Bratseth e Fjørtoft, la Norvegia in Bundesliga

Un giocatore per cambiare la stagione o magari per puntellare una rosa un po’ “corta”. È quello che allenatori e direttori sportivi di Bundesliga cercano nel mercato invernale. Ai dirigenti tedeschi a volte è andata male (magari spendendo cifre poi rivelatasi eccessive) in altri casi la ricerca è andata benissimo, scovando talenti, che poi avrebbero fatto la fortuna del club. È quello che accade a cavallo tra il 1986 e il 1987 al Werder Brema. La squadra biancoverde, guidata in panchina ormai da cinque anni da Otto Rehhagel, ha bisogno di un rinforzo in difesa. I dirigenti della società del Weser, come era all’epoca una loro consuetudine, lo vanno a prendere in un mercato per l’epoca ancora “secondario”. È infatti dalla Norvegia, più precisamente dal Rosenborg, che ingaggiano per poco meno dei 100mila euro attuali un difensore centrale di 26 anni, capace anche di disimpegnarsi come libero. Si chiama Rune Bratseth, ma i tifosi del Werder lo soprannomineranno presto “Der Elch”, l’alce, per la sua statura (1.93).

L’esordio, nel febbraio 1987, con il Norimberga a dir la verità non è di quelli da ricordare, visto che i biancoverdi perdono 5-1. Ma sarà solo questione di tempo, perché quello spilungone norvegese, rude ma mai scorretto, capace di giocare con entrambi i piedi e con un ottimo senso della posizione, diventa uno degli stranieri più forti mai approdato sulle rive del Weser. La bacheca alla sua partenza, datata 1995, sarà molto più ricca di quanto lo era al suo arrivo. Due Bundesliga (1988 e il 1993), altrettante DFB-Pokal (1991, 1994) e soprattutto una Coppa delle Coppe, il primo trofeo europeo della storia del Werder. Nella cavalcata della stagione 1991-1992, Bratseth è protagonista, con delle prestazioni sontuose, come quella nella finale di Lisbona dove insieme ai suoi compagni, tra cui il futuro tecnico Thomas Schaaf e Dieter Eilts fermerà il Monaco di Wenger e George Weah o nel doppio confronto con i romeni del Bacau al primo turno quando segna sia all’andata che al ritorno. Si toglierà anche la soddisfazione di segnare nella neonata Champions League, prendendo parte all’incredibile rimonta del Werder, contro l’Anderlecht (da 0-3 a 5-3), nell’edizione 1993-1994. Quando partirà nel 1995 tornerà a Trondheim, diventando per più di un decennio direttore sportivo del “suo” Rosenborg. I tifosi biancoverdi però non l’hanno dimenticato, inserendolo spesso e volentieri nelle top-11 di sempre del Werder, stilate periodicamente, lui che è stato votato miglior giocatore norvegese in occasione dei 50 anni della UEFA.

Come i tifosi, ma quelli dell’Eintracht Francoforte, non si scorderanno mai di un altro “uomo venuto dal Nord”, Jan Åge Fjørtoft, anche lui norvegese, arrivato dallo Sheffield United, nella sessione invernale della stagione 1998-1999. A differenza di Bratseth lui fa l’attaccante, ma nonostante in 58 presenze spalmate su tre anni, abbia segnato 14 reti, le Aquile se lo ricordano solo per quello che accadde il 29 maggio 1999, ultima giornata di Bundesliga. Al fischio d’inizio del match contro il Kaiserslautern l’Eintracht sarebbe retrocesso. “Eravamo pronti – ha racconta Fjørtoft in occasione dei vent’anni di quella partita – nelle settimane passate nessuno ci aveva preso in considerazione. Negli stadi tedeschi tutto era andato a nostro sfavore”. Le Aquile devono vincere, possibilmente con un largo margine, contro il FCK, che è già qualificato all’allora Coppa UEFA. Serve un miracolo. O quasi. A meno di un quarto di gara dalla fine però l’Eintracht vince 4-1. Stando così i risultati delle dirette concorrenti (il Norimberga perde con il Friburgo 2-1) al club dell’Assia serve un’altra rete. A segnarla proprio Fjørtoft, che con una finta delle sue, supera il portiere Renke e deposita in rete. L’Eintracht è salvo, il Norimberga, che già aveva reso noto i prezzi per gli abbonamenti in Bundesliga, scende. Il norvegese, che con una finta simile aveva segnato la rete che aveva riportato la Norvegia ai Mondiali dopo 56 anni è un eroe, tanto che. Il suo gol è stato anche utilizzato da Niko Kovac per motivare i suoi giocatori per la corsa salvezza del “suo” Eintracht nel 2015-2016. Due giocatori, due eroi calcistici, che Erling Haaland, anche lui norvegese, anche lui acquistato nel mercato invernale, spera di imitare a Dortmund. E non ha cominciato proprio male…

