Borussia Dortmund-Bayern, il “Klassiker” prima del “Klassiker”

È stata l’unica finale tutta tedesca della storia della Champions League ed è da almeno un quarto di secolo la partita che spesso decide chi dovrà alzare il Meisterschale. C’è stato un periodo però in cui Borussia Dortmund-Bayern Monaco era una partita come tutte le altre. O quasi. Come nella stagione 1965-1966, la terza della storia della Bundesliga. In quel momento il BVB era la squadra che aveva vinto la Coppa di Germania, classificandosi al terzo posto in campionato. Era la formazione di Hans Tilkowski, portiere della Nazionale tedesca, di Rudi Assauer, futura leggenda ma dello Schalke, degli attaccanti Libuda, Held, Schmidt e soprattutto Lothar Emmerich, l’uomo che ha segnato più gol con la maglia del BVB. Il Bayern Monaco invece era una neopromossa. I bavaresi avevano vinto il loro girone di Regionalliga, trascinati dai 42 gol di Rainer Ohlhauser e poi dominato il raggruppamento a quattro che valeva un posto in Bundesliga. Quella squadra, guidata in panchina del genio calcistico di Zlatko Čajkovski, ex grande giocatore del Partizan Belgrado, ha una media età bassissima. E una quantità di talento spropositata. Il suo asse portante è costituito da Sepp Maier, 21 anni, portiere, Franz Beckenbauer, anni 20, centrocampista e Gerd Müller, classe 1945, professione attaccante. Con tre fuoriclasse in crescita e ottimi giocatori di ruolo, come i difensori Peter Kupferschmidt e Werner Olk o gli attaccanti Brenninger e Nafziger, il Bayern è la sorpresa del campionato.

Dopo aver perso la prima, il sentitissimo derby con il Monaco 1860, fresco finalista di Coppa delle Coppe, il gruppo di “Čik” Čajkovski infatti le ha vinte tutte, installandosi in testa alla Bundesliga con 12 punti. Dietro di una lunghezza i “cugini” del Monaco 1860 e il BVB. Che il Bayern accoglie il 16 ottobre 1965 al “Grünwalder Stadion”, davanti a 44mila tifosi. I fan arrivati in massa, in quello che ancora oggi è la casa dell’altra squadra di Monaco, rimarranno delusi. Perché i protagonisti sono quelli che arrivano dal Nordrhein-Westfalen. “Aki” Schmidt, che come riporta il quotidiano “Rundschau”, difende, attacca e lancia mettendo in crisi la difesa bavarese e soprattutto Reinhold Wosab. È arrivato al BVB nel 1962 e la dirigenza per averlo ha battuto la concorrenza dei rivali dello Schalke 04. Ha vinto il titolo nel ’63, l’ultimo dell’era Oberliga e l’anno successivo è stato il protagonista della prima grande notte europea del Borussia Dortmund capace di battere il Benfica 5-0 negli ottavi di Coppa dei Campioni. In molti lo ricordano per un episodio accaduto sempre nel 1965 ma il 27 marzo. Un suo tiro nel match contro il Karlsruhe era entrato dall’esterno della rete e l’arbitro, nonostante le parole dello stesso giocatore che gli aveva fatto notare l’errore, l’aveva convalidato.

Quel giorno di ottobre Reinhold i gol li fa per davvero e nella rete giusta. Uno per tempo tra il 38′ e l’83’ ispirati da Emmerich e che bastano per avere la meglio sul Bayern. In mezzo il palcoscenico se lo prende Hans Tilkowski il portiere del BVB. Al 58′ infatti para un rigore al giovanissimo Franz Beckenbauer, colui che neanche un anno dopo sarà suo compagno con la maglia della Nationalmannschaft ai Mondiali di Inghilterra dove Hans, primo portiere tedesco ad alzare una coppa europea, passerà alla storia per aver preso un gol, che probabilmente non c’era, da Geoff Hurst. A fine campionato Bayern e Borussia finiranno entrambi a 47 punti, tre in meno del Monaco 1860 campione. In compenso la neopromossa vincerà la Coppa di Germania, eliminando nel turno preliminare, nel gennaio 1966 proprio il BVB. La rivalità nonostante qualche partita incredibile tra gli anni Sessanta e Ottanta, compreso un 11-1 a favore dei bavaresi, diventerà forte solo a metà Anni Novanta. Con due “corazzate” e tanti fuoriclasse in campo da ambo le parti. È nato il “Klassiker” che nel 2019/2020 come in tante occasioni negli ultimi sarà decisivo per il Meisterschale. Wosab eroe di quel giorno, rimarrà in giallonero fino al 1970, diventando protagonista di altri Borussia Dortmund-Bayern. Chiuderà la carriera nel 1973 e nel post carriera, nel 1987, fonderà un’azienda, la Goly-Pokale. Lui che non ha vinti pochi da calciatore, fabbricherà trofei. Dal suo laboratorio sono usciti tra gli altri i riconoscimenti per i premi “Calciatore mondiale dell’anno”, della “Scarpa d’Oro” e quello per “tecnico dell’anno” assegnato dalla rivista “Kicker”.

