Wormatia Worms, un sponsor per la Storia

Per chi ha più di 50 anni e ha sempre seguito il calcio tedesco ci sono poche squadre iconiche come l’Eintracht Braunschweig della stagione 1972/1973. Non per i risultati, una dolorosa retrocessione, ma per la maglia: la prima in Bundesliga ad avere uno sponsor. Un colpo da maestro, orchestrato da Ernst Fricke e Günther Mast, rispettivamente il presidente del club e il proprietario della casa di liquori Mast-Jägermeister, che però non è il primo caso di sponsorizzazione del calcio tedesco. Prima della società della Bassa Sassonia, che per aggirare le norme tedesche dell’epoca aveva addirittura cambiato il suo logo sostituendo il tradizionale leone con il cervo simbolo della  Mast-Jägermeister, ci avevano provato i renani del Wormatia Worms.

Era l’estate del 1967 e il club, che negli Anni Trenta vantava anche tre partecipazioni alla fase finale del campionato tedesco (con una semifinale nel 1936), militava in Regionalliga Südwest, uno dei cinque gironi dell’allora seconda divisione e viveva una situazione economica tutt’altro che rosea. Il calo degli spettatori e le ristrette possibilità finanziarie avevano costretto i dirigenti del Wormatia a cercare altre fonti di sostentamento per evitare la bancarotta. E a qualcuno venne in mente di cercare sponsor. Che non si erano mai visti sulle maglie, ma che nel calcio tedesco c’erano. Eccome. Nel 1950, quando la Germania Ovest era ritornata in campo dopo la guerra in un’amichevole con la Svizzera sopra il Neckarstadion volavano i palloni aerostatici che sponsorizzavano sigarette e lampadine, mentre negli anni Sessanta in molti impianti della Germania Ovest si potevano ascoltare annunci promozionali. Nessuno però si era mai azzardato a mettere un marchio sulle maglie, una pratica che peraltro non era neppure espressamente vietata dagli statuti della DFB. Semplicemente nessuno ci aveva mai provato. I dirigenti del Wormatia invece stringono un accordo con la Caterpillar, multinazionale statunitense che produce ruspe ed escavatrici e che ha una sede a Mannheim. L’azienda paga 5000 marchi e finanzia tenute d’allenamento e tre mute di maglie con relativi pantaloncini, tutti “griffati” CAT. In più vengono fissati dei premi vittoria, elargiti dallo sponsor.

Il 20 agosto 1967 davanti a 3500 spettatori il Wormatia Worms scende in campo contro il SV Alsenborn per la prima volta con uno sponsor sulla maglia. Lo utilizzerà altre due volte, nella trasferta con il Trier e nel match casalingo con il Mainz, il 3 settembre. Intanto però la polemica è montata. Con una levata di scudi da parte della stampa e dell’opinione pubblica contro la nuova trovata dei renani. La sponsorizzazione del club di Worms arriva anche sul tavolo della direzione DFB, che il primo e il due settembre si deve ritrovare a Monaco. Da quella riunione esce un orientamento chiaro. “La presidenza stabilisce che portare i nomi di aziende o annunci pubblicitari sulle uniformi da gioco e d’allenamento non è permesso e nell’interesse della salvaguardia dell’ordine sportivo e dell’autorevolezza del calcio deve essere proibito”. Un “no” categorico, che fece tirare un sospiro di sollievo alla stampa ma che iniziò a far emergere alcuni contraddizioni, come la presenza di club come il Bayer Leverkusen o SC Opel Rüsselsheim che sulle loro maglie avevano di fatto degli sponsor. Il divieto cadrà sei anni dopo, nel 1973, per il colpo di mano della coppia Fricke e Mast, che cambierà per sempre il calcio tedesco.