Shmuel Rosenthal, un israeliano in Bundesliga

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Un centrocampista difensivo, che sa fare bene anche il libero. A inizio Anni Settanta Shmuel Rosenthal ha 25 anni ed è una delle stelle del Hapoel Petah Tikva, club del massimo campionato israeliano. Con la Nazionale con la Stella di Davide ha disputato i Giochi Olimpici di Messico ’68, dove Israele è uscito solo per sorteggio nei quarti di finale con la Bulgaria e soprattutto i Mondiali del ’70. In Messico ha giocato tutte e tre le partite della selezione asiatica, compreso il match contro l’Italia terminato 0-0. “In quel momento ho notato – racconterà anni dopo – che lì potevo starci. Divento professionista”. Rosenthal, che è un dilettante come tutti i suoi connazionali, compreso il bomber Mordechai Spiegler, è sul taccuino di diversi club europei. A spuntarla nel 1971 è il Borussia Mönchengladbach. Decisivi per l’ingaggio sono i rapporti di amicizia e stima che intercorrono tra Emmanuel Scheffer, ct di Israele e la dirigenza dei “Puledri”. Hennes Weisweiler, l’allenatore dei “Fohlen” è stato infatti il docente di Scheffer alla Sporthochschule Köln, dove il tecnico israeliano aveva frequentato il corso allenatori con un certo Rinus Michels, l’”architetto” del calcio totale. Weisweiler e il general manager Helmut Grashoff sono stati anche i dirigenti che nell’estate 1970 avevano portato il ‘Gladbach di Netzer e Bonhof a Tel Aviv per giocare contro la Nazionale locale, in cui peraltro militava pure Rosenthal. Era stato un successo con i Fohlen, vittoriosi 6-0, capaci di entusiasmare i 30mila spettatori, in un incontro, che era stato il primo di un club professionistico tedesco in Israele.

Le difficoltà per il trasferimento di Shmuel però non mancano. Prima di tutto quelle regolamentari. La Federcalcio israeliana punisce chiunque decida di giocare all’estero, così Rosenthal viene squalificato per un anno. E poi il neo acquisto del ‘Gladbach è pur sempre un giocatore di religione ebraica nel Paese che ha messo in atto la Shoah. I rapporti tra Israele e Germania Ovest sono in via di ricostruzione, dal 1952, in base agli accordi del Lussemburgo, la Repubblica Federale corrisponde delle riparazioni al giovane Stato asiatico per l’Olocausto, ma in Israele qualunque cosa sia tedesco è rigettato. Dalla musica di Richard Wagner, associata al nazionalsocialismo (le note del compositore erano state la colonna sonora del regime e venivano spesso suonate anche nei lager) alle parole dello scrittore Günter Grass, bersagliato ancora nel 1971 dai pomodori in occasione di una visita per la “Settimana della cultura tedesca”.

In più per Rosenthal, che ha rischiato di avere compagno al ‘Gladbach l’amico Spiegler, c’è anche una storia personale particolare. La famiglia di suo padre, che viveva in Lituania, è stata interamente sterminata dai nazisti durante la Shoah e il papà di Shmuel si è salvato solo perché nel 1935, all’indomani delle Maccabiadi, i giochi sportivi ebraici, disputati da calciatore, aveva deciso di rimanere in quella che era ancora la Palestina britannica. E proprio per questo, che il ragazzo israeliano chiederà il permesso al padre, prima di accettare l’offerta del ‘Gladbach “Giocherei volentieri in Germania papà, per te sarebbe un problema?” domanderà al genitore nei giorni del trasferimento “Per me non è facile – gli risponderà, come ricorderà in un’intervista alla Deutsche Wellema se tu vuoi così fortemente il tuo successo sportivo, se vuoi diventare il primo israeliano a giocare in Germania, ti do la mia benedizione”. La militanza in Bundesliga di Rosenthal, che diventerà il primo israeliano a giocare all’estero seguito poco da Spiegler, è sportivamente una parentesi. Tredici partite, tutte nella prima parte della stagione 1972/1973, tra campionato e coppa UEFA con una rete, alla terza presenza contro l’Hannover. Gioca spesso nel ruolo di libero, incontra campioni come Uli Hoeneß ma non convince tutti. Poi la nostalgia di casa, il freddo e anche la paura sua e dei compagni dopo l’attentato di Monaco ’72 (l’ambasciata gli fornirà una guardia del corpo, come ha ricordato alla Deutsche Welle) sanciscono il divorzio tra il ‘Gladbach e il libero israeliano. Che la sua carriera la terminerà nel ’79 dopo aver giocato negli USA e nel “suo” Hapoel Petah Tikva, oltre che i diversi club israeliani minori.Il post-carriera non gli arriderà, con una condanna a 13 anni per traffico di cocaina, rimediata nel 1997. Scontata la pena lavorerà come maestro di yoga e in una ditta di elettronica. Nel 2016, 43 anni dopo l’ultima volta Rosenthal torna in Germania. E lo fa in occasione di un documentario sui rapporti calcistici tra Germania Ovest e Israele.