St.Pauli, il potere della carne

Centodieci (metaforiche) candeline. Sono quelle che il 15 maggio ha spento il St.Pauli. Il club di Amburgo, che è tornato in campo come tutta la 2.Bundesliga lo scorso week end, è famoso tra i tifosi di tutto il mondo soprattutto per la sua identità: multiculturale, contraria a ogni discriminazione e con un forte connotazione di impegno sociale. I “Kiezkicker” però, qualche pagina importante della storia del calcio tedesco l’hanno scritta anche sul campo. Una, quella sportivamente più rilevante, risale agli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale e deve molto a Karl Miller. Classe 1913, nativo proprio di Amburgo a 20 anni esordisce con il St.Pauli, dove è una presenza fissa nella squadra che oscilla più o meno regolarmente tra la Gauliga Nordmark, la massima serie regionale e la Bezirkliga, la seconda divisione. Nel 1940 il difensore viene arruolato nell’esercito e trasferito a Dresda. Lì ha la possibilità di vestire, come Gastspieler, “giocatore ospite”, la maglia del Dresdner SC, in quel momento uno dei club più forti del campionato tedesco. Al fianco di grandi calciatori come Richard Hoffmann ed Helmut Schön conquista due Tschammerpokal, la “mamma” della Coppa di Germania e partecipa regolarmente alla fase finale del campionato tedesco. In più Miller riesce nel 1941 a debuttare con la Nazionale di Sepp Herberger contro l’Ungheria. Nel 1942 la Wehrmacht lo “rimanda” ad Amburgo, dove è una delle anime del LSV Hamburg, la formazione legata all’aviazione, che nel 1943 vince ai supplementari un’altra Tschammerpokal e che nel ’44 perde la finale del campionato proprio contro la sua ex formazione, il Dresdner.

Con la fine della guerra non si esaurisce la passione per il calcio dell’ormai ultratrentenne Miller. Già da prima del conflitto Karl è famoso per essere un grande uomo di relazione, con molte conoscenze tra giocatori e dirigenti. È l’uomo perfetto per il St.Pauli che sta provando a riorganizzarsi fuori e dentro il campo. Il difensore è parte attiva nella “campagna acquisti” che mette le basi per quello che è per tutti i tifosi dei “Kiezkicker”, il “Wunderelf”, “la squadra delle meraviglie”. Miller pesca soprattutto da Berlino, dove recluta Hans Appel e il portiere Willi Thiele e dalle macerie sportive del Dresdner SC. Dresda è in quel momento occupata dalle truppe sovietiche e vive una situazione economica e sociale drammatica. Convincere calciatori come Walter Dzur, Heinz Hempel, Heinrich Schaffer non è difficile. Gli argomenti sono semplici: la possibilità di andarsene dalla zona di occupazione sovietica, di giocare in un’ottima squadra e in uno stadio nuovo di zecca (il Millerntor era stato ricostruito e inaugurato nel 1946), ma soprattutto di mangiare. E bene. Qui Miller ci mette del suo, letteralmente. Suo padre infatti ha un negozio di macelleria al numero 39 di Wexstrasse, non lontano dal centro di Amburgo. Da lì Karl fa arrivare ai suoi compagni razioni copiose di salsicce e polpette, altrimenti difficilmente acquistabili a pezzi accessibili per i “Kiezkicker”. Tra quelli che si fanno convincere c’è anche Helmut Schön, futuro ct della Germania Ovest campione d’Europa e del mondo. Nel 1947 la permanenza dell’”uomo con il cappello” in riva al Mare del Nord è però una breve parentesi. Tre partite, nessun gol e qualche dubbio, espresso dallo stesso Schön sulla regolarità del tesseramento.

