Schatzschneider, un bomber di (seconda) classe

Nel 2021 Simon Terodde ha due obiettivi: riportare l’Amburgo in Bundesliga dopo tre anni di purgatorio e superare quota 155 reti in 2.Bundesliga. Arrivarci per il 32enne di Bocholt nel Nordrhein-Westfalen autore ad ora di 134 reti, significherebbe diventare il miglior marcatore di ogni epoca della seconda divisione tedesca. Terodde, che ha vinto la classifica cannonieri della Zweite per tre volte e con tre squadre diverse, Bochum, Stoccarda e Colonia, supererebbe il primato di Dieter Schatzschneider, bandiera del Hannover tra Anni Sessanta e Settanta. E pensare che ai neroverdi, “Der Lange”, lo spilungone, nel 1978, a 20 anni, non ci sarebbe neppure dovuto arrivare. “L’Hannover giocava in seconda divisione e non aveva i soldi per comprare un attaccante – ha dichiarato nel 2014 in un’intervista al sito della Bundesliga – un giornalista chiamò il presidente e gli disse che al OSV Hannover c’era un ragazzo. Che non correva molto, ma che segnava tanto. Sono stato invitato per una prova. Penso che se avessero avuto un’alternativa avrebbe scelto un altro, ma non avevano soldi”.

L’acquisto è buono, anzi ottimo. Per una squadra che in pochi anni cambia spesso volto come l’Hannover, che nel ’78 aveva pure rischiato di non partecipare alla 2.Bundesliga a causa dei suoi problemi finanziari, Schatzschneider è ideale. Giovane, affamato, prolifico. In quattro anni e mezzo, sotto la guida di Diethelm Ferner va a segno 132 volte. Di piede e di testa. In compenso sfiora solo con la Bundesliga nel 1980 con un terzo posto nel girone Nord della seconda divisione. Nel novembre 1982 Ferner viene esonerato e lo sostituisce Gerd Bohnsack, che aveva mosso i primi passi in panchina al OSV Hannover, come l’attaccante. “Schatz”, come l’hanno ribattezzato i tifosi neroverdi (è un diminutivo che in tedesco vuol dire anche “tesoro”) nel mercato invernale va al Fortuna Colonia, la squadra in cui militava fino a qualche mese prima Karl-Heinz Mödrath, il secondo nella classifica cannonieri all time della seconda divisione con 151 marcature. Non è una questione tecnica, ma soprattutto economica, visto che come racconterà il centravanti anni dopo, il club aveva difficoltà a pagare gli stipendi. Nella città del Duomo sarà solo mezza stagione, ma molto intensa. I biancorossi, all’epoca in seconda divisione, mancano di cinque punti, il terzo posto valido per lo spareggio promozione ma arrivano fino in fondo in Coppa di Germania. L’attaccante ex Hannover, laureatosi a fine stagione capocannoniere della 2.Bundesliga, timbra in ogni partita di DFB-Pokal, con due doppiette contro Borussia Mönchengladbach e Borussia Dortmund. In finale però nell’unico derby mai giocato per contendersi la Coppa il Fortuna perde contro i cugini del Colonia 1-0.

Per Schatzschneider, nonostante la delusione c’è una grande occasione, stavolta in Bundesliga. Lo vuole l’Amburgo campione d’Europa per sostituire la leggenda Horst Hrubesch passato ai belgi dello Standard Liegi. L’esperienza dura un anno ed è un disastro. Non tanto sul piano tecnico (Dieter mette a segno comunque quindici reti) con un secondo posto in campionato, ma per tutto il resto. Il salto è grande e l’approccio non dei migliori. Le accuse che piovono sul neoacquisto sono quelle di essere un egoista e di essere poco disposto a sacrificarsi per la squadra, il cui gioco, disegnato dal genio austriaco Ernst Happel, punta molto sul pressing. In più Schatzschneider non è per nulla amato dalla “vecchia guardia”, a partire da Felix Magath e dal portiere Uli Stein. Il centravanti, a distanza di anni, gli darà ragione. L’unica soddisfazione arriva in estate, quando Erich Ribbeck, ct della Nazionale olimpica lo convoca per i Giochi di Los Angeles ’84, dove la Germania Ovest però esce ai quarti di finale contro la Jugoslavia.

La carriera di Schatzschneider imbocca a 26 anni il viale del tramonto. Due anni anonimi allo Schalke 04 e poi quasi più nulla. Tranne due brevi ritorni al Fortuna Colonia, dove completa il suo bottino in 2.Bundesliga e all’Hannover. A 31 anni, dopo una parentesi all’Augsburg, “Schatz” si ritira. Allenerà ma soprattutto lavorerà in varie vesti all’Hannover, anche e soprattutto grazie all’amicizia con il presidente Martin Kind. Come in campo pure fuori non passa inosservato. Parla dell’uso in Bundesliga del Captagon, un derivato dell’anfetamina e definisce nel 2015 il Bayern Monaco una “Piss-Mannschaft”. Per queste ultime parole un tribunale della Baviera lo condannerà a pagare 2mila euro di risarcimento. Riguardo alla possibilità che Terodde lo superi ha dichiarato di “non avere paura”. Come una volta non ne aveva in campo.