Visita il Borussia-Park e incontra i suoi vecchi compagni Rainer Bonhof e Herbert „Hacki“ Wimmer. Definirà quel viaggio la “chiusura di un cerchio”. Apertosi quando un giovane israeliano sognava di essere professionista in Europa.

DFB-Hallenpokal, le stelle sotto un tetto

Una competizione per sfruttare la crescente popolarità del calcio a cinque e per riempire il vuoto lasciato dal calendario della Bundesliga. Con questi obiettivi nel 1987 il quotidiano popolare Bild decide di organizzare una Hallenpokal, letteralmente “torneo al coperto”, a Stoccarda. Quattro squadre, due semifinali e una finale, vinta 3-1 ai tiri da nove metri dall’Amburgo contro i padroni di casa del VfB. È un successo, tanto che nel 1988 la DFB la Federcalcio tedesca ne prende il controllo, stabilendo premi sostanziosi (per esempio 40mila marchi per i vincitori dell’edizione ’88). È nata la DFB-Hallen-Masters, dal ’98 al 2001, data dell’ultima edizione, chiamata anche DFB-Hallenpokal. Si gioca cinque contro cinque senza fallo laterale (il campo ha le sponde) ed è articolata in una fase di qualificazione, con tornei giocati in tutta la Germania e una fase finale, che dal ’89 al 2001, ha luogo, anche per provare ad attirare pubblico, a Monaco di Baviera o a Dortmund. Alla DFB-Hallenpokal, trasmessa dall’emittente commerciale DSF, potevano partecipare squadre di Bundesliga, di 2.Bundesliga, ma anche club delle serie inferiori, nonché società straniere, provenienti da quei Paesi che disputavano un campionato sull’anno solare (per esempio la Dinamo Kiev e la Dinamo Tbilisi) o che avevano una sosta particolarmente lunga come i danesi del Brøndby o i polacchi del Widzew Łódź.

Questi ingredienti, con formule che hanno continuato a evolversi per provare a sollevare l’interesse del pubblico e dei dirigenti, hanno fatto diventare la DFB-Hallen-Masters una competizione di assoluto culto, Da un lato, almeno fino alla metà degli Anni Novanta, anche per la qualità dei giocatori in campo. Basta leggere la lista dei capocannonieri del torneo. Ci sono nomi come Frank Mill, leggenda del Borussia Dortmund, il futuro Pallone d’Oro Matthias Sammer, Wynton Rufer, ottimo goleador con la maglia di Werder Brema e Kaiserslautern, ma anche Pierre Littbarski, campione del mondo a Italia ’90 e talento del Colonia o Paulo Sergio, al Bayer Leverkusen, prima di passare a Roma e Bayern. Dall’altro lato per i risultati e le storie ha saputo raccontare. Come nel 1993 quando in uno dei tornei di qualificazione la finale fu tra Karlsruhe e le riserve del.. Karlsruhe o quelle delle ultime due edizioni.

