Bratseth e Fjørtoft, la Norvegia in Bundesliga

Un giocatore per cambiare la stagione o magari per puntellare una rosa un po’ “corta”. È quello che allenatori e direttori sportivi di Bundesliga cercano nel mercato invernale. Ai dirigenti tedeschi a volte è andata male (magari spendendo cifre poi rivelatasi eccessive) in altri casi la ricerca è andata benissimo, scovando talenti, che poi avrebbero fatto la fortuna del club. È quello che accade a cavallo tra il 1986 e il 1987 al Werder Brema. La squadra biancoverde, guidata in panchina ormai da cinque anni da Otto Rehhagel, ha bisogno di un rinforzo in difesa. I dirigenti della società del Weser, come era all’epoca una loro consuetudine, lo vanno a prendere in un mercato per l’epoca ancora “secondario”. È infatti dalla Norvegia, più precisamente dal Rosenborg, che ingaggiano per poco meno dei 100mila euro attuali un difensore centrale di 26 anni, capace anche di disimpegnarsi come libero. Si chiama Rune Bratseth, ma i tifosi del Werder lo soprannomineranno presto “Der Elch”, l’alce, per la sua statura (1.93).

L’esordio, nel febbraio 1987, con il Norimberga a dir la verità non è di quelli da ricordare, visto che i biancoverdi perdono 5-1. Ma sarà solo questione di tempo, perché quello spilungone norvegese, rude ma mai scorretto, capace di giocare con entrambi i piedi e con un ottimo senso della posizione, diventa uno degli stranieri più forti mai approdato sulle rive del Weser. La bacheca alla sua partenza, datata 1995, sarà molto più ricca di quanto lo era al suo arrivo. Due Bundesliga (1988 e il 1993), altrettante DFB-Pokal (1991, 1994) e soprattutto una Coppa delle Coppe, il primo trofeo europeo della storia del Werder. Nella cavalcata della stagione 1991-1992, Bratseth è protagonista, con delle prestazioni sontuose, come quella nella finale di Lisbona dove insieme ai suoi compagni, tra cui il futuro tecnico Thomas Schaaf e Dieter Eilts fermerà il Monaco di Wenger e George Weah o nel doppio confronto con i romeni del Bacau al primo turno quando segna sia all’andata che al ritorno. Si toglierà anche la soddisfazione di segnare nella neonata Champions League, prendendo parte all’incredibile rimonta del Werder, contro l’Anderlecht (da 0-3 a 5-3), nell’edizione 1993-1994. Quando partirà nel 1995 tornerà a Trondheim, diventando per più di un decennio direttore sportivo del “suo” Rosenborg. I tifosi biancoverdi però non l’hanno dimenticato, inserendolo spesso e volentieri nelle top-11 di sempre del Werder, stilate periodicamente, lui che è stato votato miglior giocatore norvegese in occasione dei 50 anni della UEFA.

Come i tifosi, ma quelli dell’Eintracht Francoforte, non si scorderanno mai di un altro “uomo venuto dal Nord”, Jan Åge Fjørtoft, anche lui norvegese, arrivato dallo Sheffield United, nella sessione invernale della stagione 1998-1999. A differenza di Bratseth lui fa l’attaccante, ma nonostante in 58 presenze spalmate su tre anni, abbia segnato 14 reti, le Aquile se lo ricordano solo per quello che accadde il 29 maggio 1999, ultima giornata di Bundesliga. Al fischio d’inizio del match contro il Kaiserslautern l’Eintracht sarebbe retrocesso. “Eravamo pronti – ha racconta Fjørtoft in occasione dei vent’anni di quella partita – nelle settimane passate nessuno ci aveva preso in considerazione. Negli stadi tedeschi tutto era andato a nostro sfavore”. Le Aquile devono vincere, possibilmente con un largo margine, contro il FCK, che è già qualificato all’allora Coppa UEFA. Serve un miracolo. O quasi. A meno di un quarto di gara dalla fine però l’Eintracht vince 4-1. Stando così i risultati delle dirette concorrenti (il Norimberga perde con il Friburgo 2-1) al club dell’Assia serve un’altra rete. A segnarla proprio Fjørtoft, che con una finta delle sue, supera il portiere Renke e deposita in rete. L’Eintracht è salvo, il Norimberga, che già aveva reso noto i prezzi per gli abbonamenti in Bundesliga, scende. Il norvegese, che con una finta simile aveva segnato la rete che aveva riportato la Norvegia ai Mondiali dopo 56 anni è un eroe, tanto che. Il suo gol è stato anche utilizzato da Niko Kovac per motivare i suoi giocatori per la corsa salvezza del “suo” Eintracht nel 2015-2016. Due giocatori, due eroi calcistici, che Erling Haaland, anche lui norvegese, anche lui acquistato nel mercato invernale, spera di imitare a Dortmund. E non ha cominciato proprio male…

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