Il miracolo di Francoforte

Una partita “senza domani”. È quella che il 7 novembre 1979 attende al “Waldstadion” l’Eintracht Francoforte nel ritorno del secondo turno di Coppa UEFA. Di fronte ai rossoneri, che hanno iniziato il loro cammino europeo eliminando nei trentaduesimi di finale l’Aberdeen di Alex Ferguson, ci sono i rumeni della Dinamo Bucarest. I Câinii Roșii, che in rosa hanno il due volte Scarpa d’Oro Dudu Georgescu, hanno vinto 2-0 all’andata e partono favoriti. Anche perché nello spogliatoio dei tedeschi c’è tutto meno che un clima di armonia. Il tecnico Friedel Rausch è ai ferri corti con i “senatori” e in particolare con Bernd Hölzenbein, campione del mondo del 1974, capitano e bandiera del club. In più i risultati di quel primo scorcio di stagione sono tutt’altro che confortanti. In questo contesto, sotto la pioggia e con circa 20mila spettatori sugli spalti in uno stadio che ne conterrebbe il triplo, l’Eintracht cerca l’impresa: per passare il turno deve vincere 3-0 o con almeno 3 gol di scarto. La Dinamo invece arriva nella Germania Ovest con un preciso ordine: difendere e ripartire. E i romeni lo seguono alla lettera, anche se dalle parti del portiere tedesco Klaus Funk si vedranno ben poco. A essere protagonista invece è l’altro numero uno, Constantin Ştefan. Prende tutto quello che arriva, devia un tiro di Hölzenbein sulla traversa, neutralizza un paio di conclusioni da lontano di Nickel e toglie dalla rete sul pallone del sudcoreano Cha. E dove non arriva l’estremo difensore rumeno ci arrivano i suoi compagni, come il libero Dinu che salva sulla linea di porta un colpo di testa dell’austriaco Bruno Pezzey. Per rompere quell’assedio ci vogliono 73 minuti. Cross dalla destra di Neuberger, indecisione di Ştefan e comodo colpo di testa di Cha, l’uomo arrivato tra mille incognite dal Darmstadt ma che in poche settimane era diventato un idolo, siglando tra le altre una rete importantissima nel primo turno con l’ Aberdeen.

È 1-0, ma alle Aquile serve ancora un gol, almeno per continuare a sperare. Che pare non voler arrivare, anche perché Ştefan torna a fare i miracoli. Quando al 87′ Multescu, autore di uno dei gol dell’andata viene espulso per un fallaccio su Helmut Müller, alla rimonta, sugli spalti del Waldstadion credono in pochi. Alla ripresa di gioco il 90′ è già scoccato. “Quanto manca?” chiede Jürgen Grabowski, campione del mondo nel ’74 e da quasi 15 anni simbolo del club, all’arbitro svedese Fredriksson. “Venti secondi” è la risposta del fischietto che nel 1984 dirigerà la finale di Coppa dei Campioni tra Roma e Liverpool. Un ultimo assalto. Neuberger la butta in area, il difensore Karl-Heinz Körbel la colpisce all’indietro di testa. È un pallone lento a cui Ştefan va incontro sicuro. Solo che la palla un po’ viscida gli sfugge dalle braccia. Hölzenbein, che era in area per trovare il pareggio, è a due metri da lui. È per terra ma ha la rapidità di colpire il pallone con la testa indirizzandolo verso la porta vuota. Nessuno ci crede, ma è gol. L’Eintracht ha segnato il 2-0 e va ai supplementari.

Dove ci vorranno meno di tre minuti per siglare il gol qualificazione, arrivato grazie a Bernd Nickel e a un’altra sbavatura del portiere della Dinamo. È un piccolo miracolo sportivo. Le Aquile, che in campionato arriveranno a metà classifica, ne faranno altri al “Waldstadion” in quella stagione europea, caratterizzata, caso unico nella storia, da quattro tedesche che si contesero la terza competizione UEFA per importanza. I rossoneri supereranno 4-1 sia il Feyenoord che il FC Zbrojovka Brno, rimonteranno con un 5-1 un 2-0 subito dal Bayern Monaco in semifinale e soprattutto con il gol del semisconosciuto Freddy Schaub vinceranno la Coppa UEFA contro il Borussia Mönchengladbach allenato da un giovanissimo Jupp Heynckes e con un altro Nickel in campo, Harald, il fratello di Bernd. Mai più l’Eintracht è arrivato così lontano in una competizione europea. Ci può riuscire giovedì sera contro il Benfica, ma servirà una rimonta in casa. Come quella sera di novembre al “Waldstadion”.

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