Nel 2000 a conquistare il titolo furono i bavaresi del Greuther Fürth. E non fu una vittoria sul campo. I biancoverdi, arrivati in finale dopo le qualificazioni avevano infatti perso 3-2 il match per il titolo con il Borussia Mönchengladbach. Nel dopopartita però Quido Landzaat, difensore del ‘Gladbach, fu trovato positivo a un controllo antidoping. Sostanza: cannabis. Il Greuther aveva fatto ricorso e in appello il tribunale della DFB aveva tolto il titolo al Borussia e l’aveva assegnato ai bavaresi. Nel 2001, nel torneo in cui i tifosi del Dortmund poterono ammirare per la prima volta con la loro maglia il talento di Tomáš Rosický e che aveva tra i partecipanti il SSV Reutlingen, a vincere invece era stata un’altra squadra proveniente dalla Baviera, l’Unterhaching, all’epoca club di Bundesliga. I rossoblù vinsero la finale contro il Werder Brema di Thomas Schaaf e del goleador improvvisato Mike Barten. 1-1 dopo i tempi regolamentari per le reti di Ailton e lo spagnolo del Baden-Württemberg Alfonso Garcia. Poi rigori dai nove metri. Sbaglia per il Werder Frings, decide Altin Rraklli, ex Friburgo e Hertha Berlino, già autore di una doppietta in semifinale. Quella rete è l’ultima della storia della DFB-Hallenpokal, con 11 vincitori diversi in 14 edizioni (curiosamente il Bayern Monaco non l’ha mai vinta, mentre il BVB è l’unico club ad averlo conquistato più volte). Dal 2002 non si giocherà più mettendo fine alla lenta agonia di una competizione, schiacciata dal calendario sempre più esteso, dal diminuito interesse del pubblico anche legato ai prezzi dei biglietti (nel 2001 il costo per un tagliando si aggirava intorno ai 55 marchi) e dal timore degli infortuni, che avevano indotto le società, soprattutto le big a schierare le seconde linee. Fino al 2015 si continuerà a disputare la versione femminile, nata nel 1994, ma mai si toccheranno le punte degli Anni Novanta quando le “stelle” giocavano sotto un tetto.

Coppe, miracoli e TV, c’era una volta il Boxing Day

©NDR

In Bundesliga, con il diciassettesimo e ultimo turno tra venerdì e domenica, si è chiuso il 2019 del calcio tedesco. C’è stato un periodo però in cui il Fussball scendeva in campo, come accade in Inghilterra, nel periodo delle feste natalizie. Fino all’epoca delle Oberliga il 26 dicembre, lo Zweiter Weihnachtsfeiertag, il secondo giorno di festa di Natale, era la data scelta per fissare i match “di cartello” e in particolare i derby cittadini. Nel 1946, in una Baviera occupata e distrutta, si disputa la stracittadina di Monaco, con il Bayern penultimo in classifica e i “Leoni” secondi. Finisce 1-1 e a fine stagione il 1860 è quarto nella Oberliga Süd, mentre a Francoforte sul Meno nello stesso giorno è in programma il derby tra Eintracht e FSV. Più di un decennio dopo nel ’57 nella Oberliga Nord il 26 dicembre viene giocato Amburgo-Eintracht Braunschweig, in quella stagione una sfida di vertice. Un match ricordato per il campo neutro (di Brema) e per l’incredibile andamento. 0-4 per i Braunschweiger all’intervallo, 6-4 per il HSV al fischio finale. Protagonista assoluto della rimonta Uwe Seeler, al rientro dall’unica espulsione della sua vita (dopo la sua uscita dal campo i tifosi dell’Amburgo erano entrati in campo alla ricerca dell’arbitro, causando così la squalifica del campo) e autore di una tripletta, tra cui una rete in rovesciata.

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Con il passare degli anni, nonostante non siano mancati negli Anni Sessanta e Settanta le partite di campionato a cavallo tra vecchio e nuovo anno, soprattutto recuperi, ma anche giornate intere (vedi la Bundesliga 1964-1965 o la 2.Bundesliga ’76/77), il periodo natalizio era diventato territorio per la Coppa di Germania. Una consuetudine durata fino al 1977 (il 26 dicembre di quell’anno si giocò davanti a 50mila persone la ripetizione dei quarti di finale tra Fortuna Düsseldorf e Schalke 04) e che venne inaugurata nel 1952, quando la DFB-Pokal venne organizzata per la prima volta dopo il secondo conflitto mondiale. La data è sempre il giorno successivo al Natale, il teatro è il Millerntor di Amburgo, dove i padroni di casa del St.Pauli affrontano per il replay degli ottavi di finale il SF Hamborn 07, club dell’omonimo distretto di Duisburg, non lontano da Dortmund. Più che per la posta in palio, la partita è famosa per un altro particolare. È il primo match della storia del calcio tedesco ad essere trasmesso in diretta TV. A mandarlo in onda è la NWDR (Nordwestdeutscher Rundfunk) l’emittente pubblica che solo 24 ore prima ha iniziato la sua regolare programmazione. Due ore al giorno, dalle 20 alle 22, anche se proprio per St.Pauli-Hamborn si fa un’eccezione. Dato che il Millerntor non ha i riflettori si trasmette nel pomeriggio.

