Donne e Fussball, il lungo cammino della Germania

Otto titoli europei, due Mondiali e un oro olimpico. Nella storia del calcio femminile ci sono poche nazionali più vincenti di quella tedesca. Un percorso, quello della Nationalmannschaft der Frauen, che ha esordito ai Mondiali di Francia 2019 con una vittoria di misura sulla Cina, cominciata con un rifiuto. È il 1955 ed è la DFB, la Federazione tedesca, nella sua assemblea annuale, a bandire il calcio femminile. Tra le motivazioni quella che “questo tipo di sport di contatto è lontano dalla natura delle donne”. Ci vorranno quattordici anni e migliaia di partite (una il 23 settembre 1956 a Essen contro l’Olanda può essere considerato il primo match di una selezione non ufficiale tedesca), perché questo divieto, che peraltro non esisterà mai nella vicina Germania Est, venga rimosso. Nel 1970, quando il Frauenfussball viene “legalizzato”, ci sono circa 50-60mila calciatrici, la maggior parte delle quali più o meno legalmente nei club affiliati, numeri che fanno temere ai dirigenti federali una scissione da parte delle ragazze.

Quattro anni dopo, nel 1974, l’anno d’oro del Fussball, nascerà il primo campionato tedesco. Lo conquista il TuS Wörrstadt, club della Renania Palatinato, dopo un torneo con una fase preliminare con quattro gironi, semifinali e finali tra le vincenti dei raggruppamenti. A mancare però è ancora la Nazionale. Per dare la spinta decisiva alla sua nascita serve un episodio casuale, che coinvolge nel 1980 Horst Rudolf Schmidt, alto funzionario federale. Mentre si trova a Taiwan con una formazione giovanile dell’Eintracht Francoforte, Schmidt, futuro segretario della DFB, riceve l’invito da parte dei locali a far partecipare una selezione tedesca al mondiale non ufficiale del 1981. I taiwanesi ignorano che la Germania, allora dell’Ovest una Nazionale non ce l’ha e Schmidt decide di spedire in Estremo Oriente il SSG 09 Bergisch-Gladbach, la formazione che domina da qualche anno il campionato della Repubblica Federale. Le ragazze di Anne Trabant, che allena e gioca, vincono e convincono, ripetendosi poi anche nel 1984.

Ai vertici della DFB, dove dal 1977 siede come referente per il Frauenfussball Hannelore Ratzeburg, si accorgono che non si può più rimandare, visto che molti Paesi hanno già una selezione femminile e che la UEFA sta organizzando le prime qualificazioni all’Europeo. È l’inizio del 1982 e il compito di formare la Nationalmannschaft der Frauen viene affidata a Gero Bisanz, all’epoca docente per allenatori alla Deutsche Sporthochschule Köln, il miglior istituto superiore di educazione fisica del Paese. “Non ho idea di cosa sia il calcio femminile” dirà l’allora 47enne al presidente della Federazione Neuberger quando gli offre questo nuovo incarico. Non lo conosce e neppure sa dove poterlo trovare, tanto che ascolta il consiglio di una sua studentessa Tina-Theune-Mayer. “Vada a Bergisch Gladbach”. Da lì tornerà con un’altra idea del calcio femminile.

Undici mesi e due stage dopo, entrambi a Duisburg, il 10 novembre 1982, la Nationalmannschaft der Frauen debutta all’Oberwerth-Stadion di Coblenza contro la Svizzera, come quasi 80 anni prima, era capitato alla Nazionale maschile. In campo, davanti a 5500 spettatori, compreso Jupp Derwall il ct della Nazionale, scende il “blocco” del Bergisch Gladbach, guidato da Anne Trabant e da Gaby Dlugi-Winterberg, la più anziana tra le tedesche, più alcune giovanissime come Birgit Bormann, 17enne del SC Bad-Neuenahr. “Per me è stato un sentimento inaspettato – dirà nel 2017 al sito della Dfb Petra Landers, uno dei tre difensori sul terreno di gioco quella sera– solo un anno prima mi ero trasferita al Bergisch Gladbach dal TuS Harpen per vedere se riuscivo a fare strada nel calcio”. “C’erano tante situazioni per noi poco abituali – prosegue – uno stadio pieno che ci aspettava con gioia, durante il riscaldamento sono arrivati i giornalisti, uno si è avvicinato a me per chiedermi cosa provassi. Era semplicemente incredibile”. Sul campo è un trionfo. La Germania Ovest vince 5-1 con il primo gol siglato da Doris Kresimon, le reti di Ingrid Grebauer e di Birgit Bormann. Mattatrice della serata è una delle teenager della squadra di Gero Bisanz. Ha 18 anni, gioca nel Sportclub Klinge Seckach e di mestiere fa la centrocampista. Si chiama Silvia Neid. Entra al 41′, al terzo pallone segna il 3-0, per poi chiudere i conti con il 5-1.

Nemmeno sette anni dopo quel trionfo, nel 1989, la Germania, ancora dell’Ovest, conquista in casa il primo campionato europeo della sua storia (le giocatrici verranno premiate con un servizio da caffé…). Della squadra del 1982 c’è Neid e Marion Isbert, il portiere, mattatore della semifinale con l’Italia, dove ha parato tre rigori. In panchina accanto a Gero Bisanz, Tina Theune-Mayer, la ragazza che aveva consigliato al suo allora professore di andare a Bergisch Gladbach. Tina, 14 anni dopo, nel 2003 sarà l’allenatrice che da ct porterà la Germania, stavolta unita, sul tetto del mondo. A bissare poi il successo ci penserà nel 2007 la sua assistente Silvia Neid, che nel 2016 dopo due Europei vinti, riuscirà a raggiungere il traguardo che nessun tecnico tedesco, nemmeno al maschile, è riuscito: vincere l’oro olimpico, sconfiggendo la Svezia. Una vittoria da leggenda, come quella di quasi 35 anni prima a Coblenza.

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