Schalke 1930, l’abisso prima della gloria

Per chiunque tifi lo Schalke 04 il 2020 può essere definito a tutti gli effetti un “annus horribilis”. Ventinove partite senza vittoria in Bundesliga (a due match dall’eguagliare il record del Tasmania Berlino), quattro allenatori e una situazione societaria delicata, soprattutto a livello economico. Non è però quello che stanno vivendo i tifosi dei Knappen, il momento più duro della loro storia, fatta anche negli Anni Ottanta di alcuni stagioni in 2.Bundesliga. Nel 1930, 90 anni fa, il club di Gelsenkirchen è stato infatti sull’orlo della scomparsa. E non per ragioni sportive. In quel momento, sul finire della Repubblica di Weimar, lo Schalke 04 è anzi una squadra in ascesa. Già dalla prima metà degli Anni Venti hanno iniziato a proporre un calcio differente, da quello utilizzato dalle altre compagini tedesche. L’hanno portato dall’Inghilterra Hans e Friedrich Ballmann, nativi di Gelsenkirchen, trasferitosi in Gran Bretagna da bambini con la famiglia e poi ritornati in patria all’indomani della Prima Guerra Mondiale. È un calcio tecnico, caratterizzato da una fitta rete di passaggi e di combinazioni, con cui lo Schalke scala le gerarchie sportive della Ruhr. Nel 1927 i Knappen, che possono schierare i talentuosi Fritz Szepan e Ernst Kuzorra, vincono per la prima volta la massima serie locale e arrivano al secondo posto nel campionato organizzato dalla Westdeutscher Fussball Verband, la Federazione della zona occidentale della Germania. Il 20 novembre di quell’anno Kuzorra veste la maglia della Nazionale tedesca contro l’Olanda. È il primo calciatore dello Schalke a indossarla. L’entusiasmo intorno ai Knappen, che iniziano a qualificarsi con i loro piazzamenti per la fase finale del campionato nazionale, cresce. La società decide di costruire un nuovo stadio, il Glückauf-Kampfbahn, finanziato anche dall’amministrazione comunale di Gelsenkirchen e inaugurato il 25 agosto 1928 con un’amichevole con il SpVgg Sülz 07, uno dei club che nel 1948 si fonderà per far nascere il Colonia.

L’ascesa dello Schalke sembra arrestarsi esattamente due anni dopo, nell’estate del 1930, al termine della stagione che aveva visto i renani eliminati ai quarti di finale del campionato tedesco per la seconda volta consecutiva. A fermare, almeno temporaneamente, i sogni di gloria della squadra della Ruhr è il tribunale della Westdeutschen Spielverband (WDV), l’organo che gestisce il calcio nella Germania occidentale. La sentenza emessa il 25 agosto è pesantissima. 14 giocatori della prima squadra, più otto dirigenti vengono espulsi dalla WDV. Allo Schalke è comminata anche un’ammenda di 1000 marchi e il pagamento delle spese processuali. Dall’analisi dei libri contabili effettuata dagli inquirenti il club è ritenuto colpevole di aver infranto il dilettantismo che caratterizza per statuto il calcio tedesco di allora. Secondo quanto affermano i giudici lo Schalke avrebbe pagato ai giocatori compensi superiori ai 5 marchi consentiti (per quello che era inteso come un rimborso), gli avrebbe corrisposto un vero e proprio salario, oltre a regali e vantaggi. A questa sentenza segue una tragedia, umana. Il tesoriere dello Schalke 04 Willi Nier per la vergogna si suicida all’indomani del verdetto buttandosi nel canale che unisce il Reno e l’Herne. La camera ardente i Knappen la allestiscono allo stadio e al cimitero lo accompagna l’intera squadra.

