Borussia Dortmund-Bayern, il “Klassiker” prima del “Klassiker”

È stata l’unica finale tutta tedesca della storia della Champions League ed è da almeno un quarto di secolo la partita che spesso decide chi dovrà alzare il Meisterschale. C’è stato un periodo però in cui Borussia Dortmund-Bayern Monaco era una partita come tutte le altre. O quasi. Come nella stagione 1965-1966, la terza della storia della Bundesliga. In quel momento il BVB era la squadra che aveva vinto la Coppa di Germania, classificandosi al terzo posto in campionato. Era la formazione di Hans Tilkowski, portiere della Nazionale tedesca, di Rudi Assauer, futura leggenda ma dello Schalke, degli attaccanti Libuda, Held, Schmidt e soprattutto Lothar Emmerich, l’uomo che ha segnato più gol con la maglia del BVB. Il Bayern Monaco invece era una neopromossa. I bavaresi avevano vinto il loro girone di Regionalliga, trascinati dai 42 gol di Rainer Ohlhauser e poi dominato il raggruppamento a quattro che valeva un posto in Bundesliga. Quella squadra, guidata in panchina del genio calcistico di Zlatko Čajkovski, ex grande giocatore del Partizan Belgrado, ha una media età bassissima. E una quantità di talento spropositata. Il suo asse portante è costituito da Sepp Maier, 21 anni, portiere, Franz Beckenbauer, anni 20, centrocampista e Gerd Müller, classe 1945, professione attaccante. Con tre fuoriclasse in crescita e ottimi giocatori di ruolo, come i difensori Peter Kupferschmidt e Werner Olk o gli attaccanti Brenninger e Nafziger, il Bayern è la sorpresa del campionato.

Dopo aver perso la prima, il sentitissimo derby con il Monaco 1860, fresco finalista di Coppa delle Coppe, il gruppo di “Čik” Čajkovski infatti le ha vinte tutte, installandosi in testa alla Bundesliga con 12 punti. Dietro di una lunghezza i “cugini” del Monaco 1860 e il BVB. Che il Bayern accoglie il 16 ottobre 1965 al “Grünwalder Stadion”, davanti a 44mila tifosi. I fan arrivati in massa, in quello che ancora oggi è la casa dell’altra squadra di Monaco, rimarranno delusi. Perché i protagonisti sono quelli che arrivano dal Nordrhein-Westfalen. “Aki” Schmidt, che come riporta il quotidiano “Rundschau”, difende, attacca e lancia mettendo in crisi la difesa bavarese e soprattutto Reinhold Wosab. È arrivato al BVB nel 1962 e la dirigenza per averlo ha battuto la concorrenza dei rivali dello Schalke 04. Ha vinto il titolo nel ’63, l’ultimo dell’era Oberliga e l’anno successivo è stato il protagonista della prima grande notte europea del Borussia Dortmund capace di battere il Benfica 5-0 negli ottavi di Coppa dei Campioni. In molti lo ricordano per un episodio accaduto sempre nel 1965 ma il 27 marzo. Un suo tiro nel match contro il Karlsruhe era entrato dall’esterno della rete e l’arbitro, nonostante le parole dello stesso giocatore che gli aveva fatto notare l’errore, l’aveva convalidato.

Quel giorno di ottobre Reinhold i gol li fa per davvero e nella rete giusta. Uno per tempo tra il 38′ e l’83’ ispirati da Emmerich e che bastano per avere la meglio sul Bayern. In mezzo il palcoscenico se lo prende Hans Tilkowski il portiere del BVB. Al 58′ infatti para un rigore al giovanissimo Franz Beckenbauer, colui che neanche un anno dopo sarà suo compagno con la maglia della Nationalmannschaft ai Mondiali di Inghilterra dove Hans, primo portiere tedesco ad alzare una coppa europea, passerà alla storia per aver preso un gol, che probabilmente non c’era, da Geoff Hurst. A fine campionato Bayern e Borussia finiranno entrambi a 47 punti, tre in meno del Monaco 1860 campione. In compenso la neopromossa vincerà la Coppa di Germania, eliminando nel turno preliminare, nel gennaio 1966 proprio il BVB. La rivalità nonostante qualche partita incredibile tra gli anni Sessanta e Ottanta, compreso un 11-1 a favore dei bavaresi, diventerà forte solo a metà Anni Novanta. Con due “corazzate” e tanti fuoriclasse in campo da ambo le parti. È nato il “Klassiker” che nel 2019/2020 come in tante occasioni negli ultimi sarà decisivo per il Meisterschale. Wosab eroe di quel giorno, rimarrà in giallonero fino al 1970, diventando protagonista di altri Borussia Dortmund-Bayern. Chiuderà la carriera nel 1973 e nel post carriera, nel 1987, fonderà un’azienda, la Goly-Pokale. Lui che non ha vinti pochi da calciatore, fabbricherà trofei. Dal suo laboratorio sono usciti tra gli altri i riconoscimenti per i premi “Calciatore mondiale dell’anno”, della “Scarpa d’Oro” e quello per “tecnico dell’anno” assegnato dalla rivista “Kicker”.