Leverkusen, dove si “fabbrica” calcio

È stato l’argomento della settimana in Bundesliga. E rischia di esserlo anche nel prossimo futuro. La regola del 50+1, quella che vieta a un singolo investitore di possedere da solo la maggioranza del pacchetto azionario di una società di calcio, ha subito critiche e aspre difese. Una normativa, quella varata a fine Anni Novanta dalle istituzione calcistiche tedesche, per cui esistono delle deroghe, per quegli azionisti/aziende “che da più di 20 anni sostengono in maniera considerevole e ininterrotto “ un club di calcio. È il caso della SAP con l’Hoffenheim, della Volkswagen con il Wolfsburg e soprattutto della Bayer, con il Leverkusen, a cui legislatori avevano pensato quando hanno creato l’eccezione, la “Lex Leverkusen” appunto. Sì perché tra tutte le squadre che godono della deroga quella legata al colosso farmaceutico del Nordrhein-Westfalen ha la tradizione più solida. E pensare che tutto nacque per una lettera, quella che nel febbraio 1903 Wilhelm Hauschild e August Kuhlmann, rispettivamente ex segretario dell’associazione ginnastica della vicina Wuppertal e segretario di un club dello stesso sport con sede a Sonnborn, scrissero all’ufficio del personale della Bayer. Scopo: chiedere il sostegno per la fondazione di una società sportiva nell’azienda di Leverkusen. Che come città peraltro non esisteva ancora, ma era solo il nome della zona dove si trova la fabbrica. La petizione ha successo, tanto che la firmano 170 dipendenti. Nel novembre del 1903, forti di questo appoggio, Hauschild e Kuhlmann, indirizzano una missiva, correlata dalla spiegazione del progetto e dagli “autografi” dei sostenitori, ai direttori Friedrich Bayer Jr e Carl Duisberg. La risposta arriva in breve tempo ed è positiva. Anzi entusiasta. “Saremmo straordinariamente felici, se si fondasse a Leverkusen una società di ginnastica” dicono i capi. In più mettono in cantiere la costruzione di una palestra per il nuovo club. Il primo luglio 1904 nasce il “Turn- und Spielverein der Farbenfabriken vorm. Friedrich Bayer & Co. in Leverkusen“, per tutti TuS 04.

Foto Archivio Bayer Leverkusen

Per vedere rotolare un pallone invece bisognerà aspettare ancora un paio d’anni. La ginnastica, vero culto per la Germania sportiva dell’epoca (Ludwig Jahn, il padre del movimento ginnico tedesco è morto da appena 50 anni), con la sua disciplina militaresca non entusiasma i più giovani. Come Ferdinand Stader e due coppie di fratelli i Lerch (Gustav e Willi) e i Meurer (Ernst e Lorenz). Sono loro che con il permesso dei ginnasti si incontrano insieme ad altri undici compagni nella locanda di “Wiesdorfer Hof” venerdì 31 maggio 1907 per fondare la sezione calcistica del TuS 04. C’è una sola condizione per l’esistenza della squadra di calcio: la partecipazione da parte dei fondatori alle manifestazioni ginniche. È l’inizio di un percorso, che sarà tutt’altro che lineare. Negli Anni Venti la Federginnastica mette davanti gli iscritti al TuS 04 davanti a una scelta: quella di affiliarsi a lei o ad un’altra Federazione. I calciatori, che volevano continuare a giocare sotto l’ombrello della DFB, se ne vanno. Fondano il FV 04 Leverkusen, che nel 1928 si unirà al Box- und Sportverein Wiesdorf, dando vita al SV Bayer 04 Leverkusen. Si “riconcilieranno” solo più di 50 anni dopo, nel 1984. Mezzo secolo in cui il club del Nordrhein-Westfalen, che dal 1933 porta la croce della Bayer sul petto, cambia casa e pelle. Passa dal Platz an der Dhünn, allo Stadion am Stadtpark, fino all’Ulrich-Haberland-Stadion, salta dalle divisioni regionali alla Bundesliga, assaggiata per la prima volta nel 1979, dopo averla mancata all’inizio degli Anni Sessanta.

E poi nel 1988, con il guru Erich Ribbeck un’epica Coppa UEFA vinta in finale contro l’Espanyol. 3-0 a Barcellona per gli spagnoli, 3-0 per i tedeschi in casa con l’epilogo ai rigori, dove il protagonista è il portiere Rüdiger Vollborn. Una squadra di vertice, che nonostante degli ottimi dirigenti, come Reiner Calmund, l’uomo che tra gli altri perfezionò il primo trasferimento legale dalla Germania Est alla Germania Ovest (Andreas Thom e Ulf Kirsten), giocatori di livello come Michael Ballack e Lucio e discreti allenatori, come Klaus Toppmöller è famosa… per non vincere mai. Tanto che a parte una Coppa di Germania nel ’93 le “Aspirine” non hanno mai conquistato un trofeo, collezionando però una finale di Champions League e una serie di secondi posti in campionato. Due, quello del 2000 e del 2002, con Meisterschale persi all’ultimo secondo e in maniera così rocambolesca che gli sono valsi l’etichetta di “Vizekusen”. Un marchio che Peter Bosz e i suoi sperano di togliersi presto.