Helmut si perde i momenti migliori del “Wunderelf”, che tra il 1948 e il 1951, è una presenza fissa nella fase finale del campionato tedesco. Nel luglio 1948 in piena crisi di Berlino, i “Kiezkicker” viaggiano verso la città del Brandeburgo per affrontare nei quarti di finale del torneo per il titolo l’Union Oberschöneweide 06, squadra della zona sovietica di Berlino e antenata dell’Union, che oggi gioca in Bundesliga. All’”Olympiastadion” sarà un trionfo, con un rotondo 7-0 per gli amburghesi. Una delusione invece sarà la semifinale disputata sul neutro di Mannheim con il Norimberga. Dopo essere stati sotto 2-0, il St.Pauli rimonta, ma un gran gol di Hans Pöschl porta i bavaresi in finale. I “Kiezkicker” non arriveranno mai più così vicini a un titolo tedesco. Nel 1950 Miller si ritira a 37 anni e un anno dopo nel 1951 il St.Pauli chiude ultimo uno dei due gironi della fase finale del campionato tedesco. È l’ultima recita del “Wunderelf”, i cui membri però rimarranno sempre legati, tanto che Heinz Hempel, uno dei “Fleisch-Legionäre”, letteralmente “emigranti della carne”, sarà per lungo tempo allenatore del St.Pauli. Dove nessuno ha dimenticato quei momenti in cui il club era tra i grandi del calcio tedesco. Anche sul campo.

Quando Klose era solo Mirek

Estate 1998. In Francia si stanno giocando i Mondiali di calcio. Tra quelli che stanno ammirando, dal divano di casa sua, le prodezze di Ronaldo, Michael Owen e di Zinedine Zidane, c’è un ragazzo di 20 anni. Abita nel minuscolo borgo di Blaubach, nella Renania-Palatinato, non lontano da Kaiserslautern, nel sud-ovest della Germania. Anche lui è un calciatore, più precisamente un attaccante, ma è un dilettante, si guadagna infatti da vivere lavorando sui tetti, fa il carpentiere. Si chiama Miroslav Josef Klose, ma tutti lo chiamano solo Mirek. Nell’ultima stagione ha militato nella prima squadra del SG Blaubach-Diedelkopf, club di Kreisliga, settima serie, quello dove è cresciuto e dove ha compiuto la trafila delle giovanili. Mirek il calcio e lo sport ce li ha nel sangue. Letteralmente. Sua mamma Barbara Jeż ha collezionato 82 presenze con la Nazionale polacca di pallamano, mentre papà Jozef è stato un buon attaccante e una bandiera dell’Odra Opole, riuscendo a 31 anni, nel 1978, a strappare un contratto con i francesi dell’Auxerre di Guy Roux. Ed è in Borgogna che il piccolo Miroslav cresce, prima di tornare a Opole in Polonia, dove è nato per un anno e trasferirsi con la famiglia nella Germania allora dell’Ovest. I Klose sono Aussiedler, cioè membri della minoranza tedesca in Polonia e per la loro origine hanno diritto alla cittadinanza della Repubblica Federale.

L’impatto con la nuova realtà è però tutt’altro che facile. La famiglia di Mirek vive i primi mesi in una struttura d’accoglienza e quando il piccolo Klose arriva a scuola è un disastro. Il primo giorno lo mandano in quarta, la classe dei ragazzi della sua età. Gli fanno fare un dettato. Lui non capisce nulla, semplicemente perché Mirek in tedesco sa dire solo “Ja” e “Nein”. Anche durante l’intervallo il bimbo di Opole è un po’ in disparte. Poi un giorno in cortile manca un giocatore nella partitella tra i suoi compagni. Klose, che sta imparando rapidamente il tedesco, entra. E da quel giorno lo scelgono sempre per primo.