Rudi Assauer, un mito nella Ruhr

Doveva essere, ma non è stato. Borussia Dortmund-Schalke 04, il Revierderby, come tutte le altre partite di Bundesliga, è stato rinviato a data da destinarsi a causa dell’emergenza coronavirus. Un match inserito nel 2018 da FourFourTwo al nono posto nella classifica dei derby più caldi del mondo, che per più di quarant’anni ha avuto un protagonista, Rudolf Assauer, per tutti Rudi. Direttore sportivo e allenatore a interim, è stato l’uomo che ha portato lo Schalke 04 nel calcio moderno e nell’élite europea. Nei suoi due “mandati”, tra il 1981 e il 1986 e poi tra 1993 e il 2006 i Knappen hanno vissuto la loro epoca migliore dagli Anni Sessanta. Due Coppe di Germania vinte consecutivamente, nel 2001 e nel 2002 e soprattutto la Coppa UEFA, conquistata nel 1997, ai danni dell’Inter. È stato lui l’”architetto”, insieme al tecnico olandese Huub Stevens, pescato dal Roda, della squadra degli Eurofighter, che tra le sue riserve aveva David Wagner, l’attuale allenatore dello Schalke. Due periodi fondamentali nella storia del club, non solo sul campo (fu Assauer a supervisionare la costruzione della Veltins-Arena, il nuovo impianto che ha sostituito il Parkstadion), in cui c’è una “macchia”. Quella di non aver vinto il Meisterschale, il campionato che in quella parte della Ruhr aspettano ancora dal 1958. E lo Schalke di Assauer e Stevens, lo manca di un pelo.

È il 19 maggio 2001 e i Knappen stanno vincendo 5-3 con l’Unterhaching dopo essere stato sotto 2-0, il Bayern, che all’inizio di quella partita è davanti a loro di un punto sta perdendo 1-0 con l’Amburgo. Il match del club della Ruhr finisce. Gli uomini di Stevens stanno festeggiando, ma al quarto minuto di recupero il Bayern Monaco pareggia con una punizione a due in area di Patrik Andersson, che in quell’occasione segna il suo unico gol per il FCB. Le lacrime di gioia diventano di delusione. Per i loro tifosi di tutta la Germania (tranne per quelli di Bayern e Borussia Dortmund ovviamente) loro diventano i Meister der Herzen, i campioni del cuore o “campioni per quattro minuti”, quelli passati prima del gol dello svedese. Per Assauer, è parole sue “il momento più amaro della sua carriera”. Rudi, però, al di là di essere un dirigente capace, che aveva cominciato in quel ruolo nel Werder Brema, è un personaggio. Fumatore incallito (“Stumpen-Rudi”, uno dei tanti soprannomi), vero e verace, “un duro dal cuore d’oro”, lingua lunga e spesso tagliente, qualche volta con “uscite” discutibili. “Se un calciatore venisse da me e mi dicesse sono gay. Direi hai avuto coraggio, ma gli consiglierei di cambiare lavoro. Perché sarebbe preso in giro, dai compagni e dai tifosi, glielo eviterei”. Il suo essere diretto e loquace gli è costato anche entrambi i divorzi dallo Schalke, nel 1986 per i dissidi con l’allora presidente, nel 2006, quando era in procinto di diventare presidente, per aver rivelato, secondo i suoi accusatori, particolari sulla situazione finanziaria del club. Quell’addio è l’ultima grande recita di Assauer (premiato davvero come attore per una pubblicità proprio nel 2006) sul palcoscenico del grande calcio. Fa il consigliere per Wuppertaler SV Borussia e il procuratore, poi nel 2010, a 66 anni, la diagnosi. Rudi soffre del morbo di Alzheimer, la stessa malattia di cui è malato suo fratello Lothar.

In quell’anno Assauer riceve anche l’omaggio del Borussia Dortmund, il rivale di mille sfide, per i suoi 40 anni come membro del club. Sì, perché Rudi, prima di diventare una colonna e un simbolo dello Schalke (di cui ha sempre ammesso di avere tifoso), è stato un giocatore del Borussia Dortmund. Il giallonero l’ha vestito per 119 volte in sei anni, dal 1964, quando aveva vent’anni, al 1970, quando è stato ceduto al Werder Brema. Con il BVB ha vinto una Bundesliga nel 1965 e soprattutto l’anno successivo è in campo, in una delle partite che hanno fatto la storia del calcio tedesco. Il 5 maggio ’66 Rudi è al centro della difesa, al fianco del capitano Wolfgang Paul, a Glasgow, nella finale di Coppa delle Coppe contro il grande Liverpool di Bill Shankly. Al 120′ dopo una lunga battaglia la spunteranno i ragazzi della Ruhr per 2-1 grazie alle reti di Lothar Emmerich e Stan Libuda, quest’ultimo pure lui destinato a diventare un grande dello Schalke. È la prima volta che un club della Bundesliga conquista una coppa europea. E adesso si capisce perché il documentario uscito su di lui nel 2018, un anno prima della sua scomparsa, l’abbiano intitolato “Rudi Assauer, creatore, uomo, leggenda”. Sempre tra Dortmund e Gelsenkirchen.

