Heinrich Stuhlfauth, quando Dio stava in porta

È un onore giocare per questa città, questo club e per gli abitanti di Norimberga. Mi auguro che venga salvaguardato e che il grande FC Nürnberg non perda mai”. Chiunque vada a vedere il Norimberga in casa leggerà questa frase proiettata sul maxischermo del Max-Morlock Stadion prima di ogni incontro casalingo o lo vedrà stampato sulle maglie dei tifosi del club della Franconia. A pronunciare questa dichiarazione d’amore è forse il primo grande portiere della storia del calcio tedesco, Heinrich Stuhlfauth, che nella sua vita calcistica ha indossato solo due maglie, quella della Nationalmannschaft e quella appunto del Norimberga. E pensare che Stuhlfauth, classe 1896, tra i pali e addirittura sul campo di calcio non ci doveva stare. Figlio di un metalmeccanico della zona sud di Norimberga, il suo primo sogno era quello di diventare ciclista, ma i genitori preoccupati delle possibili cadute e degli infortuni, gliel’avevano impedito. Lui aveva obbedito, ma quando gli avevano proibito di calciare un pallone, a 14 anni, il giovane Heinrich, apprendista montatore elettrico, aveva trasgredito. In campo inizialmente con il FC Franken, di cui era diventato socio all’insaputa dei genitori, il suo ruolo era quello di centrocampista offensivo o addirittura di attaccante. A metterlo tra i pali per la prima volta il tecnico del FC Pfeil, la sua seconda squadra. “Sei il più alto e devi andare in porta” gli aveva detto. E alla fine della seduta l’allenatore aveva notato “La blocca molto bene”. Il suo ruolo diventerà definitivo, quando la Storia con la s maiuscola si metterà in mezzo. Nel 1914 l’estremo difensore del FC Pfeil viene chiamato alle armi per lo scoppio della Grande Guerra. Heiner, come lo chiamano tutti, va tra i pali. Ci uscirà praticamente venti anni dopo.

Nel frattempo però il FC Pfeil si è sciolto e Stuhlfauth viene acquistato dal Norimberga. Nel 1916, Weschenfelder, numero uno del club della Franconia, è anche lui arruolato nell’esercito imperiale e il 20enne diventa titolare. La prima apparizione ufficiale di Heinrich è quella in un match contro una rappresentativa di Berlino Sud. In quel momento pure Heiner è un militare, ma a differenza del suo ex compagno di squadra, che morirà al fronte, è fortunato. Neuburger, uno dei membri del board del Norimberga, infatti è il capo di una delle guarnigioni di Ingolstadt, dove Stuhlfauth è di stanza. La recluta viene così impiegata più per vincere i match contro le altre squadre militari che per adempiere ai suoi obblighi di soldato, prima di essere trasferito nella sua città e lavorare dal dicembre 1916 in una fabbrica. È nel Dopoguerra però che Heinrich comincia a costruire la sua leggenda in un club, il Norimberga, che in quel periodo era una delle squadre faro del calcio tedesco con talenti come Hans Kalb, Anton Kugler e il magiaro Alfred Schaffer. Tra il 1918 e il 1922 l’undici della Franconia rimane per 104 match imbattuto e lo fa anche grazie al suo estremo difensore. Che ha preso l’abitudine di giocare con un pullover grigio e un cappello con visiera in testa. Stuhlfauth ha una presa d’acciaio (le sue mani saranno paragonate a “padelle” e i giornalisti scrivono che quello che “prende tra le due tenaglie” non scappa più) e non è semplice portiere. Di lui si parla come “dritter Verteidiger”, il terzo difensore. Nel 2-3-5 dell’epoca infatti non si limita solo a parare ma all’occorrenza a fare il “libero” aggiunto, uscendo e rilanciando. Non è spettacolare, è calmo, praticamente sempre.

Queste doti, oltre a fruttargli l’ammirazione di compagni e avversari, nonché il paragone con il mito Ricardo Zamora, portano a lui e al Norimberga cinque titoli tedeschi tra il 1920 e il 1927. In più dal 1920 e per dieci anni Heiner è anche una colonna della Nationalmannschaft, di cui diventa il capitano. Tra le sue 21 apparizioni con la maglia della Nazionale, una rimane impressa nella memoria. È contro l’Italia, a Torino, davanti a 30mila spettatori il 28 aprile 1929. Stulfauth in 90 minuti di fronte alla Nazionale che da lì a pochi anni dominerà il mondo, prende praticamente di tutto. Nell’intervallo lo obbligano a cambiare il suo classico pullover grigio, ma lui, dopo un po’ di sorpresa continua a fermare gli attacchi degli azzurri. I tedeschi batteranno per la prima volta l’Italia 2-1 e i quotidiani della Penisola scriveranno “Dio stava in porta”. I match della Nazionale non sono gli unici che permettono a Heiner di farsi conoscere al di fuori della Repubblica di Weimar. Il Norimberga infatti gira l’Europa, invitato dai migliori club del Continente. E più di una volta i viaggi si trasformano in avventure. A Santander, in Spagna, contro il Racing un gruppo di donne si sono piazzate dietro la porta per irritarlo con della sabbia, lui, gentiluomo, risponde solo con delle minacce scherzose, mentre a Parigi, nel 1927, i tifosi del Racing Club de Paris sono così entusiasti del gioco dei tedeschi che a fine partita, dopo essere stati battuti, li festeggiano portandoli a spalla.

Una carriera luminosa impreziosita a 32 anni dalla convocazione alle Olimpiadi di Amsterdam, la prima a cui la Germania partecipa dopo la Grande Guerra. Dopo un agevole successo contro la Svizzera il tabellone li oppone ai campioni uscenti dell’Uruguay. Stulfauth quel match rischia di non giocarlo, perché non si trova il suo equipaggiamento. Salta fuori all’ultimo ma Heiner non può fare nulla contro Nasazzi e compagni che seppelliscono la Germania sotto il peso di quattro reti (a una). La parabola del portiere, che nel 1928 insieme ad altri giocatori tedeschi è apparso nel film “Gli undici diavoli”, termina nel 1933. Già allena i Würzburger Kickers, ma non si è ancora ritirato. L’ultimo match con il Norimberga è un’amichevole casalinga con il fortissimo Sparta Praga. Heiner, che negli anni è diventato testimonial pubblicitario di diversi prodotti, è solo uno spettatore, ma i suoi tifosi lo salutano così calorosamente, che lui va negli spogliatoi, convince Köhl, il suo successore, a cedergli il posto. L’undici della Franconia e Stuhlfauth vincono per l’ultima volta insieme. Il portiere, che nel 1932 era stato accusato di aver scritto (o suggerito) un articolo al giornale antisemita Der Stürmer contro il tecnico magiaro ed ebreo Jenő Konrad, rimane vicino al mondo del calcio, tanto da accompagnare nel 1953 la squadra in una tournéé negli Stati Uniti. Dalla fine della seconda guerra mondiale, dopo che il suo locale il Sebaldusklause, dove erano stati di casa Dixie Dean, uno dei più prolifici attaccanti inglesi di tutti i tempi e Walther Bensemann, il fondatore della rivista Kicker, erano stato danneggiato dal conflitto Stuhlfauth lavora come istruttore calcistico. Tra le sue scoperte un “certo” Max Morlock, uno dei protagonisti del “Miracolo di Berna”. A lui è dedicato lo stadio di Norimberga. Dove la tribuna che ospita i tifosi di casa è dedicata, primo caso nella storia del calcio tedesco, a Heinrich Stuhlfauth, l’uomo che tra i pali sembrava Dio.

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