La sentenza però non cambia, nonostante il dolore per la tragedia e le vibranti proteste della stampa locale. Per i giornali della Ruhr e per parte dell’opinione pubblica un solo club non può pagare per tutti, visto che la pratica dei pagamenti “sottobanco” ai giocatori e il finto dilettantismo dei campioni del calcio tedesco erano un segreto di Pulcinella. I problemi per lo Schalke sono più di uno. Il primo è salvarsi, dovendo schierare la squadra riserve (obiettivo centrato) e soprattutto non far scappare i campioni, Kuzorra e Szepan in testa. Entrambi hanno offerte dall’Austria, Paese dove si gioca già un campionato professionistico. L’Admira Wien mette sul piatto uno stipendio da migliaia di marchi al mese. A Szepan l’intermediario dà addirittura 250 marchi in mano, soldi che lui spenderà per un nuovo completo da uomo. In compenso né lui né Kuzorra giocheranno mai in Austria. Infatti Szepan prima di accettare fa una chiamata al notaio Jersch, all’epoca presidente della WDV, chiedendogli se ci fossero possibilità di vedere lo Schalke riammesso. Alla risposta positiva declina l’offerta dell’Admira per lui e il suo compagno. Jersch è di parola, visto che nel febbraio 1931 due dei condannati Simon e Hennes Tibulsky vengono graziati. Il perdono definitivo arriverà nel maggio 1931 dopo la riunione annuale della Federcalcio tedesca. Il primo giugno, dieci mesi dopo la condanna, lo Schalke al completo torna in campo. L’occasione è un’amichevole con il Fortuna Düsseldorf. Si gioca di lunedì ma nonostante il giorno lavorativo sono 70mila quelli che vogliono vedere il ritorno di Kuzorra, Szepan e compagni. Lo stadio ne contiene ufficialmente circa la metà e deve intervenire la polizia, mettendo i tifosi dappertutto. Vince lo Schalke 1-0 con rete di Tibulsky.

Quel match segnerà la rinascita di un club che tra il 1934 e il 1942 conquisterà sei titoli tedeschi e una Coppa di Germania, dando vita con la “Schalker Kreisel”, il modo di giocare importato a inizio Anni Venti, al primo vero ciclo della storia del Fussball. Tra i protagonisti ancora Ernst Kuzorra, uno di quelli che erano rimasti fedeli allo Schalke anche nella sua ora più buia.

Walter Frosch, classe e sigarette

Dalla stagione 1977/1978 la DFB, la Federcalcio tedesca, ha introdotto la squalifica automatica per accumulo di ammonizioni. All’epoca erano quattro, ora sono cinque. Una regola che, scherzo della Storia, è nata per merito di uno, che le imposizioni le amava poco. Il suo nome era Walter Frosch e il 19 dicembre avrebbe compiuto 70 anni. “Froschi” però è scomparso nel 2013, dopo una lunga malattia. Di certo in pochi, soprattutto ad Amburgo e Kaiserslautern, se lo sono dimenticato. Walter, nato a Ludwigshafen, nel sud ovest della Germania, professione difensore, dopo aver debuttato tra i “grandi” con l’Arminia Ludwigshafen, si è fatto notare con il SV Alsenborn. L’omonimo club della Renania-Palatinato, che ha tra i suoi consiglieri anche Fritz Walter, all’inizio degli Anni Settanta è una delle realtà emergenti del calcio tedesco. Milita in Regionalliga Südwest, la seconda divisione, giocandosi in varie occasioni la fase finale per la promozione in Bundesliga.

Nella finestra invernale della stagione 1973-1974, Frosch firma per il Kaiserslautern. Qualche mese dopo farà lo stesso con il Bayern Monaco, che l’ha cercato attraverso Robert Schwan, il direttore sportivo dei bavaresi, “Froschi” inizialmente si allena con i neocampioni d’Europa. L’approccio però non è dei migliori. Nello spogliatoio non le manda a dire (si dice che abbia dato uno schiaffo a Jupp Kappelmann perché gli aveva dato dello stupido) e non lo fa neppure con Udo Lattek, l’allenatore. “Perché non crossi con il sinistro?” Gli chiede il tecnico. Lui gli risponde “Perché nessuno lo fa”. Pausa teatrale e Lattek urla a Frosch “Se non hai più voglia, vai a farti la doccia”. Il terzino stavolta lo segue alla lettera e lo fa. Il calciatore di Ludwigshafen non disputerà neppure una partita con il Bayern. Da lì a poco la firma su due contratti lo metterà anche al centro di una disputa tra i bavaresi e il Kaiserslautern, oltre che delle indagini della DFB. Mentre tutto questo accade Walter è a Maiorca, al mare. Dove beve e fuma, la sua grande passione. La Federcalcio dà ragione al Kaiserslautern ma squalifica Frosch per quattro mesi. Nell’autunno 1974 finalmente scende in campo per la prima volta con i “Rote Teufel”. È il 23 novembre e l’allenatore Erich Ribbeck, futuro ct della Nazionale, lo inserisce al 75′ della trasferta contro l’Hertha Berlino. In due anni per Frosch, capelli lunghi e baffi folti, saranno cinquanta presenze, con quattro gol e una finale di Coppa di Germania persa nel ’76 contro l’Amburgo.