I Riedl, una famiglia per la Bundesliga

Un gol e tante buone sensazioni. Giovanni Reyna, complice l’infortunio di Marco Reus, ha segnato una rete bellissima nell’ottavo di finale perso tra il “suo” Borussia Dortmund e il Werder Brema. Un giocatore classe 2002, estremamente talentuoso, che ha un’altra particolarità: è un figlio d’arte. Suo padre infatti è Claudio Reyna, calciatore statunitense, con una discreta carriera in Premier League (per esempio al Sunderland dove è nato a Giovanni), un presente come dirigente del New York City FC e una parentesi durata quattro anni proprio in Bundesliga. Quasi 70 presenze, tra il 1995 e il 1999 tra Bayer Leverkusen, il club che l’aveva portato in Europa e il Wolfsburg. I Reyna non sono l’unica coppia padre e figlio ad aver giocato in Bundesliga. Gli esempio sono tanti: dai Kahn (Rolf e Oliver) ai Max (Martin e Philipp), passando per i Kuntz (Günter e Stephan) e gli Zorc (Michael e Dieter) senza dimenticare i Beckenbauer (Franz e Stephan).

Chi detiene il record di presenze “di famiglia”, 630, però sono un padre e figlio, che pochi conoscono almeno al di fuori della Germania. Sono Johannes “Hannes” e Thomas Riedl. Il primo, classe 1950, dopo essere nato in quella che allora era la Germania Est, si trasferisce con la famiglia a Pirmasens, in Renania-Palatinato, sul confine con la Francia. Lì, nella città famosa soprattutto per la produzione di scarpe, muove i primi passi nel club locale, militante in Regionalliga Südwest, all’epoca la seconda serie. Gioca come ala e le sue prestazioni non passano inosservate né ai tecnici federali, che lo inseriscono nella formazione che nel ’68 gioca l’Europeo giovanile, insieme tra gli altri a Winfried Schäfer, futuro tecnico giramondo ma soprattutto futuro più che discreto attaccante di Bundesliga. In quello stesso anno Hannes riceve l’offerta del Duisburg, squadra di prima divisione.

È l’inizio di una carriera nella massima serie che durerà 17 anni e si snoderà tra le “Zebre”, l’Hertha Berlino, il Kickers Offenbach (dove chiuderà, nel ’84, perdendo 9-0 contro il Bayern Monaco), ma soprattutto il Kaiserslautern. Del club che era stato di Fritz Walter veste la maglia per sette anni, collezionando 251 partite ufficiali e 49 reti, non vincendo però nulla. A Kaiserslautern a Hannes capita anche un’altra cosa. Lì nasce nel 1976, suo figlio Thomas. Fin da piccolo ha la stessa passione di papà, il Fussball, ma lui i gol a differenza del genitore li evita. Nel 1987, dopo qualche anno in una piccola squadra locale, il TSV Otterberg, il figlio di Hannes arriva al Kaiserslautern. Compirà tutta la trafila delle giovanili, debuttando in prima squadra nel 1994. Con i “Diavoli Rossi” Thomas conquista la Coppa di Germania nel 1996 e un’incredibile Bundesliga nel 1998, vinta da neopromossa (l’unico nella storia del calcio tedesco) con lo “specialista in miracoli sportivi” Otto Rehhagel in panchina.

A festeggiare con lui anche papà Hannes, che nel ’96 era stato nominato da Norbert Thines, presidente del Kaiserslautern, responsabile dei rapporti con i tifosi. Quel periodo, con la partecipazione alla Champions League (eliminazione ai quarti contro il Bayern Monaco) segnerà il punto più alto della carriera di Thomas, che nel ’99 passerà a Monaco 1860. Sulle rive dell’Isar, lui, non proprio un goleador entrerà nel cuore dei fans dei “Leoni”. Perché nel novembre 1999, alla sua prima stagione segna con un tiro da lontano la rete che consente al 1860 di battere i rivali cittadini del Bayern Monaco. Erano 22 anni che non ci riuscivano.