La scelta di quell’incontro non è stato per niente casuale. La neonata emittente ha infatti tre impianti di trasmissione: a Berlino, Colonia e Amburgo. Lo studio della NWDR nella città anseatica, da cui nel 1950 erano state effettuate le prime prove tecniche è praticamente di fianco all’impianto, in un bunker costruito durante la guerra e che era usato come punto di osservazione dalla Flak, l’artiglieria contraerea della Wehrmacht. Nel settembre 1952 poi era stata installata una torre di trasmissione alta 36 metri per permettere le trasmissioni in diretta. Qualche mese prima, il 23 agosto, livello sperimentale la NWDR aveva mandato in onda il derby anseatico tra Amburgo e Altona 93. Una diretta, tutt’altro che improvvisata, quella dell’emittente del nordovest della Germania, che contemporaneamente al match al Millerntor ha in programma di trasmettere per la zona di Colonia un’amichevole tra i biancorossi e la Stella Rossa Belgrado. Il match venne rinviato per le cattive condizioni meteo e tutti, tra Berlino, Amburgo e la città del Duomo videro la partita di Coppa di Germania. In verità i televisori per uso domestico registrati nel Paese erano poco più di 2700, tanto che gli spettatori allo stadio saranno di più di quelli seduti davanti allo schermo. Videro una bella partita, ripresa da tre camere fisse, che per la cronaca terminò 4-3 per l’Homborn dopo i tempi supplementari. Una delusione per i tifosi del St.Pauli che per prendersi una rivincita simbolica, dovranno aspettare poco meno di 45 anni.

È il 19 gennaio 1997 e Friedrich Küppersbusch, all’epoca conduttore sul primo canale nazionale del talk show politico “Privatfernsehen”, programma che sponsorizzava l’Homborn (al club aveva dedicato un reportage di 40 minuti e una striscia interna alla trasmissione), aveva organizzato un’amichevole tra i due club. Si giocava nella Ruhr e tra gli spettatori, c’era pure Helmut Sadlowski, l’uomo partita del 1952 e  Mario Adorf, attore italo-tedesco, cresciuto a Mayen, 150 chilometri più a sud. Il risultato finale fu 7-2 per il St.Pauli, con le reti commentate in diretta sulla WDR (una delle “figlie” della NWDR) Horst Heese, ex allenatore di Bundesliga, che aveva mosso i suoi primi passi nel Fussball a Hamborn, lì dove li muoverà pure Christoph Daum. Tra quelle due partite era cambiato tutto. Già dall’agosto 1953 la DFB aveva fissato le tariffe per trasmettere i “suoi” match, dai 1000 marchi per le partite di campionato, ai 2500 per quelle della Nazionale. La strada per l’attuale “spezzatino” del calcio tedesco era stata tracciata, a partire da un match disputato a Natale.

Una settimana “all’inglese”

Tre partite in sette giorni. Sono quelle che vedranno gli appassionati di calcio tedesco nella settimana precedente a Natale. Un turno infrasettimanale che in Bundesliga è stato introdotto nella stagione 1965-1966. Una decisione per certi versi rivoluzionaria (la massima serie giocava i suoi match il sabato pomeriggio), arrivata al termine di una delle estati più “calde” della storia. Alla fine del campionato 1964/1965 infatti la DFB retrocede d’ufficio per irregolarità finanziarie l’Hertha Berlino. Manca un regola per decidere di prende il suo posto. Per rimpiazzare i biancoblù nella Bundesliga a 16 squadre la Federazione sceglie di ammettere il Karlsruhe, che segue la “Alte Dame” in classifica. Lo Schalke, ultimo protesta, come contestano la decisione il SSV Reutlingen, perdente nei play off promozione, il TeBe e il Tasmania Berlino, le due formazioni di seconda divisione, che vorrebbe prendere il posto dei “cugini”, dato che per le regole dell’epoca una squadra della Capitale ci deve sempre essere in Bundesliga. La DFB ne esce come un capolavoro di diplomazia. Oltre al Karlsruhe sono inserite nell’organico della nuova prima divisione lo Schalke 04 e Tasmania (dopo il rifiuto dello Spandauer SV), oltre alle due neopromosse Borussia Mönchengladbach e Bayern Monaco. La massima serie passa così da 16 a 18 squadre. Un allargamento che porta con sé l’aggiunta di quattro partite, tra andata e ritorno. Così si decide di fissare per la prima volta dei match infrasettimanali. La prima data per una englische Woche, così come i tedeschi, chiamano tutt’ora una settimana in cui si giocano tre match, è mercoledì 20 ottobre, nona giornata di campionato. Nove incontri spalmati tra la sera e il pomeriggio, con addirittura un tris di partite Borussia Mönchengladbach-Hannover,Tasmania Berlino-Stoccarda e Borussia Neunkirchen-Meidericher SV fissate alle 15.45.