Non è l’ultima volta che qualcuno nota il suo talento. A cercare Klose sono appunto gli osservatori del SG Blaubach-Diedelkopf. Mirek ha tecnica e talento, soprattutto in area di rigore, ma va a giornate. “Quando aveva voglia – racconta Dieter Schmolke, suo tecnico nella Jugend-A, la “nostra” Primavera – è un piacere vederlo giocare. Uccellava gli avversari. Quando non ne aveva, lo potevi mettere a fare il palo della porta”. A 15 anni, in un raduno della selezione del sud ovest della Germania, lo scartano dopo un giorno. Nessuno a vent’anni si immagina per Miroslav una carriera da professionista. Nell’estate del ’98, proprio quella del Mondiale, Klose ha un’occasione. Uno dei suoi allenatori delle giovanili Erich Berndt, che ha ottimi rapporti con l’Homburg, club che tra Anni Ottanta e Novanta ha pure assaggiato la Bundesliga, gli organizza il trasferimento nella squadra riserve della società, dove ha giocato anche l’attuale tecnico del Friburgo Christian Streich. Ad accoglierlo Peter Rubeck. “Sotto il profilo della corsa aveva delle mancanze e tatticamente aveva dei problemi” così viene descritto Klose dall’allenatore. In mezza stagione segna 10 gol in quinta serie e poi quando Rubeck viene promosso in prima squadra Mirek lo segue. Non è un’esperienza positiva, quella in Regionalliga, l’allora terza divisione. A fine stagione, con l’Homburg in difficoltà economiche, Klose si deve cercare un nuovo club.

Berndt lo consiglia alla formazione riserve del vicino Kaiserslautern, la cui prima squadra, gioca in Bundesliga. È il 1999. A distanza di un anno, il 15 aprile 2000, mentre sta facendo discretamente bene con gli Amateure (26 gol in 50 partite), esordisce in Bundesliga con i “Diavoli Rossi” con Otto Rehhagel in panchina. Nemmeno dodici mesi dopo, il 24 marzo 2001 riceve la prima chiamata della Nazionale, guidata da Rudi Völler. Per vestire quella maglia ha rifiutato anche l’offerta del ct polacco Jerzy Engel, andato a Kaiserslautern per convincerlo. Nel giorno del debutto Völler lo butta dentro a Leverkusen sull’1-1 nel match delle qualificazioni mondiali contro l’Albania. Dopo qualche minuto mette a segno la rete decisiva. Ne realizzerà altre 70 con la Nationalmannschaft, di cui sedici a un Mondiale. Nessuno con la maglia della Germania ha fatto meglio di lui. Il primo Mondiale lo giocherà nel 2002 in Corea e Giappone. Al suo esordio ne fa tre all’Arabia Saudita. Arriverà secondo nella classifica marcatori di quell’edizione, dietro Ronaldo. Ma sarà proprio il “Fenomeno” il giocatore che Mirek, nel frattempo diventato un simbolo di classe, dedizione e talento, nel 2014 supererà nella lista dei migliori goleador di tutti i tempi nelle rassegne iridate. E lo farà in Brasile, nella storica serata del 7-1 della Germania alla nazionale verdeoro.

Amburgo, un Meisterschale “a chilometro zero”

Una notizia curiosa, che ha colpito i lettori nei giorni senza partite per il Coronavirus. Il TuS Haltern, squadra di Haltern am See, in Nordrhein-Westfalen, nel nord-ovest della Germania, ha annunciato che dalla prossima stagione tessererà solo atleti provenienti dalla sua zona, Il club di Regionalliga West, la quarta divisione, che ha dato i natali calcistici a giocatori come Christoph Metzelder, Sebastian Kehl e Benedikt Höwedes, vuole puntare a essere, parole della dirigenza, la “fabbrica di talento del calcio dilettantistico”. I bianconeri renani non sarebbero però la prima squadra “a chilometro zero” del Fußball. Sono molte nel presente e nel passato, le società che hanno “pescato” o cresciuto campioni nella loro regione, raccogliendo titoli e piazzamenti. Una però ha fatto la Storia. Siamo nel 1960 e la Bundesliga a girone unico non esiste ancora. Il titolo lo si assegna attraverso una fase finale, dove giocano le vincitrici e le meglio classificate dei tornei regionali. A dominare uno di questi l’Oberliga Nord è l’Amburgo. Il HSV, che gioca al vecchio Rothenbaum, ha lasciato indietro di quattro punti il Werder Brema, segnando quasi 100 gol in 36 partite, Trenta di queste reti le ha realizzate un 24enne, che è nato ad Amburgo ed è cresciuto nel quartiere di Eppendorf, dove suo padre Erwin, calciatore e lavoratore al porto, si è trasferito quando a inizio anni Trenta ha cambiato maglia, passando dal SC Lorbeer al Victoria Hamburg. Il ragazzo si chiama Uwe Seeler, ha ancora i capelli (biondi) e con lui gioca suo fratello maggiore, Dieter, anche lui giocatore offensivo, ma con caratteristiche differenti.

