira nel 1957, dopo essere passato al Borussia Mönchengladbach. Tenterà la carriera da allenatore nelle serie amatoriali, ma soprattutto continuerà a lavorare nei trasporti. Lui così fortunato in campo nel 1973, a soli 54 anni, verrà colpito da un virus che lo lascerà di fatto semiparalizzato, costretto a utilizzare una sedia a rotelle. “Senza la vittoria nella finale del ’54 io non sarei stato qui, sarei stato distrutto” dirà negli anni delle difficoltà, piagato dalle malattie che lo ridurranno il suo corpo da atleta, a quello di un uomo di 45 chili. Morirà nel 1984. A lui sono dedicati uno stadio a Erkrath, vicino a Düsseldorf e una statua a pochi metri dallo stadio del “suo” Fortuna Düsseldorf. Sulla sua tomba nessuna iscrizione, solo il suo cognome. è essenziale. Essenziale. Come lui.

Coppe, miracoli e TV, c’era una volta il Boxing Day

©NDR

In Bundesliga, con il diciassettesimo e ultimo turno tra venerdì e domenica, si è chiuso il 2019 del calcio tedesco. C’è stato un periodo però in cui il Fussball scendeva in campo, come accade in Inghilterra, nel periodo delle feste natalizie. Fino all’epoca delle Oberliga il 26 dicembre, lo Zweiter Weihnachtsfeiertag, il secondo giorno di festa di Natale, era la data scelta per fissare i match “di cartello” e in particolare i derby cittadini. Nel 1946, in una Baviera occupata e distrutta, si disputa la stracittadina di Monaco, con il Bayern penultimo in classifica e i “Leoni” secondi. Finisce 1-1 e a fine stagione il 1860 è quarto nella Oberliga Süd, mentre a Francoforte sul Meno nello stesso giorno è in programma il derby tra Eintracht e FSV. Più di un decennio dopo nel ’57 nella Oberliga Nord il 26 dicembre viene giocato Amburgo-Eintracht Braunschweig, in quella stagione una sfida di vertice. Un match ricordato per il campo neutro (di Brema) e per l’incredibile andamento. 0-4 per i Braunschweiger all’intervallo, 6-4 per il HSV al fischio finale. Protagonista assoluto della rimonta Uwe Seeler, al rientro dall’unica espulsione della sua vita (dopo la sua uscita dal campo i tifosi dell’Amburgo erano entrati in campo alla ricerca dell’arbitro, causando così la squalifica del campo) e autore di una tripletta, tra cui una rete in rovesciata.

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Con il passare degli anni, nonostante non siano mancati negli Anni Sessanta e Settanta le partite di campionato a cavallo tra vecchio e nuovo anno, soprattutto recuperi, ma anche giornate intere (vedi la Bundesliga 1964-1965 o la 2.Bundesliga ’76/77), il periodo natalizio era diventato territorio per la Coppa di Germania. Una consuetudine durata fino al 1977 (il 26 dicembre di quell’anno si giocò davanti a 50mila persone la ripetizione dei quarti di finale tra Fortuna Düsseldorf e Schalke 04) e che venne inaugurata nel 1952, quando la DFB-Pokal venne organizzata per la prima volta dopo il secondo conflitto mondiale. La data è sempre il giorno successivo al Natale, il teatro è il Millerntor di Amburgo, dove i padroni di casa del St.Pauli affrontano per il replay degli ottavi di finale il SF Hamborn 07, club dell’omonimo distretto di Duisburg, non lontano da Dortmund. Più che per la posta in palio, la partita è famosa per un altro particolare. È il primo match della storia del calcio tedesco ad essere trasmesso in diretta TV. A mandarlo in onda è la NWDR (Nordwestdeutscher Rundfunk) l’emittente pubblica che solo 24 ore prima ha iniziato la sua regolare programmazione. Due ore al giorno, dalle 20 alle 22, anche se proprio per St.Pauli-Hamborn si fa un’eccezione. Dato che il Millerntor non ha i riflettori si trasmette nel pomeriggio.