“Froschi” diventa un incubo per Ribbeck (“mi porta i giovani giocatori sulla cattiva strada”) che lo bacchetta per il suo atteggiamento fuori dal campo. “Se vivessi in maniera regolare, giocheresti meglio”. La sua replica “Il mio avversario più difficile sono i bar”. Fumare (lui racconta di 60 sigarette al giorno) e bere. Un aneddoto spiega tutto. Vigilia di una partita con lo Schalke. La sera il giocatore si beve due o tre bicchierini di “Ouzo”, distillato alcolico greco ad alta gradazione poi sta fuori fino a notte fonda. Alle tre sfida i suoi compagni a una gara sui 400 metri. Vantaggio per loro di 100 metri e posta in palio 10 litri di birra. Frosch vince e “ritira” il premio. Il giorno dopo, quando si presente negli spogliatoi ha i tipici occhi di chi sta smaltendo una sbornia. A Ribbeck dice “Ho un’infiammazione agli occhi”. Frosch in campo prima contiene il suo avversario diretto Erwin Kremers, campione d’Europa nel 1972 con la Nazionale, poi si spinge in avanti, come a lui piace fare. Il pubblico applaude, lui è il migliore in campo e Ribbeck a fine partita dice “Non si notava il tuo problema” gli dice.

È un osso duro “Froschi”, uno che potrebbe essere nel giro della Nazionale B. Jupp Derwall lo invita per una convocazione, la risposta del terzino è netta. “Un Walter Frosch non gioca in una Nazionale B, ma solo in quella A o in una selezione mondiale”. Nel 1976 il giocatore, a 26 anni, incontra l’amore calcistico della sua vita, il St.Pauli, che militava in seconda divisione. Non è solo un perfetto matrimonio tecnico (Frosch è un signor giocatore per la 2.Bundesliga) ma anche l’unione ideale tra un luogo, un club e un giocatore. Sulla Reeperbahn Walter fa la Storia. Nella prima stagione comanda la difesa della squadra che per la prima volta sale in Bundesliga, vincendo la 2.Bundesliga Nord e non perdendo per 27 partite.

Lo fa con autorità ma soprattutto con una discreta dote di rudezza. In 37 match infatti colleziona 18 (o forse 19) cartellini gialli, anche se gira la leggenda di 27 ammonizioni. Lui, come molte delle cose che fa, le prende con leggerezza. A due partite dalla fine Frosch infatti si presenta ai microfoni della stampa di Amburgo e scherza “Con il Solingen e il Wacker Berlino mi prendo un giallo così facciamo cifra tonda, o no?”. L’anno successivo disputa la Bundesliga, anche se la sua essenza, come quella del suo compagno di reparto Gino Ferrin, sono una delle cause dell’immediata retrocessione del St.Pauli. In compenso i “Kiezkicker” vincono il sentitissimo derby con l’Amburgo per 2-0. “Dopo non abbiamo bevuto per un giorno, ma per otto” dichiarerà. E non credo che qualcuno dalle parti del Millerntor abbia stentato a crederci. È un idolo che diventa leggenda, quando nel 1979 il St.Pauli viene retrocesso tra i dilettanti, lui rimane, guidando, come libero, nel 1981 gli amburghesi alla finale del campionato tedesco dilettanti perso in finale. L’ultima sua tappa da giocatore è all’Altona 93, storica squadra dell’omonima zona della città anseatica. Tre anni e una promozione. Quando c’è la certezza matematica del salto di categoria l’allenatore del Hummelsbütteler SV, Eugen Igel, l’altra neopromossa, propone a Frosch di festeggiare insieme. Una richiesta ovviamente accettata. Dopo il ritiro, nel 1985 “Froschi” gestisce diversi locali con la sua compagna, tra cui il ristorante dello stadio del Victoria Amburgo, che dal 2012 organizza un torneo che porta il suo nome e i cui proventi vanno ai bambini malati di tumore. La sua vita, vissuta a cento all’ora, gli presenta il conto. Nel 1996 viene operato per un tumore, da cui guarisce ma il vizio del fumo non se lo toglie. Nel 2006 per l’addio di Klaus Thomforde si presenta in campo con la sigaretta tra le labbra, nel 2007 nel “Tag der Legenden” con un pacchetto di sigarette nei pantaloncini. La risposta a chi gli chiede perché se le sia portate. “Mi hanno sostituito in fretta, così già le avevo con me”.

A fine 2008 la sua salute peggiora, tanto che è immobilizzato e perde l’uso della parola. Ritornerà, seguendo appieno il suo motto “Niemals aufgeben”, mai mollare. Nel 2010 è presente alla festa dei 100 anni del St.Pauli, club i cui tifosi l’hanno votato nella loro formazione del secolo. Tre anni dopo nel novembre 2013 muore, a 62 anni. Rimpianti? Zero. “Con il calcio ho conosciuto Dio e il mondo. E mi sono divertito” ha dichiarato. E come dargli torto.