Uwe e Dieter Seeler

Di fianco ai Seeler, giocano il portiere Horst Schnoor, Uwe Reuter, Jürgen Werner, Klaus Stürmer. Gerhard Kruger, Gert Dörfel. A crescerli fin dalle categorie giovanili la coppia formata da Martin Wilke e da Günter Mahlmann, fratello minore del presidente Carl-Heinz, la mente della linea verde del HSV. In comune tra di loro hanno oltre al talento un’altra caratteristica: sono tutti nati nel raggio di non più di 30 chilometri tra Amburgo e lo Schleswig-Holstein, il Land che di fatto circonda la città anseatica. L’unico “straniero” è Klaus Neisner, che è nato a Berlino, ma però nel dopoguerra, a 11 anni, si è trasferito con la famiglia ad Amburgo. Questa squadra, che si conosce a memoria, arriva fino alla finale per il titolo. Uwe Seeler è il trascinatore anche nella seconda fase, con tanti gol, di cui uno eccezionale, segnato contro il Westfalia Herne. Una rovesciata, praticamente da terra, che si va a infilare nell’angolo alto della porta di Tilkowski, numero uno della Nazionale.

La finale è il programma il 25 giugno al “Waldstadion” di Francoforte. Avversario il favorito Colonia, che ha in campo un giovanissimo Karl-Heinz Schnellinger e due eroi del “miracolo di Berna”: Hans Schäfer e soprattutto Helmut Rahn. Davanti a 71mila spettatori, molti dei quali arrivano allo stadio insieme, a piedi e sotto un caldo pazzesco viene fuori una partita bellissima. Che si sblocca solo nella ripresa. Botta e risposta tra il Colonia (Breuer) e l’Amburgo al 53′, poi negli ultimi dieci minuti succede di tutto: HSV in vantaggio con Dörfel, pareggio dell’undici di Oswald Pfau, gol del 3-2 definitivo per gli anseatici di Uwe Seeler su un’uscita avventata del portiere Fritz Ewert. L’Amburgo è campione di Germania, trentadue anni dopo l’ultima volta. 20mila persone aspettano i vincitori alla stazione e 30mila allo stadio. Parte un corteo di auto, che dura ore. A fine anno Uwe Seeler sarà votato miglior giocatore tedesco dell’anno. Quello del 1960 rimarrà l’unico Meisterschale della sua carriera, vinto con una squadra “made in Hamburg”.

Karl Wald, l’uomo che ha inventato i calci di rigore

Venti giugno 1976, Stadio Marakana di Belgrado. Finale del campionato europeo. Dopo 120 minuti pieni di emozioni Cecoslovacchia e Germania Ovest sono sul 2-2. Per decidere chi si dovrà portare a casa il titolo continentale bisogna ricorrere ai calci di rigore. È la prima volta che accade in una grande manifestazione. I primi sette tiri dal dischetto vanno a segno. L’ottavo, quello del tedesco Uli Hoeneß finisce sopra la traversa, il nono, quello decisivo Antonin Panenka lo realizza con un colpo sotto, che beffa Sepp Maier.

Il portiere del Bayern Monaco e soprattutto il futuro presidente del club bavarese, non sanno che tra le persone che potrebbero maledire per quell’epilogo sportivamente doloroso, c’è un loro connazionale. Si chiama Karl Wald ed è nato nel 1916 a Francoforte sul Meno. È un arbitro. Ha iniziato a fischiare a 20 anni, al SG Rot-Weiss Frankfurt 01, il club in cui è cresciuto. La passione non l’ha persa neppure durante la Seconda Guerra Mondiale. Prima arriva a dirigere incontri militari a Parigi, al prestigioso “Parco dei Principi”, dopo quando viene catturato dagli inglesi, finisce in un campo di prigionia in Belgio. Vedendo una partita di calcio tra ufficiali britannici arbitrata malissimo, va dal direttore di gara, il sergente Bean e gli chiede se può fischiare lui fino al termine. Nel Dopoguerra, Karl, un diploma da parrucchiere in tasca, non smette, anzi. È uno degli arbitri più in vista della Oberliga Süd, uno dei cinque tornei regionali in cui era diviso il massimo campionato tedesco. Non riesce però a debuttare in Bundesliga. È troppo vecchio, perché il limite di età per un direttore di gara nella massima serie è di 47 anni. A quarantanove primavere, nell’agosto 1965, fa un’apparizione come guardalinee in Eintracht Francoforte-Bayern Monaco, forse non casualmente la squadra della sua città natale contro quella capoluogo della regione in cui Wald vive, dato che Karl si è trasferito a Penzberg, in Alta Baviera.