La prima rete “settimanale” della Bundesliga la segna a Berlino il difensore dello Stoccarda Klaus-Dieter Sieloff al 20′, uno che diventerà una colonna del grande Borussia Mönchengladbach e che fino a 14 anni aveva un’altra passione, la boxe praticata a livello dilettantistico. In quella giornata si segnalano un gol di Netzer, per aprire il 2-0 dei Fohlen e tre doppiette: quella di Franz-Peter Neumann del Fortuna Düsseldorf, di Lothar Emmerich del Borussia Dortmund contro il Norimberga alle ore 19 e di Rudolf Nafziger, nel colpo esterno del Bayern Monaco con l’Amburgo, in uno dei primi match della storia della Bundesliga, insieme al contemporaneo Monaco 1860-Schalke 04, ad essere giocato in orario serale.

Il match del Volksparkstadion è il primo nella massima serie a girone unico tra Bayern e Amburgo, che poi diventeranno grandi rivali nel calcio tedesco tra Anni Settanta e Ottanta, ma anche una partita in cui succede un fatto inusuale. A metà del primo tempo Sepp Maier, portiere dei bavaresi si infortuna al ginocchio dopo uno scontro con la bandiera del HSV e della Nazionale Uwe Seeler.

Non si sono le sostituzioni e in porta ci deve andare un giocatore di movimento. Il tecnico Čajkovski sceglie il suo attaccante Gerd Müller, autore della rete del 2-0, che durante gli allenamenti si cimenta spesso tra i pali. Entra senza guanti e con la divisa del collega. È reattivo e scattante, come davanti alla porta avversaria, tanto che riesce a bloccare pure un cross di Manfred Pohlschmidt. La sua parentesi da numero uno di Müller durerà lo spazio di alcuni minuti, prima che Maier rientri stringendo i denti. Alla fine sarà un sensazionale 4-0, soprattutto visto che il Bayern è in quel momento una neopromossa. Sepp e Gerd, già amici fuori e dentro il campo sono elogiati come gli eroi del giorno. Lo saranno tante volte in carriera, insieme. Ma mai come portiere e… portiere.

Rangnick-Groß, un filo tra Lipsia e Sinsheim

Hanno entrambe uno sponsor facoltoso alle spalle, SAP e RedBull e hanno debuttato in Bundesliga tutte e due meno di quindici anni fa. Hoffenheim e Rasenball Lipsia, che si incontrano nel prossimo turno del massimo campionato tedesco, hanno però anche un altro punto in comune. Dietro alla loro ascesa c’è la stessa “strana coppia”, quella formata da Helmut Groß e Ralf Ragnick. I due hanno iniziato a frequentarsi regolarmente nel 1986, quando il primo, classe 1946, è un tecnico con molta esperienza nelle serie minori, mentre il secondo, di dodici anni più giovane, è l’allenatore della formazione riserve degli Schwaben.

All’epoca Groß, di professione ingegnere delle costruzioni, ramo ponti, era già un piccolo mito del calcio del Wurttenberg, la regione del sud della Germania da dove provengono lui e Rangnick. Dopo gli inizi al Faurndau, condotto a giocare la prima Coppa di Germania della sua storia la sua reputazione Groß l’aveva costruita con il SC Geislingen, club che aveva iniziato a guidare nel 1981 e con il Kirchheim. Promozioni a ripetizione e soprattutto un modo di giocare che da quelle parti non aveva mai visto nessuno. Prendendo spunto da tecnici come Gyula Lorant, Pal Csernai e soprattutto Ernst Happel, l’ingegnere propone un modello di calcio, basato sulla difesa a zona schierata con quattro giocatori in linea, sul pressing, sul recupero palla e su veloci contrattacchi. “Con la difesa a zona – dichiarerà nel 2009 a Spox.com – si può essere più economici, perché i giocatori possono risparmiare energie, visto che non devono correre senza senso dietro a un avversario (..) Io ero dell’opinione che le energie risparmiate bisognasse utilizzarle per mettere gli avversari in costante pressione. Ci aveva provato Ernst Happel con la Nazionale olandese ma per me non era abbastanza”. Stava nascendo la ballorientierte Raumdeckung, quello che oggi viene comunemente chiamato Gegenpressing. Una filosofia di gioco, che consentì al VfL Kirchheim di Groß nel 1986 di pareggiare 1-1 in amichevole con la Dinamo Kiev di Lobanovski, uno di quelli che a innovazione calcistica era secondo a pochi.