Bundesliga, l’unica (pazza) stagione dell’Ulm

Nel secondo turno di Coppa di Germania, in programma il 22 e il 23 dicembre, lo Schalke 04 affronterà l’Ulm, club di Regionalliga Südwest, la quarta serie del calcio tedesco. Un incontro, quello tra i Knappen e i bianconeri bavaresi, che è stato anche un match di Bundesliga. La società nata nel 1970 dalla fusione tra 1.SSV Ulm e TSG Ulm 1846, quest’ultimo il club che ha dato i natali calcistici ai fratelli Hoeneß, infatti ha militato, per una sola stagione, nel 1999-2000 nella massima serie. Una parentesi breve in una storia, che fino a quel momento, eccetto i quarti di finale nella Coppa di Germania 1981-1982 e qualche anno in seconda divisione negli Anni Ottanta, oltre alla vittoria di un campionato nazionale dilettanti nel 1996 con il 23enne Thomas Tuchel in campo, aveva avuto pochi acuti. A cambiare temporaneamente questo percorso, nel 1997, la decisione di mettere sotto contratto l’allora allenatore del SSV Reutlingen, squadra che come l’Ulm, militava in terza serie. Ha 38 anni e ha idee calcistiche rivoluzionarie. Si chiama Ralf Rangnick. Imposta una squadra con la difesa a quattro senza libero e con un gioco aggressivo, imperniato sul Gegenpressing. Nonostante l’avvio non facile i risultati si vedono. Al primo anno è promozione in 2.Bundesliga vincendo la Regionalliga Süd, nel 1998-1999, nonostante sia considerata una delle candidate alla retrocessione, la squadra è in testa alla classifica, rimanendo per lungo tempo imbattuta. Il 19 dicembre 1998 però Rangnick, che all’Ulm aveva pure giocato a inizio Anni Ottanta, è ospite a “das aktuelle Sportstudio”, uno dei programmi sportivi di punta del secondo canale tedesco, dove spiega la sua idea di gioco. È nato il mito del “Fußballprofessor”.

Il futuro allenatore del RB Lipsia e dello Schalke viene contattato dallo Stoccarda e firma un accordo per la stagione 1999-2000. Il contratto dovrebbe essere segreto, ma la notizia filtra. E per l’Ulm, sempre tra le candidate alla promozione, non è un bene.Dopo una serie di risultati negativi gli “Spatzen”, i Passerotti, lo esonerano nel marzo 1999, con i bianconeri al quinto posto. Gli subentra lo svizzero Martin Andermatt. “Sono arrivato come un signor nessuno a Ulm e ho trovato una squadra che funzionava – ha ricordato nel 2020 a Spox.com – giocava negli spazi, un modo che io già conoscevo in Svizzera. Nelle partite seguenti siamo stati più intelligenti tecnicamente e siamo stato promossi”. Il terzo posto e la storica promozione diventa matematica all’ultima giornata con un pari 0-0 contro il Greuther Fürth. “Mi ricordo bene – dirà Andermatt – è stato un momento molto emozionante. Dietro al Donaustadion c’era un prato dove avevano allestito un maxischermo. Mezza Ulm era lì. Dopo il fischio finale ho visto festeggiare gli svevi come raramente mi è poi capitato di vedere”. Una piccola squadra in mezzo alle big della Bundesliga, che dominano anche in Europa. Le risorse dell’Ulm sono limitate e in più Erich Steer, il direttore sportivo praticamente non ha esperienze tra i “pro”. Il Donaustadion viene ampliato fino a una capienza di 23mila spettatori, con 15mila abbonamenti venduti. “Ein Jahr Party”, festa di un anno, è il motto della squadra. A Ferragosto 1999, con un pareggio 1-1 in casa con il Friburgo inizia un viaggio breve, ma indimenticabile. Alla seconda giornata i bavaresi visitano il Monaco 1860 all’Olympiastadion. Mentre sono nella pancia dell’impianto costruito per i Giochi del 1972 Andermatt vede il difensore Oliver Unsöld a bocca aperta “Mister, l’anno scorso dovevo ancora passare dal botteghino”. Alla quarta partita, con un solo punto in classifica gli “Spatzen” vanno a Rostock. E scrivono la Storia, ma non per una vittoria. L’arbitro Herbert Fandel espelle quattro giocatori dell’Ulm, più Andermatt e il direttore sportivo Steer. È un record per la Bundesliga. L’Ulm perde subendo il gol del 2-1 nel recupero e Janusz Gora, attaccante polacco degli ospiti urla “Skandal”, in un video che fa il giro della Germania.