Nella storia però il direttore di gara, che dal 1953 è anche uno degli istruttori dei giovani arbitri, non ci entra per una delle 1000 partite dirette in quarant’anni di carriera, ma per una proposta. È il 30 maggio 1970 e Wald, come delegato del suo distretto, quella della Oberbayern, partecipa al raduno regionale degli arbitri a Monaco di Baviera. Ha un’idea da proporre: sostituire il lancio della monetina, come metodo per decidere chi fosse il vincitore di una partita al termine dei tempi supplementari, con i calci di rigore. La ragione Wald la ripeterà per anni. “[La monetina] è un inganno sportivo, è una cosa totalmente stupida”. Il direttore di gara, questa soluzione, adottata peraltro con formule molto diverse anche in competizioni di altri Paesi, come la Coppa di Jugoslavia a partire dal ’52, l’ha già testata negli anni precedenti, nei tornei amichevoli della zona dell’Alta Baviera. Il metodo ha riscosso successo tra il pubblico e Wald l’ha affinato nel tempo, arrivando alla formula che comprende cinque rigori per squadra. C’è però un problema. Hans Huber, a quei tempi, presidente dell’associazione calcio bavarese e vice presidente della DFB è un oppositore netto dell’innovazione di Wald.

Hans Huber con Fritz Walter e Sepp Herberger

Quando l’arbitro prova a esporla a Monaco davanti a tutti i delegati il dirigente tenta di disturbarlo. Wald non le manda dire. “Signor Presidente, stamattina l’ho ascoltata disciplinatamente per alcune ore, ora le chiedo di ascoltare anche me per cinque minuti”. Piovono gli applausi. Huber lo lascia parlare e poi decreta 20 minuti di pausa. Che diventano trenta. Al termine del “break” l’alto dirigente prende la parola. “Signor Wald, la commissione ha deciso di introdurre i calci di rigore a partire dalla nuova stagione. Lei è d’accordo?” Wald ride “Presidente, certo” replica. Dalla stagione 1970/1971 i calci di rigore saranno utilizzati nelle competizioni regionali bavaresi e successivamente dalla DFB, dall’UEFA e dalla FIFA. Nel ’76 Karl Wald, il cui sistema per i rigori era stato sviluppato in maniera analoga e praticamente contemporanea anche dall’israeliano Yosef Dagan, arbitrerà il suo ultimo match ufficiale, anche se nel 1981 fischierà ancora nel match celebrativo del “suo” Penzberg. Negli anni il ruolo di “inventore dei calci di rigore” glielo riconoscerà la FIFA, tanto che Sepp Blatter, per anni, gli scriverà ogni Natale. Wald muore nel 2011, a 94 anni. Tre anni dopo, nel 2014, Penzberg li dedicherà una via, quella che porta al Nonnenwaldstadion dove Karl era stato protagonista. Con un fischietto tra le labbra.

