Kurt Landauer, l’uomo che ha inventato il Bayern Monaco

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Gli hanno dedicato un film, un documentario, una piazza e una via vicino all’Allianz Arena e addirittura hanno creato una applicazione che permette di ripercorrere la sua vita. Kurt Landauer però meriterebbe un monumento, soprattutto da chi ogni anno esulta per un trofeo del Bayern Monaco. Perché se il club bavarese è nell’élite del calcio mondiale, lo deve anche a questo figlio della buona borghesia ebraica di Monaco di Baviera. Classe 1884, nel 1901, a 17 anni veste per la prima volta, ruolo portiere, la maglia della squadra ora più titolata di Germania. Quella casacca rossa idealmente non se la sfilerà mai. Nel 1913, appena 29enne viene eletto presidente. Una carica, che tolta la parentesi della Prima Guerra Mondiale, dove Landauer, come molti ebrei tedeschi combatte con valore (il Kaiser lo insignirà della Croce di Ferro), terrà quasi ininterrottamente per 20 anni, fino al 1933. Sono anni difficili per la Germania tra la crisi economica e una crescente instabilità politica della Repubblica di Weimar. In un clima tutt’altro che facile Landauer, fino al 1928 impegnato nell’azienda di famiglia poi dal 1929 dirigente di una grande casa editrice, porta il Bayern ai massimi livelli del calcio tedesco, in un’epoca in cui la squadra più in vista di Monaco erano i “cugini” del 1860.

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Tra il ’22 e il ’33 arrivano tre successi del torneo della Germania meridionale e soprattutto il titolo tedesco, conquistato nel 1932 contro l’Eintracht Francoforte, il primo della storia del club bavarese. Ma la vittoria dei ragazzi allenati da Richard “Dombi” Kohn e guidati in attacco da Oskar Rohr, un talento in campo e un “resistente” fuori, è solo il coronamento di una politica societaria oculata e innovativa. Landauer e i suoi collaboratori puntano sullo sviluppo del settore giovanile, si battono, a prezzo di aspri confronti con la Federazione, per virare verso il professionismo (già introdotto nella vicina Austria nel 1924) e per poter tesserare giocatori stranieri. E poi il presidente cerca di far crescere il club invitando in Baviera i migliori club dell’Europa centrale, che non giocano il kick-and-rush degli inglesi, ma un calcio basato su corti e rapidi passaggi, che diventeranno un modello per il club.

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Tutto si rompe nel 1933. E non su un campo di calcio. In Germania Adolf Hitler prende il potere e per gli ebrei, nella società e nel pallone, comincia a non esserci più spazio. Landauer viene sollevato dall’incarico di presidente e nella Monaco degli Anni Trenta, una delle culle del nazionalsocialismo, per lui diventa difficile anche vivere. Perde il lavoro, deve vendere un’attività che ha con il fratello Franz e nel novembre 1938, all’indomani della Notte dei Cristalli, viene per 33 giorni internato nel campo di concentramento di Dachau. Lo liberano ma per lui è il segnale che è meglio andarsene. Fugge in Svizzera, a Ginevra, nel maggio 1939, lasciando in Germania, Maria Baumann, la dipendente di casa Landauer diventata la sua compagna e la sua famiglia: quattro tra fratelli e sorelle moriranno nella Shoah. Saranno otto anni di esilio nella Confederazione, in cui c’è un momento che spiega più di tutti, il rapporto tra il Bayern e il suo presidente. Nel 1943 i bavaresi giocano un’amichevole a Zurigo. Tra gli spettatori c’è anche anche il 59enne Landauer, a cui i giocatori, tra cui il difensore Conny Heidkamp, campione nel 1932, hanno ricevuto da parte della Gestapo che li accompagna espresso divieto di rivolgersi. La squadra però disobbedisce: secondo alcuni tutti vanno sotto la tribuna del presidente, molto più verosimilmente i “suoi” ragazzi lo salutano ma di nascosto.

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Con la fine della guerra e del Terzo Reich Landauer decide di tornare. La sua intenzione sarebbe emigrare negli Stati Uniti, ma quando gli viene chiesta una mano per aiutare il suo vecchio club accetta. Dall’agosto ’47 sarà presidente per altri quattro anni: è un uomo provato e indurito, ma che riesce ancora a incidere il suo nome nella storia del Bayern. È lui, nel frattempo ridiventato dirigente di una casa editrice, a stanziare i fondi per comprare un lotto di terreno in Säbener Straße nel quartiere di Giesing, a sud-est della città, quello dove è nato Franz Beckenbauer. Lì sorgerà il centro sportivo in cui i bavaresi costruiranno la loro epica. Landauer, che finirà il suo mandato dopo una concitata assemblea dei soci nell’aprile 1951 (un mese dopo avrebbe festeggiato 50 anni di presenza nel club), non farà in tempo. Perché morirà felicemente sposato con Maria Baumann, la donna che l’aveva aspettato per quasi 10 anni, nel 1961. Il Bayern comincerà a non essere più la seconda squadra di Monaco solo qualche anno dopo.

I successi, (il primo Meisterschale dopo quello del 1932 arriverà nel 1969) offuscheranno paradossalmente la memoria di Landauer nel club e i suoi tifosi. Uli Hoeness, interpellato a riguardo arriverà a dire evasivo “Allora non era ancora nato”. A riportare alla ribalta la sua figura, gli ultras del FCB e in particolare quelli del gruppo “Schickeria München”, incuriositi da un articolo uscito nel 2003 sul “Die Zeit”, dal titolo “Nonno Kurt e il Bayern” a firma di Uri Siegel, che di Landauer è il nipote. Da lì il gruppo, grazie al quale nel febbraio 2014 l’ex patron sarà celebrato da tutta la curva bavarese con una gigantesca coreografia, ha partecipato a ricerche, organizzato eventi, manifestazioni e a partire dal 2006 anche un torneo antirazzista intitolato a Landauer.

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Nel 2009, nel 125 anni dalla nascita, arrivano anche i primi riconoscimenti da parte del club, con la posa nel lager di Dachau di una placca per ricordare il dirigente nella baracca in cui era stato internato. I vertici del Bayern faranno di più dedicandogli tra gli altri un’esposizione nel museo della società e nel 2013 conferendo a Kurt Landauer la carica di Ehrenpräsident, presidente onorario. Un atto, quasi dovuto per uno che ha scritto la storia del club e che si diceva solesse definirsi. “I bin a Jud. I bin a Bayer”. “Sono un ebreo e uno del Bayern”.