Per Riedl jr, ritornato poi ai “Diavoli Rossi”, sarà un lento declino, con diverse esperienze in Austria, una all’Eintracht Trier, in Regionalliga e per chiudere nel 2011/2012 al Pirmasens, proprio dove quasi mezzo secolo prima papà aveva fatto iniziare la storia della “dinastia” con più presenze nella storia della Bundesliga. Hannes però non lo vedrà con la sua maglia, dato che è morto improvvisamente a 60 anni, nel 2010.

DFB-Hallenpokal, le stelle sotto un tetto

Una competizione per sfruttare la crescente popolarità del calcio a cinque e per riempire il vuoto lasciato dal calendario della Bundesliga. Con questi obiettivi nel 1987 il quotidiano popolare Bild decide di organizzare una Hallenpokal, letteralmente “torneo al coperto”, a Stoccarda. Quattro squadre, due semifinali e una finale, vinta 3-1 ai tiri da nove metri dall’Amburgo contro i padroni di casa del VfB. È un successo, tanto che nel 1988 la DFB la Federcalcio tedesca ne prende il controllo, stabilendo premi sostanziosi (per esempio 40mila marchi per i vincitori dell’edizione ’88). È nata la DFB-Hallen-Masters, dal ’98 al 2001, data dell’ultima edizione, chiamata anche DFB-Hallenpokal. Si gioca cinque contro cinque senza fallo laterale (il campo ha le sponde) ed è articolata in una fase di qualificazione, con tornei giocati in tutta la Germania e una fase finale, che dal ’89 al 2001, ha luogo, anche per provare ad attirare pubblico, a Monaco di Baviera o a Dortmund. Alla DFB-Hallenpokal, trasmessa dall’emittente commerciale DSF, potevano partecipare squadre di Bundesliga, di 2.Bundesliga, ma anche club delle serie inferiori, nonché società straniere, provenienti da quei Paesi che disputavano un campionato sull’anno solare (per esempio la Dinamo Kiev e la Dinamo Tbilisi) o che avevano una sosta particolarmente lunga come i danesi del Brøndby o i polacchi del Widzew Łódź.

Questi ingredienti, con formule che hanno continuato a evolversi per provare a sollevare l’interesse del pubblico e dei dirigenti, hanno fatto diventare la DFB-Hallen-Masters una competizione di assoluto culto, Da un lato, almeno fino alla metà degli Anni Novanta, anche per la qualità dei giocatori in campo. Basta leggere la lista dei capocannonieri del torneo. Ci sono nomi come Frank Mill, leggenda del Borussia Dortmund, il futuro Pallone d’Oro Matthias Sammer, Wynton Rufer, ottimo goleador con la maglia di Werder Brema e Kaiserslautern, ma anche Pierre Littbarski, campione del mondo a Italia ’90 e talento del Colonia o Paulo Sergio, al Bayer Leverkusen, prima di passare a Roma e Bayern. Dall’altro lato per i risultati e le storie ha saputo raccontare. Come nel 1993 quando in uno dei tornei di qualificazione la finale fu tra Karlsruhe e le riserve del.. Karlsruhe o quelle delle ultime due edizioni.

Nel 2000 a conquistare il titolo furono i bavaresi del Greuther Fürth. E non fu una vittoria sul campo. I biancoverdi, arrivati in finale dopo le qualificazioni avevano infatti perso 3-2 il match per il titolo con il Borussia Mönchengladbach. Nel dopopartita però Quido Landzaat, difensore del ‘Gladbach, fu trovato positivo a un controllo antidoping. Sostanza: cannabis. Il Greuther aveva fatto ricorso e in appello il tribunale della DFB aveva tolto il titolo al Borussia e l’aveva assegnato ai bavaresi. Nel 2001, nel torneo in cui i tifosi del Dortmund poterono ammirare per la prima volta con la loro maglia il talento di Tomáš Rosický e che aveva tra i partecipanti il SSV Reutlingen, a vincere invece era stata un’altra squadra proveniente dalla Baviera, l’Unterhaching, all’epoca club di Bundesliga. I rossoblù vinsero la finale contro il Werder Brema di Thomas Schaaf e del goleador improvvisato Mike Barten. 1-1 dopo i tempi regolamentari per le reti di Ailton e lo spagnolo del Baden-Württemberg Alfonso Garcia. Poi rigori dai nove metri. Sbaglia per il Werder Frings, decide Altin Rraklli, ex Friburgo e Hertha Berlino, già autore di una doppietta in semifinale. Quella rete è l’ultima della storia della DFB-Hallenpokal, con 11 vincitori diversi in 14 edizioni (curiosamente il Bayern Monaco non l’ha mai vinta, mentre il BVB è l’unico club ad averlo conquistato più volte). Dal 2002 non si giocherà più mettendo fine alla lenta agonia di una competizione, schiacciata dal calendario sempre più esteso, dal diminuito interesse del pubblico anche legato ai prezzi dei biglietti (nel 2001 il costo per un tagliando si aggirava intorno ai 55 marchi) e dal timore degli infortuni, che avevano indotto le società, soprattutto le big a schierare le seconde linee. Fino al 2015 si continuerà a disputare la versione femminile, nata nel 1994, ma mai si toccheranno le punte degli Anni Novanta quando le “stelle” giocavano sotto un tetto.