I Riedl, una famiglia per la Bundesliga

Un gol e tante buone sensazioni. Giovanni Reyna, complice l’infortunio di Marco Reus, ha segnato una rete bellissima nell’ottavo di finale perso tra il “suo” Borussia Dortmund e il Werder Brema. Un giocatore classe 2002, estremamente talentuoso, che ha un’altra particolarità: è un figlio d’arte. Suo padre infatti è Claudio Reyna, calciatore statunitense, con una discreta carriera in Premier League (per esempio al Sunderland dove è nato a Giovanni), un presente come dirigente del New York City FC e una parentesi durata quattro anni proprio in Bundesliga. Quasi 70 presenze, tra il 1995 e il 1999 tra Bayer Leverkusen, il club che l’aveva portato in Europa e il Wolfsburg. I Reyna non sono l’unica coppia padre e figlio ad aver giocato in Bundesliga. Gli esempio sono tanti: dai Kahn (Rolf e Oliver) ai Max (Martin e Philipp), passando per i Kuntz (Günter e Stephan) e gli Zorc (Michael e Dieter) senza dimenticare i Beckenbauer (Franz e Stephan).

Chi detiene il record di presenze “di famiglia”, 630, però sono un padre e figlio, che pochi conoscono almeno al di fuori della Germania. Sono Johannes “Hannes” e Thomas Riedl. Il primo, classe 1950, dopo essere nato in quella che allora era la Germania Est, si trasferisce con la famiglia a Pirmasens, in Renania-Palatinato, sul confine con la Francia. Lì, nella città famosa soprattutto per la produzione di scarpe, muove i primi passi nel club locale, militante in Regionalliga Südwest, all’epoca la seconda serie. Gioca come ala e le sue prestazioni non passano inosservate né ai tecnici federali, che lo inseriscono nella formazione che nel ’68 gioca l’Europeo giovanile, insieme tra gli altri a Winfried Schäfer, futuro tecnico giramondo ma soprattutto futuro più che discreto attaccante di Bundesliga. In quello stesso anno Hannes riceve l’offerta del Duisburg, squadra di prima divisione.

È l’inizio di una carriera nella massima serie che durerà 17 anni e si snoderà tra le “Zebre”, l’Hertha Berlino, il Kickers Offenbach (dove chiuderà, nel ’84, perdendo 9-0 contro il Bayern Monaco), ma soprattutto il Kaiserslautern. Del club che era stato di Fritz Walter veste la maglia per sette anni, collezionando 251 partite ufficiali e 49 reti, non vincendo però nulla. A Kaiserslautern a Hannes capita anche un’altra cosa. Lì nasce nel 1976, suo figlio Thomas. Fin da piccolo ha la stessa passione di papà, il Fussball, ma lui i gol a differenza del genitore li evita. Nel 1987, dopo qualche anno in una piccola squadra locale, il TSV Otterberg, il figlio di Hannes arriva al Kaiserslautern. Compirà tutta la trafila delle giovanili, debuttando in prima squadra nel 1994. Con i “Diavoli Rossi” Thomas conquista la Coppa di Germania nel 1996 e un’incredibile Bundesliga nel 1998, vinta da neopromossa (l’unico nella storia del calcio tedesco) con lo “specialista in miracoli sportivi” Otto Rehhagel in panchina.

A festeggiare con lui anche papà Hannes, che nel ’96 era stato nominato da Norbert Thines, presidente del Kaiserslautern, responsabile dei rapporti con i tifosi. Quel periodo, con la partecipazione alla Champions League (eliminazione ai quarti contro il Bayern Monaco) segnerà il punto più alto della carriera di Thomas, che nel ’99 passerà a Monaco 1860. Sulle rive dell’Isar, lui, non proprio un goleador entrerà nel cuore dei fans dei “Leoni”. Perché nel novembre 1999, alla sua prima stagione segna con un tiro da lontano la rete che consente al 1860 di battere i rivali cittadini del Bayern Monaco. Erano 22 anni che non ci riuscivano.

Per Riedl jr, ritornato poi ai “Diavoli Rossi”, sarà un lento declino, con diverse esperienze in Austria, una all’Eintracht Trier, in Regionalliga e per chiudere nel 2011/2012 al Pirmasens, proprio dove quasi mezzo secolo prima papà aveva fatto iniziare la storia della “dinastia” con più presenze nella storia della Bundesliga. Hannes però non lo vedrà con la sua maglia, dato che è morto improvvisamente a 60 anni, nel 2010.