Gli “Spatzen” sembrano la classica squadra già retrocessa, ma al giro di boa, grazie anche a tre vittorie con Kaiserslautern, Wolfsburg e Eintracht Francoforte, i bavaresi si trovano a +6 dalla zona retrocessione. Addirittura l’Ulm strappa un 1-1 a Dortmund in trasferta contro il Borussia. I bavaresi sono talmente piaciuti ai tifosi del BVB, che a fine gara, li “chiamano” fuori dagli spogliatoi e li festeggiano con una “ola” sotto la Südtribüne. Alla 24sima giornata addirittura i bianconeri battono 2-1 l’Amburgo. Per molti è la più grande vittoria della storia del club e qualcuno inizia a pensare in grande. In quel momento l’Ulm è più vicino alla zona UEFA che a quella retrocessione. Quello che succede da lì alla fine del campionato è un disastro. Gli infortuni e la condizione atletica mettono in evidenza i limiti della rosa dei bianconeri. Che precipitano. Letteralmente. Il momento più umiliante è il 18 marzo l’1-9 casalingo subito dal Bayer Leverkusen di Christoph Daum. Vincono una sola partita, con il Wolfsburg e una sconfitta 2-1 con l’Eintracht Francoforte, firmata da Horst Heldt, futuro ottimo dirigente li condanna alla retrocessione. L’Ulm non salirà mai più. Al termine della stagione 2000-2001, dopo essere scesa sul campo in terza serie per difficoltà finanziarie dovrà ripartire l’anno successivo addirittura dalla Verbandsliga Württemberg , la sesta divisione. In quindici anni il club vivrà altre due procedure di fallimento, senza mai riuscire a tornare dai professionisti. Dove però aveva scritto in una sola stagione, una favola senza lieto fine. Una storia di cui si ricordano in pochi, tanto che Berti Vogts, ex ct della Nazionale, vedendo immagini dell’Ulm in Bundesliga ha domandato. “Ma davvero hanno giocato in Bundesliga? Non mi stai prendendo in giro?”.

Deutscher Flutlichtpokal, una coppa sotto i riflettori

Il 31 dicembre 1949 al Heinz-Steyer-Stadion di Dresda Richard Hoffmann, nazionale della Germania tra la fine degli Anni Venti e l’inizio degli Anni Trenta dà il suo addio al calcio. Il match organizzato per festeggiarlo, tra SG Dresden-Friedrichstadt, compagine locale e una selezione di giocatori della neonata Repubblica Democratica Tedesca, viene giocato, prima volta in Germania, sotto i riflettori. Negli anni successivi in Europa molte società dotano i loro stadi di impianti di illuminazione che consentano di organizzare incontri in notturna. I club della Repubblica Federale e della Germania Est non fanno eccezione. Anche perché le partite serali garantiscono, oltre a un discreto fascino, cospicui incassi. Così nel 1957 Ludwig Mohler, dirigente dei Kickers Offenbach, club che attualmente milita in Regionalliga Süd ma che a quell’epoca era una delle protagoniste della Oberliga Südwest e che in seguito giocherà in Bundesliga vincendo pure una Coppa di Germania nel 1970, decide di lanciare nel 1957, una competizione a inviti la Deutscher Flutlichtpokal, letteralmente la “coppa tedesca dei riflettori”. Unico requisito, quello di avere uno stadio con un impianto di illuminazione.

Alla chiamata di Mohler rispondono altre sette squadre, tra cui le “nobili” Schalke 04 e Eintracht Francoforte, che si sfidano in incontri ad eliminazione diretta di andata e ritorno, disputati tra la tarda primavera e l’inizio dell’autunno. I Kickers per sfortuna di Mohler escono praticamente subito e il trofeo diventa una questione tra le due squadre di Francoforte e il Preußen Münster e lo Schalke 04. L’Eintracht passa, giocando la semifinale di ritorno ad Offenbach, fatto oggi impensabile (a quel tempo i rivali più fieri dei Kickers erano l’altra società di Francoforte, il FSV), come supera il turno il club di Gelsenkirchen. La finale, ancora organizzata tra andata e ritorno, è particolare. A dire poco. L’andata nella Ruhr finisce 3-3 dopo che i padroni di casa sono stati avanti per 3-1, il ritorno il 18 ottobre al Riederwald di Francoforte al 90′ termina sullo 0-0. Non esiste la regola dei gol in trasferta, non sono previsti né supplementari né rigori in caso di parità. Il vincitore del torneo non viene deciso, come era uso all’epoca con uno spareggio in campo neutro, ma dal numero dei calci d’angolo battuti dalle squadre, tanto che i tifosi, al corrente della regola, celebrano i tiri dalla bandiera come se fossero gol. Alla fine i corner saranno 8 per l’Eintracht e 6 per lo Schalke. Le Adler, che da lì a poco vinceranno l’unico titolo tedesco della loro storia sono i vincitori della prima Deutscher Fluchtlichtpokal.

Nel 1958, visto il discreto successo di pubblico si decide di replicare. Cambia il lotto delle protagoniste e anche in parte la formula. Non più incontri solo incontri a eliminazione diretta, ma due gironi, con semifinali e finali in gara unica. I Kickers in questa occasione riescono ad arrivare fino in fondo. L’avversario dell’ultimo atto è l’Eintracht Braunschweig, una delle debuttanti nella competizione. Una finale, giocata in casa al Bieberer Berg che si disputa davanti a 10mila spettatori, inizia in ritardo e con un fatto curioso. Le divise degli ospiti non sono state caricate a Kreiensen, in Bassa Sassonia, sul treno che le avrebbe dovute portare a Offenbach. Così l’Eintracht gioca il primo tempo con le maglie prestate dagli avversari. Che non portano neanche bene, visto che al 45′ i Kickers sono avanti 3-0. La squadra di Braunschweig li rimonterà fino al 3-3, ma poi i padroni di casa la chiuderanno con Hermann Nuber, l’uomo che da allenatore avrebbe lanciato Rudi Völler ed Engelbert Kraus, il giocatore che l’anno dopo segnerà nella finale del campionato tedesco persa ai supplementari contro l’Eintracht Francoforte. Il 5-3 consegna il trofeo, molto simile al Meisterschale, nelle mani dei Kickers. Saranno l’ultimo club a riceverlo, perché dal 1959 la Flutlichtpokal non si giocherà più, proprio per la mancanza di pubblico.