Wuppertal ’73, una stagione da ricordare

Kaiserslautern, RB Lipsia, Bayern Monaco, Stoccarda, Wuppertaler SV. Sono queste le cinque squadre, che da neopromosse, hanno fatto meglio nella storia della Bundesliga. Diversi club titolati, uno che come il RasenBallsport che sta cercando di imporsi sul palcoscenico tedesco e continentale e un altro, che invece è finito nel dimenticatoio. È il Wuppertaler SV, che nella stagione 2019-2020, milita in Regionalliga West, dopo aver giocato nel 2013-2014 anche in quinta serie, a causa dell’autoretrocessione, voluta dai vertici societari per ripartire dopo i problemi finanziari del club. I rossoblù del Nordrhein-Westfalen però, a partire dal 1954, quando TSG Vohwinkel 80 e SSV 04 Wuppertal si sono uniti per formare l’attuale società, avevano iniziato a frequentare i piani alti del Fußball della Germania Ovest. Nel 1955, per la prima volta, avevano raggiunto la Oberliga West, uno dei cinque gironi dell’allora massima serie della Repubblica Federale. La stella della squadra era il talentuoso centrocampista Horst Szymaniak, che dal ’56 veste anche la maglia della Nazionale (l’unico ad averlo fatto mentre gioca con i “Leoni”) e che nel 1961 verrà in Italia al Catania e poi passerà all’Inter, dove seppur da comprimario, vincerà la Coppa dei Campioni 1963-1964. Il Wuppertaler SV però, quando nel 1963, nasce la Bundesliga non è ai nastri di partenza. Nella stagione precedente si è classificato 15° (e penultimo) nella Oberliga West e i vertici della DFB non l’hanno scelto per la stagione inaugurale del campionato a girone unico.

Per il club del Nordrhein-Westfalen l’approdo nella massima serie negli anni successivi si trasforma in un sogno che sfugge sempre, o quasi, all’ultimo. Tra il 1963 e il 1971, tolto un quindicesimo posto nel 1968, il Wuppertaler SV è regolare protagonista della lotta al vertice della Regionalliga West e della corsa alla Bundesliga. Nel ’64 i rossoblù escono al turno preliminare dei play off promozione, nel ’71 arrivano terzi, con un punto solo, dalla coppia Fortuna Düsseldorf e Bochum, che dopo altre otto partite di post season, approderà in massima serie. Nel 1971-1972 però tutto va come deve andare per il Wuppertaler SV. I renani, trascinati dai 52 gol di Günter Pröpper, dominano la stagione. Sessanta punti su sessantotto disponibili nella Regionalliga West, 111 gol fatti e 23 subiti e percorso netto anche nella Aufstiegrunde, il mini-torneo, articolato su due gironi, che assegna due posti, uno per raggruppamento per la Bundesliga. Otto vittorie su otto match, record ad oggi imbattuto, con l’Osnabrück, l’avversario più vicino, doppiato per punti sommerso da nove gol, a zero, in due match. Per la squadra di Horst Buhtz, scappato dalla DDR nel 1947 e negli anni Sessanta ottimo giocatore di Serie A con il Torino, è arrivato il momento tanto atteso.

In Bundesliga il Wuppertaler SV però ci arriva con un obiettivo minimo: la salvezza. La dirigenza, che di soldi non ne ha molti, conferma in blocco la squadra che ha conquistato la promozione. In un campionato in cui il dominatore assoluto è il Bayern Monaco di Udo Lattek, che si sta preparando per dominare anche in Europa (nel 1973/1974 vincerà la Coppa die Campioni), i rossoblù sono la sorpresa. Occupano per diverse settimane la seconda posizione e alla quinta giornata, quando allo „Stadion am Zoo“ arrivano proprio i bavaresi, Beckenbauer e compagni se ne vanno solo con un punto. Al 90′ è 1-1, dopo che Jürgen Kohle avevano addirittura portato in vantaggio il Wuppertaler SV prima del pareggio di Bernd Dürnberger. Nonostante qualche cedimento nel corso della stagione, i renani concludono con un inaspettato quarto posto, che per il Wuppertaler SV significa la prima (e unica) storica qualificazione alla Coppa UEFA. Il migliore è ancora Günter Pröpper, che si classifica terzo nella classifica marcatori con 21 reti, dietro a Jupp Heynckes del Borussia Mönchengladbach e a Gerd Müller, „re“ con 36 segnature. Sarà il momento più alto del club, che l’anno dopo vivrà comunque una stagione emozionante. A partire dall’esordio europeo con il Ruch Chorzow, dove dopo aver perso ampiamente in Polonia (4-1), al ritorno l’undici di Horst Buhtz dà vita davanti a 13mila spettatori a una rimonta „storica“. Da 3-1 a 5-4, un risultato che però non gli varrà la qualificazione. E per finire all’ultima giornata di Bundesliga, con una salvezza agguantata solo per differenza reti ai danni del Fortuna Colonia con il gol a otto minuti dalla fine di Heinz-Dieter Lömm contro lo Stoccarda. Nel 1974/1975 invece per il Wuppertaler SV andrà tutto storto. Dodici punti, ultimo posto (peggio di loro solo il „mitico“ Tasmania Berlino 1965/1966), retrocessione e un’unica soddisfazione: aver battuto il Bayern Monaco campione d’Europa per 3-1, un traguardo mancato anche nella stagione-da-ricordare 1972/1973. Dopo quel triennio nell’Olimpo del calcio tedesco il Wuppertaler SV non tornerà più in Bundesliga, anche se il ricordo di quell’anno non se n’è mai andato nella mente di chi siede allo „Stadion am Zoo“.

