Un altro Hoeneß a Belgrado

Un risultato positivo. Per mettere in cassaforte il primo posto del girone L di Europa League. È quello che cerca giovedì 3 dicembre l’Hoffenheim, allo stadio Rajko Mitić di Belgrado contro la Stella Rossa. A guidarli in panchina un tecnico, alla prima stagione da capo allenatore in Bundesliga, il 38enne Sebastian Hoeneß. Per il figlio di Dieter, ex attaccante e poi direttore sportivo, per ultimo del Wolfsburg e il nipote di Uli, leggenda del Bayern Monaco in campo e soprattutto dietro la scrivania, sarà un’occasione per scrivere un nuovo capitolo della storia che lega la sua famiglia al Marakana. Un libro che ha tre capitoli, due dei quelli hanno Uli come protagonista. Il primo è stato scritto il 20 giugno 1976. In quella che era la Jugoslavia la Germania Ovest, campione del mondo, sta provando a bissare il successo continentale del 1972 in Belgio. In una fase finale dell’Europeo, che come quelli precedenti e per l’ultima volta ha solo quattro squadre partecipanti, la Nationalmannschaft, si gioca il titolo contro la Cecoslovacchia. Sia gli uomini di Václav Ježek che quelli di Helmut Schön sono reduci da due autentiche battaglie in semifinale. Gli slavi hanno superato ai supplementari l’Olanda, i tedeschi i padroni di casa della Jugoslavia, sempre all’overtime ribaltando uno svantaggio di 0-2.

La Germania Ovest, che ha perso Wolfgang Overath e Gerd Müller dopo la vittoria mondiale, ma ha in campo il capitano Franz Beckenbauer, alla centesima presenza in Nazionale e Sepp Maier, oltre a un ottimo attaccante come Dieter Müller è considerata la grande favorita dell’ultimo atto. Solo che davanti ai 30mila del Marakana per i tedeschi tutto sembra andare storto. Al 25′ la Cecoslovacchia è avanti 2-0 grazie alle reti di Ján Švehlík e Karol Dobiaš. Al 28′ accorcia Dieter Müller al quarto centro nella manifestazione. Poi inizia una pressione costante verso la porta di Ivo Viktor, estremo difensore della Cecoslovacchia. A pochi secondi dalla fine, quando ormai si aspetta solo il fischio finale, c’è un calcio d’angolo. A svettare in mezzo all’aria è Bernd Hölzenbein, bandiera dell’Eintracht Francoforte, 2-2. Si va ai supplementari, dove nonostante le varie occasioni da gol il risultato non cambia. Sono decisivi i calci di rigore. Inizialmente la UEFA aveva deciso che in caso di pareggio ci sarebbe stata una ripetizione, ma la DFB aveva premuto affinché tutto si decidesse dagli undici metri, proposta poi accolta dal massimo organo calcistico europeo. Sul dischetto vanno di seguito otto giocatori. Quattro per parte, tutti a segno.

Il nono è Uli Hoeneß, quel giorno in campo come attaccante esterno. Che tira sopra la traversa. Anni dopo, scherzando amaramente dirà che il pallone sarà su qualche tetto di Belgrado. Per vincere la Cecoslovacchia ha però bisogno di segnare. Sul dischetto va Antonin Panenka, giocatore del Bohemians Praga. Colpisce la palla sotto e Maier, spiazzato non la prende. La Cecoslovacchia è campione d’Europa, grazie al “cucchiaio” del 28enne praghese.

Uli Hoeneß, in altra veste, al Rajko Mitić ci tornerà per la prima volta quindici anni dopo, il 24 aprile 1991 per scrivere il secondo capitolo della storia. Non gioca più ma è il direttore sportivo del Bayern Monaco, che nella stagione 1990-1991 si gioca la semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni. In panchina c’è Jupp Heynckes, in campo Klaus Augenthaler e Stefan Reuter, oltre a Stefan Effenberg. All’andata forse la più grande Stella Rossa di sempre ha superato 2-1 all’Olympiastadion il Bayern Monaco, che non perdeva tra le mura amiche in Coppa da 23 anni. Al Marakana, strapieno, serve un’impresa. Che già a metà primo tempo sembra impossibile. Perché i padroni di casa sono in vantaggio 1-0 con una punizione del giovanissimo Siniša Mihajlović, schierato ancora come centrocampista. Nella ripresa però gli dei del calcio sembrano sorridere al Bayern che tra il 62′ e il 66′ ribalta la partita. “Merito” anche di Stevan Stojanović, portiere degli jugoslavi che si fa passare la palla sotto le gambe e Manfred “Manni” Bender che con un diagonale preciso lo infila per l’1-2. Il match andrebbe ai supplementari e Roland Wohlfarth avrebbe pure la possibilità di chiuderla con un tiro che però si stampa sul palo.

A pochi minuti dalla fine però l’imponderabile. Cross in area tedesca, Augenthaler cerca di intervenire e alza un pallone altissimo, su cui Raimond Aumann interviene. Ma la butta nella sua porta. Pareggio, 2-2 e qualificazione sfumata. La Stella Rossa poi vincerà quella Coppa dei Campioni, Hoeneß rimarrà ancora beffato, come nel 1976. In mezzo a quei due capitoli c’è quello con protagonista Dieter, il papà di Sebastian. È la Coppa UEFA 1979-1980 e si giocano gli ottavi di finale. I tedeschi di Pál Csernai, che in difesa hanno già Augenthaler e che a centrocampo schierano Paul Breitner, all’andata hanno vinto 2-0 con la rete di apertura di Karl-Heinz Rummenigge.

Il ritorno in uno stadio pieno di 95mila tifosi rischia di trasformarsi in un tracollo. Al 50′ gli jugoslavi hanno ribaltato la partita con tre reti e in quel momento sarebbero ai quarti. A cavallo di metà del secondo tempo, Dieter Hoeneß sale in cattedra. Prima un tap-in sugli sviluppi di un calcio d’angolo e poi una rete da “9” vero dopo un’azione di Rummenigge. 3-2 per la Stella Rossa ma qualificazione per i bavaresi che usciranno in semifinale nella Coppa UEFA, dove tutte e quattro le semifinaliste venivano dalla Bundesliga. E Sebastian spera di vincere per scrivere un nuovo capitolo in una storia, fatta di delusioni e qualche soddisfazione.

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