La scelta di quell’incontro non è stato per niente casuale. La neonata emittente ha infatti tre impianti di trasmissione: a Berlino, Colonia e Amburgo. Lo studio della NWDR nella città anseatica, da cui nel 1950 erano state effettuate le prime prove tecniche è praticamente di fianco all’impianto, in un bunker costruito durante la guerra e che era usato come punto di osservazione dalla Flak, l’artiglieria contraerea della Wehrmacht. Nel settembre 1952 poi era stata installata una torre di trasmissione alta 36 metri per permettere le trasmissioni in diretta. Qualche mese prima, il 23 agosto, livello sperimentale la NWDR aveva mandato in onda il derby anseatico tra Amburgo e Altona 93. Una diretta, tutt’altro che improvvisata, quella dell’emittente del nordovest della Germania, che contemporaneamente al match al Millerntor ha in programma di trasmettere per la zona di Colonia un’amichevole tra i biancorossi e la Stella Rossa Belgrado. Il match venne rinviato per le cattive condizioni meteo e tutti, tra Berlino, Amburgo e la città del Duomo videro la partita di Coppa di Germania. In verità i televisori per uso domestico registrati nel Paese erano poco più di 2700, tanto che gli spettatori allo stadio saranno di più di quelli seduti davanti allo schermo. Videro una bella partita, ripresa da tre camere fisse, che per la cronaca terminò 4-3 per l’Homborn dopo i tempi supplementari. Una delusione per i tifosi del St.Pauli che per prendersi una rivincita simbolica, dovranno aspettare poco meno di 45 anni.

È il 19 gennaio 1997 e Friedrich Küppersbusch, all’epoca conduttore sul primo canale nazionale del talk show politico “Privatfernsehen”, programma che sponsorizzava l’Homborn (al club aveva dedicato un reportage di 40 minuti e una striscia interna alla trasmissione), aveva organizzato un’amichevole tra i due club. Si giocava nella Ruhr e tra gli spettatori, c’era pure Helmut Sadlowski, l’uomo partita del 1952 e  Mario Adorf, attore italo-tedesco, cresciuto a Mayen, 150 chilometri più a sud. Il risultato finale fu 7-2 per il St.Pauli, con le reti commentate in diretta sulla WDR (una delle “figlie” della NWDR) Horst Heese, ex allenatore di Bundesliga, che aveva mosso i suoi primi passi nel Fussball a Hamborn, lì dove li muoverà pure Christoph Daum. Tra quelle due partite era cambiato tutto. Già dall’agosto 1953 la DFB aveva fissato le tariffe per trasmettere i “suoi” match, dai 1000 marchi per le partite di campionato, ai 2500 per quelle della Nazionale. La strada per l’attuale “spezzatino” del calcio tedesco era stata tracciata, a partire da un match disputato a Natale.

Una gamba per Tony Baffoe

Ein Bein für Tony Baffoe”. Una gamba per Tony Baffoe. Die Toten Hosen, i “noiosi”, sono un gruppo punk rock tedesco, nato nel 1982. Oltre a essere una delle poche band della Repubblica Federale a essere famose al di fuori del Paese hanno un marchio di fabbrica: sono tutti tifosi del Fortuna Düsseldorf, tanto da aver sponsorizzato i biancorossi dal 2001 e 2003 e da essere stati presenti nella vita del club. Come accade nell’estate del 1989.

Il F95, aveva appena conquistato, vincendo il campionato di seconda divisione, la promozione in Bundesliga. Per rinforzare la squadra la dirigenza e il tecnico jugoslavo Aleksandar Ristić hanno già da qualche mese in mente un nome: è quello di Anthony “Tony” Baffoe, jolly del Fortuna Köln, club che per buona parte del campionato ha insidiato i biancorossi nella corsa alla massima serie. Baffoe lo sa perché proprio Ristic gliel’ha detto il 24 aprile in occasione dello scontro diretto. “Noi saremo promossi, voi no, allora vieni a Düsseldorf!” – sarà il discorso, secondo la testimonianza di Tony, che il tecnico gli farà poco prima del match. Il giocatore è d’accordo, le due società pure ma c’è un problema. Manca una parte di soldi. Per recuperarli  “Die Toten Hosen” lanciano l’iniziativa “Ein Bein für Tony Baffoe”. Ad ogni concerto del loro tour i musicisti-tifosi fanno pagare un marco in più, il “Fortuna-Mark”. In poche settimane “i noiosi” raccolgono qualcosa come 150mila marchi, comprandosi simbolicamente una gamba (ein Bein) del nuovo acquisto.