Borussia Dortmund ’66, la Germania trionfa in Europa

Prima del Bayern, prima del ‘Gladbach. Il Borussia Dortmund, che guidato da Lucien Favre cerca una vittoria per sperare negli ottavi di Champions League, è stato il primo club della Bundesliga a conquistare una competizione europea. È il 1966 e il campionato tedesco è lontano da essere il torneo pieno di stelle e di introiti che è ora. Il BVB, che nella stagione 1964-1965 aveva vinto la sua prima DFB-Pokal, si è qualificato per la Coppa delle Coppe.

E nonostante siano solo quattro turni prima della finale, il cammino verso l’ultimo atto, previsto a Glasgow in Scozia è tutt’altro che agevole per i renani. Dopo un comodo debutto con i maltesi del Floriana, liquidati con un complessivo 13-1, il BVB è accoppiato al CSKA Sofia. I bulgari di Dimitar Penev perdono nettamente 3-0 in Germania Ovest, ma trasformano la partita dello stadio Vasil Levski, davanti a 31mila spettatori in una corrida. I tedeschi prendono gol (quattro) e botte. L’ultimo quarto d’ora è un inferno per il BVB, anche perché l’arbitro vede poco o niente. Dieter “Hoppy” Kurrat perde la testa e a tre minuti dal termine si fa cacciare. I gialloneri resistono sul 4-2, che vale il passaggio del turno. Per la cronaca la squalifica di Kurrat verrà cancellata per la testimonianza di Donski, presidente della Federcalcio bulgara. Ai quarti l’avversario è l’Atletico Madrid, autentica bestia nera dei club tedeschi. Nei precedenti cinque anni i colchoneros hanno eliminato nell’ordine Schalke, Werder Brema e Norimberga. All’andata, nella Capitale, all’Estado Metropolitano, fino all’87’ il BVB accarezza addirittura il sogno dell’impresa grazie al gol di Lothar Emmerich, vero trascinatore fin dal turno con i maltesi dove aveva realizzato sei gol. A tre minuti dal termine i madrileni pareggiano con il portoghese di origine angolana Mendonça. È un buon risultato, visto che con la regola dei gol in trasferta, introdotta proprio nell’edizione 1965-1966, ai tedeschi basterebbe un pari 0-0 per volare in semifinale.

Il BVB, reduce da un rotondissimo 7-0 nel Revierderby con lo Schalke, però nel match di ritorno fa ancora meglio. Al Rote Erde, il predecessore del Westfalenstadion, pieno come un uovo (270mila marchi di incasso, in media erano quasi 100mila di meno), gli uomini dell’influenzato Willi Multhaup prima devono ringraziare Tilkowski per le parate e poi la coppia Siggi Held-Lothar Emmerich per l’1-0, siglato al 15′. I colchoneros, che hanno in campo anche l’argentino Jorge Griffa, futuro superbo cacciatore di talenti, ci capiscono poco, soprattutto sulle incursioni dei due esterni del Borussia Held-Libuda. Il resto lo fa l’imprecisione degli attaccanti spagnoli. È semifinale. E che semifinale. L’avversario è il West Ham, detentore del trofeo, che in rosa ha alcuni elementi dell’Inghilterra di Alf Ramsey, come Bobby Moore e Geoff Hurst. Gli Hammers, con lo spogliatoio in fermento per la decisione del tecnico Ron Greenwood di togliere la fascia a Moore per darla a Byrne, prendono l’iniziativa a metà ripresa e non la lasciano fino a pochi minuti dal termine. Il gol però è solo uno, quello di Martin Peters al 52′. Tilkowski prende il parabile, lo stopper Wolfgang Paul ferma quello che si fermare. A quattro minuti dalla fine il colpo di scena: passaggio di Libuda e gol, di destro, non il suo piede di Emmerich. 1-1. Sessanta secondi dopo, cross dalla sinistra di Held e tocco dello stesso attaccante, che pur scontrandosi con il palo, riesce a siglare il 2-1. Nessuna formazione tedesca aveva mai vinto sul suolo inglese. Il ritorno al Rote Erde è addirittura un trionfo. Dopo 25” il BVB è già avanti, con il solito Emmerich. Che controlla, si gira, colpisce la traversa ma poi realizza di testa sul rimbalzo. Il centravanti dei gialloneri raddoppia su punizione e mette la partita e la qualificazione in ghiaccio. Al 90′ il risultato sarà 3-1 per l’undici della Ruhr che raggiunge la prima finale europea della sua storia.