Christiansen, il capocannoniere (semi)dimenticato

Tra i migliori giocatori della prima parte della stagione 2020/2021 della Bundesliga c’è Angeliño Tasende, per tutti semplicemente Angeliño. Il 23enne terzino del RB Lipsia, arrivato nel gennaio 2020 in prestito dal Manchester City, ha realizzato già sei gol in campionato e tre in Champions League. Un rendimento inaspettato, ma mai come quello di una delle “meteore” della storia recente del campionato tedesco, Thomas Christiansen. Che di ruolo faceva l’attaccante e con Angeliño condivideva il passaporto spagnolo. Classe 1973, figlio di padre danese e di madre iberica, cresciuto a Copenhagen, la carriera di Christiansen decolla nel 1991.

Mentre veste la maglia del B93, squadra della capitale, lo chiama il Barcellona. Non la squadra “A” ma il Barcelona B, in quel momento in Segunda División. A giocare a suo favore, oltre che le buone prestazioni in campo, la sua doppia nazionalità che gli permette di non occupare uno dei tre posti riservati agli stranieri. A Barcellona fa discretamente bene nella prima stagione, benissimo nella seconda, la 1992-1993. Realizza a sorpresa 17 reti, piazzandosi quarto nella classifica marcatori, con i blaugrana, che terminano la stagione all’ottavo posto. Le sue prestazioni sono così buone che i media catalani speculano su una sua possibile “promozione” in pianta stabile in prima squadra, all’epoca il “Dream Team” di Johan Cruijff e che Javier Clemente, in quel momento ct della Spagna, lo chiama per un’amichevole alle Canarie contro il Messico, con Christiansen che è un giocatore di Segunda División. Quella dell’ex allenatore dell’Athletic Bilbao è soprattutto una convocazione “tattica” per evitare che sia la Danimarca a chiamarlo.

Parrebbe l’inizio di una grande carriera, ma Christiansen si “perde”. Giocherà ancora un’altra partita in Nazionale, segnando contro la Lituania in un match per le qualificazioni a Usa ’94 ma mai sfonderà con il Barcellona. I blaugrana lo mandano in prestito in diversi club della Liga e della seconda serie, Sporting Gijón, Osasuna, Oviedo, Racing Santander. Villarreal, trattenendolo in Cataluña solo per brevi periodi. Con il Submarino Amarillo Christiansen raggiunge la prima storica promozione per poi retrocedere l’anno dopo. Scende in terza serie e poi vola in Grecia al Panionios e infine al Herfølge, in Danimarca. Qui lo pesca nel gennaio 2001 il Bochum, che galleggia nelle parti basse della Bundesliga. Thomas ha 28 anni e di fatto è quasi uno sconosciuto ai tifosi tedeschi. E il primo spezzone di stagione è tutt’altro che da ricordare. Il Bochum, che ha come stella il nazionale turco (ma nato in Germania) Yıldıray Baştürk, retrocede e lo spagnolo realizza solo un gol nella sconfitta del 3 marzo contro i bavaresi dell’Unterhaching. In 2.Bundesliga invece i renani disputano una stagione eccezionale. Senza Baştürk, passato al Bayer Leverkusen, ma con l’iraniano Vahid Hashemian, un veterano come Dariusz Wosz e gli ottimi Delron Buckley e Paul Freier, il Bochum, che da dicembre 2001 ha in panchina Peter Neururer conquista la promozione con un terzo posto ottenuto superando di un punto il Mainz di Klopp. Christiansen ne realizza 17 in 31 partite, sbloccandosi alla quinta giornata con una doppietta contro il Rot-Weiß Oberhausen e non fermandosi più. Nel 2002-2003 l’attaccante, ex Barcellona, farà ancora meglio in Bundesliga. Il Bochum, che terminerà l’annata con un dignitoso nono posto, parte con il botto. Nelle prime quattro partite rimane imbattuta, pareggiando con il Borussia Dortmund, espugnando Leverkusen e rifilando cinque reti all’Energie Cottbus. Nel pokerissimo alla squadra della ex DDR Christiansen ne fa quattro. Con un piccolo segreto. “Il giorno prima della partita– racconterà nel 2012 in una intervista a Reviersport – io e Neururer siamo andati alla conferenza stampa con una Mercedes. Ce n’era una di un colore che mi piaceva. I rappresentanti della Mercedes mi hanno detto. Se segni tre gol domani, ne riceverai una. È ancora nel mio garage”.