Wormatia Worms, un sponsor per la Storia

Per chi ha più di 50 anni e ha sempre seguito il calcio tedesco ci sono poche squadre iconiche come l’Eintracht Braunschweig della stagione 1972/1973. Non per i risultati, una dolorosa retrocessione, ma per la maglia: la prima in Bundesliga ad avere uno sponsor. Un colpo da maestro, orchestrato da Ernst Fricke e Günther Mast, rispettivamente il presidente del club e il proprietario della casa di liquori Mast-Jägermeister, che però non è il primo caso di sponsorizzazione del calcio tedesco. Prima della società della Bassa Sassonia, che per aggirare le norme tedesche dell’epoca aveva addirittura cambiato il suo logo sostituendo il tradizionale leone con il cervo simbolo della  Mast-Jägermeister, ci avevano provato i renani del Wormatia Worms.

Era l’estate del 1967 e il club, che negli Anni Trenta vantava anche tre partecipazioni alla fase finale del campionato tedesco (con una semifinale nel 1936), militava in Regionalliga Südwest, uno dei cinque gironi dell’allora seconda divisione e viveva una situazione economica tutt’altro che rosea. Il calo degli spettatori e le ristrette possibilità finanziarie avevano costretto i dirigenti del Wormatia a cercare altre fonti di sostentamento per evitare la bancarotta. E a qualcuno venne in mente di cercare sponsor. Che non si erano mai visti sulle maglie, ma che nel calcio tedesco c’erano. Eccome. Nel 1950, quando la Germania Ovest era ritornata in campo dopo la guerra in un’amichevole con la Svizzera sopra il Neckarstadion volavano i palloni aerostatici che sponsorizzavano sigarette e lampadine, mentre negli anni Sessanta in molti impianti della Germania Ovest si potevano ascoltare annunci promozionali. Nessuno però si era mai azzardato a mettere un marchio sulle maglie, una pratica che peraltro non era neppure espressamente vietata dagli statuti della DFB. Semplicemente nessuno ci aveva mai provato. I dirigenti del Wormatia invece stringono un accordo con la Caterpillar, multinazionale statunitense che produce ruspe ed escavatrici e che ha una sede a Mannheim. L’azienda paga 5000 marchi e finanzia tenute d’allenamento e tre mute di maglie con relativi pantaloncini, tutti “griffati” CAT. In più vengono fissati dei premi vittoria, elargiti dallo sponsor.

Il 20 agosto 1967 davanti a 3500 spettatori il Wormatia Worms scende in campo contro il SV Alsenborn per la prima volta con uno sponsor sulla maglia. Lo utilizzerà altre due volte, nella trasferta con il Trier e nel match casalingo con il Mainz, il 3 settembre. Intanto però la polemica è montata. Con una levata di scudi da parte della stampa e dell’opinione pubblica contro la nuova trovata dei renani. La sponsorizzazione del club di Worms arriva anche sul tavolo della direzione DFB, che il primo e il due settembre si deve ritrovare a Monaco. Da quella riunione esce un orientamento chiaro. “La presidenza stabilisce che portare i nomi di aziende o annunci pubblicitari sulle uniformi da gioco e d’allenamento non è permesso e nell’interesse della salvaguardia dell’ordine sportivo e dell’autorevolezza del calcio deve essere proibito”. Un “no” categorico, che fece tirare un sospiro di sollievo alla stampa ma che iniziò a far emergere alcuni contraddizioni, come la presenza di club come il Bayer Leverkusen o SC Opel Rüsselsheim che sulle loro maglie avevano di fatto degli sponsor. Il divieto cadrà sei anni dopo, nel 1973, per il colpo di mano della coppia Fricke e Mast, che cambierà per sempre il calcio tedesco.