Avversario il grande Liverpool di Bill Shankly. I Reds sono favoriti e il manager scozzese alla vigilia dichiara “Borussia Dortmund chi?”. A Hampden Park, a Glasgow ci sono 40mila spettatori, più di 20mila provenienti dalla metropoli sulla Merseyside. Gli inglesi attaccano, i tedeschi, come bloccati, sbagliano molto ma riescono a difendersi comunque con ordine. Al 61′ il Dortmund passa in vantaggio. Filtrante di Emmerich per Siggi Held che si infila tra due difensori con un bel tiro d’incontro, battendo Tommy Lawrence. Sei minuti dopo il Liverpool pareggia con una rete di Roger Hunt bravo a sfruttare un cross dalla destra di Peter Thomson. I tedeschi protestano perché pensano che il pallone sia uscito, ma l’arbitro francese Pierre Schwinte convalida. Non succede più nulla, si va ai supplementari. All’overtime entra in scena l’uomo che fino a quel momento ha brillato di meno. È Stan Libuda, lui poco a suo agio, sul campo pesante di Glasgow. Al 107′ contropiede del Borussia, respinta di Tommy Lawrence verso fuori area. La sfera finisce tra i piedi dell’accorrente Libuda che da quasi 35 metri e molto defilato la indirizza verso la porta vuota. “Con l’occhio sinistro l’avevo vista – racconterà anni dopo – ho pensato. O adesso o mai più”. Dopo una parabola beffarda sfera va a infilarsi proprio nell’angolo lontano, rimbalzando prima su Yeats. Il Borussia è davanti 2-1.


Questo sarà anche il risultato finale del match. Il BVB entra nella storia del calcio tedesco, con un calciatore Libuda, che mai ha nascosto di essere un tifoso degli acerrimi rivali dello Schalke 04. Bill Shankly nel dopo partita non si dà pace. “La squadra migliore ha perso il match”. Al ritorno, a Colonia, ad attendere i ragazzi di Willi Multhaup, una marea di gente, un tappeto rosso e un’orchestra jazz. Il giorno dopo a Dortmund saranno 300mila, per accogliere quelli che da quella sera scozzese saranno per sempre “Gli eroi di Glasgow”.

1992, un Meisterschale per tre

Ein Fussballdrama, un dramma calcistico. Sabato 16 maggio 1992, ultima giornata di Bundesliga. Quando mancano 90 minuti al termine del campionato, il primo che vede la partecipazione dei club dell’ex Germania Est, ci sono in testa alla classifica tre squadre a quota 50 punti: l’Eintracht Francoforte di Anthony Yeboah, lo Stoccarda e il Borussia Dortmund. Se la Bundesliga finisse in quel momento i campioni sarebbero le Aquile, che hanno una differenza reti (+36) nettamente migliore rispetto a quella degli svevi (+29) e dei gialloneri (+18). In altre parole agli uomini di Dragomir Stepanovic, già campioni d’inverno e che hanno in maniera discreta già organizzato i festeggiamenti al loro ritorno a casa, basta vincere a Rostock, contro la pericolante Hansa per mettere in bacheca il secondo Meisterschale della sua storia, indipendentemente dai risultati del Borussia a Duisburg e dello Stoccarda a Leverkusen. Tutti, compresi i capitani delle altre formazioni di Bundesliga, interpellati dalla rivista Kicker, danno le Aquile, che hanno avuto un match point con il Werder Brema la settimana prima, come le favorite numero uno. I tifosi dello Stoccarda ci credono talmente poco, che alcuni di loro hanno venduto il loro biglietto per la trasferta con il Bayer.

Novanta minuti da giocare con un occhio al campo e un orecchio alla radiolina, in cui l’equilibrio iniziale si rompe al 10′, quando il Dortmund, con lo svizzero Chapuisat va in vantaggio. I gialloneri passano davanti a tutti, visto che Hansa e Eintracht sono inchiodate sullo 0-0. A rendere ancora più favorevole la posizione della formazione di Ottmar Hitzfeld le notizie che arrivano dopo qualche minuto da Leverkusen. Lo Stoccarda di Christoph Daum è andato sotto 1-0 con il Bayer con il rigore di Martin Kree. E nel quarto d’ora successivo i ragazzi di Christoph Daum, che hanno il libero Guido Buchwald a dirigere la difesa, Matthias Sammer e Maurizio Gaudino a “pensare” in mezzo al campo e Fritz Walter a finalizzare, rischiano pure il tracollo. Le loro speranze di titolo le tengono in piedi solo il salvataggio in rovesciata sulla linea di Günther Schäfer e il ventunesimo gol stagionale di Fritz Walter su rigore al 43′. A un tempo dalla fine della Bundesliga la classifica recita: Borussia Dortmund 52, Eintracht 51 e Stoccarda 51. Al 63′ però la situazione cambia ancora. Perché all’Ostseestadion di Rostock segna l’Hansa. Discesa sulla destra di Heiko März, cross basso in mezzo e un solissimo Jens Dowe può infilare Uli Stein. Il vantaggio dura solo due minuti, visto che l’Eintracht impatta con il colpo di testa di Axel Kruse, uno che Rostock la conosce bene per averci giocato ai tempi della DDR tra il 1981 e il 1989 prima di fuggire all’Ovest. Dopo quella rete tutti all’”Ostseestadion” si domandano quando le Aquile passeranno in vantaggio. Potrebbero farlo al 77′ ma l’arbitro Alfons Berg decide di non punire un fallo in area di Stefan Böger sul centrocampista delle Aquile Ralf Weber. Manfred Binz, che di quella squadra era una delle colonne difensive, definirà quel rigore “il più chiaro che abbia mai visto”.

