Oskar Rohr, il primo emigrante del calcio tedesco

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Ossi, tira tu, che io non ce la faccio”. Dodici giugno 1932, Städtisches Stadion di Norimberga. Minuto numero 35. L’arbitro Alfred Birlem ha appena assegnato un rigore al Bayern Monaco che si sta giocando con l’Eintracht Francoforte il titolo di campione di Germania. Konrad “Conny” Feldkamp, che sarebbe il capitano e il rigorista designato dei bavaresi, uno che la gamba e il piede li tira indietro raramente, di andare sul dischetto non se la sente. Affida il compito al più giovane della squadra, un attaccante. Si chiama Oskar Rohr, viene da Mannheim, una delle culle del calcio tedesco e ha compiuto vent’anni un mese e mezzo prima. Lui va e calcia, alzando una nuvola di gesso. Molti pensano che abbia “zappato”, ma la palla va a finire alle spalle del portiere avversario. I ragazzi di Kuhn raddoppieranno nella ripresa con Franz Krumm portando a casa il primo campionato nazionale della loro Storia.

Di titoli in patria il 20enne, che nel marzo 1932 aveva a Lipsia anche esordito in Nazionale, non ne vincerà più. Nell’estate 1933, poco più di un anno dopo quel pomeriggio di gloria a Norimberga, infatti decide di lasciare il Bayern per trasferirsi al Grasshoppers, in Svizzera. Rohr vuole vivere di calcio e in Germania non è possibile, visto che il professionismo è bandito, con il neonato governo nazionalsocialista che considera undeutsch, non tedesco, pagare i calciatori e gli sportivi. Nella Confederazione Ossi, che per la sua scelta di emigrare perderà anche la maglia della nazionale con cui aveva segnato 5 gol in 4 partite (i giocatori militanti all’estero ne sono per regola esclusi), rimarrà solo un anno prima di trasferirsi allo Strasburgo. Gli danno un buon stipendio e alla firma del contratto gli regalano anche una Citroën-Cabrio. In otto stagioni, tra il 1934 e il 1942 con la maglia del Racing Club, Rohr, un attaccante tecnico e con grande fiuto in area di rigore, raggiungerà la finale di Coppa di Francia nel 1937 (sotto la guida di Josef “Pepi” Blum, uno dei miti del giovane Ernst Happel), ma soprattutto segnerà 118 gol, di cui 30 solo nel 1936-1937 che gli valgono il titolo di capocannoniere della Ligue 1. Ad oggi nessuno ha segnato quanto lui con la formazione alsaziana.

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E il suo bottino avrebbe potuto essere più ricco, se nel 1939 non fosse scoppiata la Seconda Guerra Mondiale. Quando nel 1940 le truppe tedesche attaccano la Francia, Rohr è considerato dai suoi connazionali una persona “non grata”. Per i tedeschi è un Fahnenflüchtiger, uno che ha rifiutato la bandiera, un “gladiatore che si è venduto all’estero”, come l’aveva definito una rivista specializzata. Per sfuggire a possibili ritorsioni fugge nel sud del Paese, dove comandano i collaborazionisti del maresciallo Petain, per giocare nel FC Sète. Con loro raggiunge nel ’42 un’altra finale del campionato francese contro il Red Star del 32enne Helenio Herrera, ma quella partita “Ossi”, persa dai suoi, non la giocherà. Dato che si disputa a Parigi, dunque in territorio tedesco, lui lì non può esserci, come il suo compagno Marcel Tomaszover, ebreo.

Del destino di Rohr, tra quella partita e la fine della guerra, ci sono versioni contrastanti. Quello che è quasi sicuro è che i tedeschi, dopo averlo arrestato e internato in un lager a Kislau, vicino a Karlsruhe lo inviano sul fronte orientale. Combatterà contro l’Armata Rossa, venendo ferito e secondo quanto ha riportato Gernot Rohr, ct della Nigeria e nipote di “Ossi”, rimpatriato su un aereo guidato da un pilota super tifoso del Bayern Monaco che riconosciuto il calciatore l’aveva fatto salire sul cargo, in teoria, pieno. La guerra comunque porrà fine alla carriera di Oskar, almeno ai livelli dello Strasburgo. Tornato in Germania dopo la Liberazione farà qualche apparizione tra Augsburg, la Renania e la sua Mannheim, al VfR gioca al fianco di suo nipote Philippe, al Waldhof disputerà la sua ultima stagione da calciatore, nel 1948/1949, l’anno in cui saluterà anche lo Strasburgo giocando un’amichevole contro la Dinamo Zagabria. Dopo il ritiro Ossi decide di non rimanere nel calcio e per decenni lavora come impiegato al comune di Mannheim, lottando con il demone dell’alcol. Morirà quasi 80enne nel 1988, facendo in tempo a vedere un altro Rohr, il suo pronipote Gernot, fare come ha fatto lui. Vincere in Germania al Bayern e emigrare in Francia, diventando una leggenda del Bordeaux.

 

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