Se Groß a metà Anni Ottanta è già una piccola celebrità locale, Rangnick è un 28enne con una storia un po’ particolare. Discreto calciatore dilettante, studi magistrali all’Università di Stoccarda, con un anno in Inghilterra nel Sussex, occasione per migliorare la lingua ma anche le sue conoscenze sul football andando regolarmente a vedere gli incontri dell’allora First Division (giocherà pure con i dilettanti del Southwick Fc), nel 1984, mentre è il player-manager del Backnang, la squadra della sua città natale, risulta il migliore al corso d’allenatore della Deutsche Sporthochschule Köln, la massima scuola di sport del Paese. Nello stesso anno incontra, come era successo a Groß la Dinamo Kiev del Colonnello che in quella parte della Germania Ovest svolge i suoi ritiri invernali. “Ero in campo – ricorda Rangnick in un’intervista a Reviersport.de – ero perplesso. Ho contato i giocatori. Eravamo undici noi e undici loro. Tuttavia giocavano un pressing così inteso e usavano così bene l’ampiezza del campo, da avere l’impressione che fossero almeno due in più sul terreno di gioco”. Quando i due si incontrano nel 1986, Rangnick, che è inserito anche all’interno dello staff tecnico dell’associazione calcio del Württemberg, è entusiasta della proposta di calcio di Groß, tanto da avere l’idea di insegnare questa filosofia di gioco ai nuovi tecnici. Bisogna convincere gli allenatori della bontà di questa proposta di calcio e mostrare a loro, anche in maniera concreta, come trasmetterla. Dato che non esistono materiali didattici Rangnick e Groß li inventano, elaborando anche programmi di formazione. Senza tralasciare il perfezionamento delle idee della ballorientierte Raumdeckung. A influenzare la sua evoluzione l’arrivo sulla scena del calcio mondiale del Milan di Arrigo Sacchi. Per studiarlo Groß si fa arrivare un costosissimo, per l’epoca, videoregistratore e insieme a Rangnick passano nottate a vivisezionare ogni azione del 4-4-2 dei rossoneri.

Nel 1990, mentre Ralf nei dilettanti del Korb sta mettendo in pratica la nuova filosofia di gioco, Groß lo richiama allo Stoccarda dove dal 1989 è il coordinatore del settore giovanile. Gli affida la Jugend-A, l’equivalente della nostra Primavera. In quattro anni loro due, insieme ai loro collaboratori, introducono la ballorientierte Raumdeckung nel settore giovanile degli Schwaben. Chi ci lavorerà, anche negli anni seguenti, come Jürgen Klopp, Thomas Tuchel o il futuro ct della Nazionale U21 Rainer Adrion, lo assorbirà e lo diffonderà. Groß e Rangnick prenderanno strade diverse, per poi incontrarsi di nuovo poco lontano, all’Hoffenheim. È il 2006 e stavolta quello “famoso” è Rangnick, che con il suo Ulm, in 2.Bundesliga, si è costruita, anche grazie ad alcune apparizioni televisive la fama del “guru” della tattica. Ralf, che durante le vacanze in Alto Adige a inizio Anni Novanta aveva studiato anche Zdeněk Zeman vuole il suo vecchio mentore, come scout, anche se in realtà è molto di più. In cinque anni porteranno la squadra del sud della Germania in Bundesliga, ma soprattutto ne cambieranno il volto. Hanno carta bianca,