E se all’Eintracht manca un gol per il Meisterschale, lo stesso vale per lo Stoccarda a Leverkusen. Per gli uomini di Daum, che durante la settimana ha mandato il suo assistente nell’albergo proprio dei diretti e ha incitato l’allenatore del Hansa Erich Rutemöller (“Per tutta la settimana gli abbiamo fatto capire che con la sua squadra avrebbe potuto scrivere la storia se i suoi non si fossero scansati”), tutto sembra farsi più duro. Perché al 78′ Matthias Sammer viene espulso, per aver applaudito ironicamente all’arbitro. Passerà i successivi quindici minuti, forse più emozionanti della storia della Bundesliga, a piangere nello spogliatoio senza vedere quello che succede sul campo. Dove il suo allenatore, con una vittoria da conquistare a dieci minuti dal termine sostituisce i suoi due giocatori più creativi Gaudino e Fritz Walter (“tu non vuoi diventare campione” lo rimbrotterà al momento il direttore generale Dieter Hoeness). Avrà ragione il Baffo. Perché al ’86 Ludwig Kögl mette in mezzo un pallone dalla sinistra, su cui sul secondo palo spunta Guido Buchwald, il capitano, l’uomo che nel 1990 durante la finale mondiale ha marcato Maradona. Pallone schiacciato e Vollborn che non riesce a respingere. Gol. Se tutto finisse all’86 lo Stoccarda sarebbe campione. E per i successivi dieci minuti scarsi gli occhi e i cuori dei tifosi degli svevi guardano più a Rostock che a Leverkusen. Una sofferenza che finisce al 92′ quando Böger, l’uomo del fallo su Weber, si invola nella metà campo dell’Eintracht supera Stein in uscita disperata e deposita il pallone del 2-1 per l’Hansa Rostock. È finita. A Leverkusen l’arbitro deve fischiare prima per l’invasione dei tifosi. A Duisburg e all’Ostseestadion piangono tutti. Due squadre che hanno perso il Meisterschale, due che sono retrocesse, perché anche il MSV, complice la contemporanea vittoria del Wattenscheid, deve salutare la Bundesliga.

Lo Stoccarda, che non ha preparato nessun festeggiamento prima (“sono svevi, risparmiano” dirà scherzando anni dopo Guido Buchwald) sarà celebrato prima al ritorno in aeroporto con 10mila tifosi ad attenderli tra cui il Ministerpräsident del Baden-Württemberg Erwin Teufel e poi il giorno dopo allo stadio, dove si festeggerà con un Meisterschale che è la copia dell’originale, inviato nello stadio dell’Hansa, dove si presumeva si sarebbe vinto. Per l’Eintracht, nel cui spogliatoio dopo il match la tensione oltre che la delusione si tagliavano con il coltello, quel pomeriggio sarà consegnato alla Storia come il “Trauma di Rostock”. Per lo Stoccarda di Daum però quel giorno sarà l’apice. Pochi mesi dopo gli svevi usciranno nel turno eliminatorio della neonata Champions League contro il Leeds, anche a causa di un errore tecnico (fu schierato un quarto giocatore straniero, i tedeschi persero 3-0 a tavolino e furono estromessi dopo uno spareggio) e il Baffo poco più di un anno dopo nel dicembre 1993 venne esonerato. A Buchwald, che fino al febbraio 2019, rimarrà nei quadri dirigenziali dello Stoccarda, toccherà invece vivere una grande emozione. Nel 2007 sarà infatti lui, come da tradizione, a consegnare il Meisterschale al capitano degli svevi Fernando Meira, laureatosi campione di Germania.

