Guy Acolatse, la (prima) perla nera del St.Pauli

Das Tor zur Welt”. La porta del mondo. Amburgo, all’inizio degli anni Sessanta, è la città più “aperta” della Germania Ovest. Merito del porto, il secondo più grande d’Europa e di una scena culturale vivacissima, soprattutto dal punto di vista musicale. Qui, tra il 1960 e il 1962, hanno suonato anche quattro ragazzi di Liverpool, contrattati dall’impresario locale Bruno Koschmider. Sono bravi, costano poco e qualche stagione dopo rivoluzioneranno la musica: sono i Beatles. E nel quartiere di St.Pauli, al Wilhelm-Koch-Stadion, l’odierno Millerntor, a pochi chilometri da dove la band del nord dell’Inghilterra si è esibita per quasi due anni, il 14 luglio 1963 si ferma un taxi. Davanti a un capannello di persone che li attende scendono due uomini. Uno è Otto Westphal l’allenatore del St.Pauli l’altro è Guy Kokou Acolatse, il nuovo acquisto del club amburghese. Ha 21 anni, è un attaccante fisico e con ottima tecnica, ma soprattutto ha la pelle nera. Mai nessun club professionistico tedesco aveva tesserato un giocatore proveniente dall’Africa subsahariana. Guy viene infatti dal Togo, fino al 1919 una colonia tedesca e Westphal l’ha già allenato quando era il ct della nazionale locale. Il 52enne, un passato da tecnico al Chemie Leipzig nell’allora Germania Est, è la ragione principale per cui Acolatse, che ha rifiutato offerte da Belgio e Francia, ha accettato di volare ad Amburgo. “Il St.Pauli cercava un numero 10 – ricorderà anni dopo lo stesso Guy – Westphal mi chiese se fossi interessato ad andare in Germania. Ho detto di sì”. Il suo acquisto, di cui i media già vociferavano da settimane, ha una grande risonanza per i Kiezkicker, che in quel momento sono nella Regionalliga Nord, uno dei gironi della seconda divisione. “Nero come la notte, veloce con un antilope, forte al tiro come un fucile per uccidere gli elefanti” lo descrive il quotidiano Bild. Che in modo ancor meno elegante aggiungerà. “Sa scrivere macchina da scrivere, può giocare a calcio”.

Dopo nemmeno un mese però i giornali più di parlare di chi è Acolatse parlano di come il togolese gioca. Il suo esordio è il 14 agosto in un’amichevole a Büdelsdorf bei Rendsburg, quasi al confine con la Danimarca. Il St.Pauli vince 6-2 e il neo acquisto segna un gol, con il Hamburger Abendblatt che sottolinea la “comprensione del gioco” dell’attaccante del Togo. Sette giorni dopo c’è anche il debutto in campionato nel derby con l’Altona 93. 4-1 per i Kiezkicker e ottime impressioni. La Bild scrive “Il ragazzo è sulla via migliore per diventare l’uomo dell’anno ad Amburgo”. E la prima stagione è dal punto di vista prettamente sportivo la migliore per Acolatse e per il St.Pauli, che con la vittoria nel suo girone di Regionalliga, si qualifica alla fase finale che assegna due posti per la neonata Bundesliga. Agli amburghesi non andrà bene (ultimi nel loro raggruppamento) ma la “Perla Nera” avrà l’occasione il 6 giugno 1964 di fronteggiare un non ancora 19enne di Monaco, che veste per la prima volta nella sua carriera la maglia del Bayern. Si chiama Franz Beckenbauer. Per la cronaca il debuttante segna una rete nel 4-0 dell’andata, mentre Acolatse sigla il gol della bandiera nel ko 6-1 del ritorno. Una delusione sportiva che non cancella l’ottimo impatto del ragazzo del Togo. Fuori e dentro il campo. “Der Zauberer”, il mago, come lo chiamano i giornali per la sua abilità tecnica, nella città anseatica si trova infatti bene, anche se patisce un po’ il tempo, soprattutto la pioggia. “Oggi i giocatori guadagnano migliaio di euroha spiegato nel 2010 in un’intervista alla rivista a&k ai miei tempi non era così. Un lavoratore in Germania a quei tempi prendeva 400 marchi al mese, io con i premi ne mettevo insieme cinque volte tanto. Ed erano tanti soldi. Io avevo un appartamento e una piccola auto, una Fiat e poi la macchina dei miei sogni una Volkswagen 1600”.

E poi Guy, che in poco tempo aveva imparato sufficientemente bene la lingua, era stato adottato dal quartiere e dalla città. Tra curiosità (“quando ero in giro ad Amburgo la gente mi guardava. Un nero! E non c’era niente di male”) e affetto. Con Acolatse, ricercatissimo dalle grandi aziende locali per la sua popolarità, che riceveva puntualmente inviti da parte in gente comune per passare del tempo con loro. Lui spesso accettava e con il suo sorriso cancellava il timore iniziale di chi un nero non l’aveva mai visto. Non mancavano gli insulti, ma secondo Guy solo per le sue prestazioni. “Quando tu giochi male i spettatori ti insultano – ricorda nella stessa intervista il giocatore che in Germania aveva anche provato a seguire un corso per tecnico TV, poi abbandonato perché era impossibile conciliarlo con il suo lavoro – perché vogliono che tu giochi bene. La gente diceva. Hey Guy, se non segni ti diamo una banana, piccola scimmia. E se tu segnavi uno o due gol ma si perdevano erano anche più duri”. E quando qualcuno tra gli avversari provava a dirgli qualcosa lui, che festeggiava i suoi gol facendo un salto mortale, rispondeva con ironia. “Se mi tocchi, io ti mordo. Hey, il nero morde. Loro erano più vecchi di me, ma avevano paura”. La vita di Acolatse al St.Pauli cambia quando Westphal, dopo un solo anno lascia la panchina del club di Amburgo. Arriva prima Otto Coors, con cui passa da titolare a riserva e poi Kurt Krause. “Mi disse senza darmi spiegazioni che per me non c’erano più possibilità” spiegherà nel 2010. Il giocatore togolese, che nel frattempo si è sposato con una donna del luogo, decide così di trasferirsi ai rivali cittadini del HSV Barmbek Uhlenhorst. Tornerà al St.Pauli nel 1970, ma per giocare “solo” nella squadra riserve. “In qualche modo era come la mia famiglia” dirà sempre ad a&k. Si ritirerà a metà degli Anni Settanta e inizierà ad allenare squadre locali. Lascerà la sua amata Amburgo, dove vive ancora il figlio avuto dalla prima moglie, all’inizio degli Anni Ottanta, volando a Parigi per accettare un’offerta del PSG che gli proponeva di occuparsi di calcio giovanile.

Sulle rive del Mare del Nord ci tornerà poche volte, ma “La porta del mondo” gli è sempre rimasta nel cuore. Tanto che quando racconta a qualcuno che era in Germania già nel 1963, lo sfidano ad entrare da solo in una Kneipe, in una taverna, per ordinare qualcosa da bere. Lui lo fa, chiedendo nel suo ancor buon tedesco una Alsterwasser, come ad Amburgo chiamano la birra e limonata. Perché gli anni in cui era la “Perla Nera” non si possono cancellare. Neanche dopo più di mezzo secolo.

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