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Rangnick chiede, Dietmar Hopp, il milionario patron del club lo accontenta. Più che giocatori, vuole collaboratori che possano seguire il suo disegno tecnico e organizzativo, come Bernhard Peters, ex allenatore di hockey come head of performance o Hans Dieter Hermann, come psicologo, già parte della spedizione di Klinsmann, l’altro grande innovatore del calcio tedesco, a Germania 2006. Il club si dota di strutture top, dal centro d’allenamento a un importante comparto per l’analisi video, parte fondamentale per sviluppare la filosofia di gioco di Rangnick e Groß. Che come capita dai tempi di Stoccarda non si ferma mai, ma cambia seguendo le evoluzioni del calcio europeo e mondiale. Nel 2012, dopo la fine del rapporto con l’Hoffenheim e una breve parentesi con lo Schalke portato in semifinale di Champions League, Rangnick riceve una nuova chiamata, è quella dell’emergente Rasenball Leipzig. Gli si chiede di fare come con l’Hoffenheim qualche anno prima, anche se Rangnick non siede più in panchina ma dietro una scrivania. A fianco, con un ruolo da consigliere, vuole sempre il suo vecchio mentore Groß. Uno che avrebbe potuto stare per conoscenze in Bundesliga, ma che per sua stessa ammissione ama “stare dietro le quinte”. In sette anni il club è andato, con Rangnick per due stagioni in panchina, dalla quarta serie agli ottavi di Champions League. Dall’estate 2019 Helmut Groß si gode la pensione, mentre Rangnick è passato a fare altro, sempre nella galassia RB. Le loro idee però rimangono, basti pensare, a tutti i tecnici che hanno formato: dal già citato Klopp fino a Markus Gisdol, che quel mondo di intendere il Gioco, l’aveva imparato prima da giovane calciatore al Geislingen e poi allo Stoccarda e all’Hoffenheim.

Arminia ’78, il sogno di Bielefeld

A Bielefeld ormai sognano. Ma a occhi aperti. L’Arminia, dopo un sorprendente avvio di campionato, è in vetta alla 2.Bundesliga insieme all’Amburgo e sperano nel ritorno in massima serie. Di promozioni il club del Nordrhein-Westfalen ne ha ottenute sette l’ultima nel 2004. Ce n’è una però che è rimasta nel cuore dei tifosi dell’undici che gioca alla SchücoArena, il vecchio Alm-Stadion. È la promozione del 1978, ottenuta vincendo il girone nord della 2.Bundesliga, davanti al Rot-Weiss Essen di un eccezionale Horst Hrubesch (41 gol). Una risalita, conquistata con un grande girone di ritorno e sigillata dalle parate di Uli Stein, dalle chiusure della coppia di centrali Moors-Pohl e soprattutto dalle 16 reti del centrocampista Norbert Eilenfeldt, che è soprattutto la fine di un incubo.

Un brutto sogno cominciato nel 1971. Al termine della prima stagione in Bundesliga della sua storia l’Arminia viene coinvolto nel più grande scandalo della storia del calcio tedesco. Secondo quanto provato dagli investigatori il club del Nordrhein-Westfalen avrebbe comprato alcune partite, come la vittoria per 1-0 contro lo Schalke 04. La sentenza di primo grado è severissima. L’undici di Bielefeld viene retrocesso d’ufficio in Regionalliga, all’epoca la seconda serie. Gli Arminen però hanno anche altre difficoltà, quelle economiche. Sono sull’orlo della bancarotta e riescono a salvarsi solo grazie a due cessioni “di peso”, come quella di Dieter Burdenski e di Gerd Roggensack, alle aziende locali e agli stessi tifosi, che si sono messi le mani in tasca per non far fallire il loro club. Da quella salvezza miracolosa l’Arminia ricomincia prima qualificandosi per la neonata 2.Bundesliga e poi costruendo una squadra di livello, guidata dal 1976 dal poco più che quarantenne Karl-Heinz Feldkamp. Il 1977 sembra l’anno buono per la promozione in Bundesliga. A metà campionato l’Arminia è davanti a tutti, ma nel girone di ritorno l’undici di Feldkamp viene sorpassato dal St.Pauli. Per guadagnarsi il pass per la massima serie serve uno spareggio, l’avversaria il Monaco 1860. L’andata è un trionfo. 4-0 per l’Arminia e champagne già in fresco. Ma al ritorno succede l’incredibile. I bavaresi di Jimmy Hartwig ripetono lo stesso risultato, a loro favore. Non ci sono supplementari né rigori, ma uno spareggio in campo neutro a Francoforte. Il risultato è una doccia fredda per gli Arminen. 2-0 per il Monaco 1860 e promozione sfumata.

È uno shock tremendo e la squadra, privata dal talentuosissimo Ewald Lienen andato al Borussia Mönchengladbach, ne risente anche nel nuovo campionato. La vera svolta arriva in primavera, l’Arminia vince otto partite su nove, staccando in anticipo il biglietto per la Bundesliga. Sarà l’inizio del miglior periodo della storia del club, impreziosito nel 1979, sotto la guida di Otto Rehhagel da un 4-0 in casa del Bayern Monaco e nel 1984 da un ottavo posto, miglior risultato in massima serie. Lì dove l’Arminia spera di ritornare nel 2019, magari non passando per gli spareggi.