1947, quando B. Dortmund e Schalke diventarono rivali

Una partita che ha cambiato la Storia. Del calcio della Ruhr e del Fussball. 18 maggio 1947, Herne, nord-ovest della Germania occupata. Allo Stadion am Schloss Strünkede“ va in scena la finale del Westfalenmeisterschaft, il campionato della Vestfalia. A sfidarsi per il titolo della regione, che amministrativamente era stata accorpata nell’agosto del 1946 alla Renania Settentrionale per dare vita al futuro Land del Nordrhein-Westfalen, Schalke 04 e Borussia Dortmund, qualificatesi dopo aver vinto i rispettivi gironi. È un derby, perché Gelsenkirchen e Dortmund si trovano entrambe nella Ruhr e distano più o meno 30 chilometri. Sul piano della tradizione e dei successi tra i due club però non c’è paragone. Mentre il BVB, all’epoca solo una delle tante squadre della zona (Bochum, Duisburg, Rot-Weiss Essen), non ha mai vinto nulla, i Knappen hanno dominato il Fussball tra gli Anni Trenta e gli inizi degli Anni Quaranta, conquistando sei titoli tedeschi e una Coppa nazionale, tra il 1933 e il 1942.

Una differenza così netta di valori che aveva impedito la nascita di una rivalità, anzi tra queste due formazioni della Ruhr c’era simpatia, come ha raccontato anche Gerd Kolbe, l’archivista del BVB. Un esempio? All’indomani di un trionfo dello Schalke negli Anni Trenta il treno che riportava i campioni a Gelsenkirchen fu fermato a 35 chilometri da Dortmund per poter essere festeggiato dai tifosi locali. Tra quei calciatori osannati dai fans c’era anche Ernst Kuzorra. Che nel 1947 dello Schalke è l’attaccante, il capitano, la bandiera (265 gol in più di 350 partite) e anche l’allenatore. Ha 41 anni e come spesso è capitato nella sua carriera anche nella finale del Westfalenmeisterschaft parte da favorito, mentre i gialloneri sperano nel gioco collettivo e nella verve di August Lenz, il più talentuoso dei loro.

Ernst Kuzorra

A Herne, più vicino a Gelsenkirchen che a Dortmund, per vedere il match sono arrivati più o meno in 30mila, con tutti i mezzi possibili in quella Germania occupata: treni, moto, bici. I biglietti sono stati „bruciati“ tutti in prevendita e gli ultimi rimasti si trovano solo al mercato nero e a „peso d’oro“. Chi se lo potrà permettere, non si pentirà dell’acquisto. Perché esce fuori una gara dura e combattuta, che alla mezz’ora del primo tempo sembra incanalarsi secondo il copione prestabilito. Gol di Hinz e Schalke avanti 1-0 con Kuzorra, l’unico sopravvissuto dell’epoca d’oro degli Anni Trenta insieme a Tibulski, che parebbe aver esclamato negli spogliatoi, con la porta aperta: „Gliene possiamo ancora fare un paio (di gol)“.

La previsione del dodici volte nazionale tedesco però non si rivelerà azzeccata. Il BVB giocherà una partita di cuore e testa, Prima pareggerà la rete di Hinz con un tiro da lontano di Max Michallek (che l’aveva promesso alla sua futura moglie…) e poi riuscirà a non affondare dopo il 2-1 di Tibulski. Il tecnico del Borussia Ferdinand Fabra, con i suoi in svantaggio chiederà a Lenz, il suo giocatore più talentuoso di sacrificarsi per limitare proprio l’autore del 2-1. Quella dell’ex assistente del ct Otto Nerz sarà la mossa vincente. La stella non segnerà ma il Borussia completerà la rimonta in sei minuti, prima con una rete di Ruhmhofer favorita da un’indecisione del portiere dello Schalke Hans Klodt e poi con una marcatura di Herbert Sandmann, che scherzo del destino vestirà qualche anno dopo anche la maglia biancoblù dei rivali. È l’84’ e negli ultimi minuti l’eroe diventa Willi Kronsbein, il quasi 32enne portiere dei gialloneri. Para tutto quello che arriva e al triplice fischio, il Borussia Dortmund è campione.

Lo Schalke, talmente deluso dalla sconfitta, rinuncia addirittura alla premiazione. I gialloneri con quella vittoria si qualificheranno per la fase finale del torneo della zona di occupazione britannica, dove finiranno la loro corsa solo all’ultimo atto perdendo contro l’Amburgo. La vittoria del BVB segnerà il cambio della guardia ai vertici del calcio della Ruhr (non a caso si parla di „Wende im Westen“, svolta all’Ovest) e l’inizio di una rivalità che farà diventare Borussia Dortmund-Schalke 04 il derby più caldo di Germania. Quasi 70 anni di Revierderby, letteralmente il derby della zona mineraria, in cui è successo di tutto (compreso nel 1969 un cane che morde un giocatore sul sedere e nel 1997 un portiere Jens Lehmann che segna di testa nel recupero) e che nel 2019 può valere per il Borussia più che un pezzo di Meisterschale.