A Düsseldorf Baffoe lascerà ottimi ricordi e cambierà insieme a Souleymane “Samy” Sané, il papà di Leroy e Anthony Yeboah la percezione dei calciatori africani in Bundesliga. Sì, perché nonostante sia nato nel 1965 a Bonn, ha la pelle nera. È figlio di un diplomatico ghanese, trasferitosi prima in Inghilterra e poi nella Repubblica Federale agli inizi degli Anni Sessanta. Il ragazzo, che è cresciuto a Bad Godesberg, il quartiere delle ambasciate, insieme ai suoi sette fratelli e sorelle, prova molti sport. “Giocavamo sempre con gli altri figli dei diplomaticiha ricordato in una lunga intervista sul sito dei “Toten Hosen” hockey con i pachistani, baseball con gli americani”. A 15 anni, mentre ancora pratica con buon successo il basket, è “solo” uno dei calciatori del settore giovanile del piccolo 1. FC Ringsdorf-Godesberg, ma a cambiargli la vita arriva un giovane coach e scout del Colonia. Ha già i baffi ma non è ancora il “Messia”. Si chiama Christoph Daum. Lo scopre e lo porta nel settore giovanile biancorosso, dove è il suo tecnico nella B-Jugend e nella A-Jugend l’equivalente della “Primavera” italiana. A 18 anni Rinus Michels, che guidava il Colonia in Bundesliga, vuole con lui per il ritiro a Palma di Maiorca. I Geißböcke sono un club di vertice e Tony, trasformato da attaccante in centrocampista difensivo e soprattutto in esterno “basso”, si trova a condividere campo e spogliatoi con Harald “Toni” Schumacher, Klaus Allofs e Pierre Littbarski. Con quella maglia però Baffoe, complice anche la normativa sui calciatori stranieri giocherà solo due partite in due stagioni (il terzo calciatore africano dopo Ibrahim Sunday e Etepe Kakoko), prima di passare al Rot-Weiss Oberhausen, in 2.Bundesliga.

Da lì, grazie alle sue doti di corsa e alla buona tecnica, comincerà la sua risalita che nel 1989 l’avrebbe riportato in massima serie. Un percorso che ha un momento magico per Baffoe. È la stagione 1986-1987, quando è protagonista con il Stuttgarter Kickers, il suo club di allora, in seconda divisione, di una meravigliosa cavalcata che li porta in finale di Coppa di Germania. Con l’Amburgo perderanno, ma Baffoe nell’ultimo atto della competizione sarà uno dei migliori dei suoi, con l’assist per l’unico gol dei Kickers, quello del momentaneo vantaggio di Kurtenbach. Reti, assist, giocate, ma anche un ruolo fondamentale nella lotta al nascente razzismo nel calcio tedesco. Per i pochi giocatori africani del campionato tedesco infatti nella seconda metà degli Anni Ottanta non era raro venire accolti negli stadi da versi della scimmia, da lanci di banane o da insulti. Tony, che concluderà la sua avventura al Fortuna Düsseldorf con la retrocessione nel 1992, scriverà nel 1990 una lettera aperta alla “Bild” insieme a Tony Yeboah e Soulemayne Sané, le altre stelle nere della Bundesliga. Il titolo era eloquente. “Aiutateci, non vogliamo essere prede”. Dopo aver lasciato la Germania Tony, che tra i tifosi della Bundesliga è ricordato anche per l’ironia graffiante (al suo allenatore che lo criticava per i dreadlocks rispose di guardarsi il vestito….) giocherà in Francia tra Metz e Nizza, per poi chiudere tra Hong Kong e Venezuela. Ora, dopo essere stato apprezzato commentatore delle televisioni private tedesche, Baffoe è il presidente dell’associazione dei giocatori del Ghana, il Paese con cui nel 1992 conquistò il secondo posto in Coppa d’Africa, oltre a rappresentare la sua federazione nei massimi organismi internazionali. Come diplomazia e garbo, come faceva in campo.