Thomas manterrà un rendimento costante anche nell’ultima parte della stagione, quando tra la 27sima giornata e la 33sima va a segno ogni week end. A 90 minuti dalla fine è a quota 20, a una rete dal capocannoniere Élber, attaccante del Bayern Monaco, che gioca in trasferta contro lo Schalke 04. Il Bochum scende in campo in trasferta con il Monaco 1860, già salvo e con poco da chiedere al campionato. A vederlo ci sono la mamma, la moglie (spagnola) e la figlia, anche perché il giorno dopo Thomas si deve operare per i suoi problemi alla schiena. Il Bochum vince 4-2, ma soprattutto lo spagnolo firma la rete del momentaneo 3-2. Élber non ha segnato, con Christiansen che a 30 anni si laurea capocannoniere della Bundesliga a pari merito con il sudamericano. È anche l’ultima partita ufficiale di Christiansen con il Bochum perché in estate si accaserà per 2,5 milioni di euro al Hannover. “Volevo rinnovare con il Bochum, ma in quel momento mi ero accorto che loro non erano così interessati (…) Avevo la possibilità di andare e l’ho sfruttata. Hannover mi era sembrata la migliore soluzione. Avevo 30 anni, dovevo anche pensare al mio futuro, sportivamente ed economicamente”. Ad Hannover non gli andrà bene, soprattutto per gli infortuni. Una volta ritiratosi Christiansen decide di fare l’allenatore. Vince un titolo a Cipro nel 2017 con l’APOEL Nicosia e subito dopo siede sulla prestigiosa panchina del Leeds in Championship, venendo esonerato nel marzo 2018. Attualmente, dopo una parentesi in Belgio, allena la Nazionale di Panama. Sognando Qatar 2022.

Un altro Hoeneß a Belgrado

Un risultato positivo. Per mettere in cassaforte il primo posto del girone L di Europa League. È quello che cerca giovedì 3 dicembre l’Hoffenheim, allo stadio Rajko Mitić di Belgrado contro la Stella Rossa. A guidarli in panchina un tecnico, alla prima stagione da capo allenatore in Bundesliga, il 38enne Sebastian Hoeneß. Per il figlio di Dieter, ex attaccante e poi direttore sportivo, per ultimo del Wolfsburg e il nipote di Uli, leggenda del Bayern Monaco in campo e soprattutto dietro la scrivania, sarà un’occasione per scrivere un nuovo capitolo della storia che lega la sua famiglia al Marakana. Un libro che ha tre capitoli, due dei quelli hanno Uli come protagonista. Il primo è stato scritto il 20 giugno 1976. In quella che era la Jugoslavia la Germania Ovest, campione del mondo, sta provando a bissare il successo continentale del 1972 in Belgio. In una fase finale dell’Europeo, che come quelli precedenti e per l’ultima volta ha solo quattro squadre partecipanti, la Nationalmannschaft, si gioca il titolo contro la Cecoslovacchia. Sia gli uomini di Václav Ježek che quelli di Helmut Schön sono reduci da due autentiche battaglie in semifinale. Gli slavi hanno superato ai supplementari l’Olanda, i tedeschi i padroni di casa della Jugoslavia, sempre all’overtime ribaltando uno svantaggio di 0-2.

La Germania Ovest, che ha perso Wolfgang Overath e Gerd Müller dopo la vittoria mondiale, ma ha in campo il capitano Franz Beckenbauer, alla centesima presenza in Nazionale e Sepp Maier, oltre a un ottimo attaccante come Dieter Müller è considerata la grande favorita dell’ultimo atto. Solo che davanti ai 30mila del Marakana per i tedeschi tutto sembra andare storto. Al 25′ la Cecoslovacchia è avanti 2-0 grazie alle reti di Ján Švehlík e Karol Dobiaš. Al 28′ accorcia Dieter Müller al quarto centro nella manifestazione. Poi inizia una pressione costante verso la porta di Ivo Viktor, estremo difensore della Cecoslovacchia. A pochi secondi dalla fine, quando ormai si aspetta solo il fischio finale, c’è un calcio d’angolo. A svettare in mezzo all’aria è Bernd Hölzenbein, bandiera dell’Eintracht Francoforte, 2-2. Si va ai supplementari, dove nonostante le varie occasioni da gol il risultato non cambia. Sono decisivi i calci di rigore. Inizialmente la UEFA aveva deciso che in caso di pareggio ci sarebbe stata una ripetizione, ma la DFB aveva premuto affinché tutto si decidesse dagli undici metri, proposta poi accolta dal massimo organo calcistico europeo. Sul dischetto vanno di seguito otto giocatori. Quattro per parte, tutti a segno.

Il nono è Uli Hoeneß, quel giorno in campo come attaccante esterno. Che tira sopra la traversa. Anni dopo, scherzando amaramente dirà che il pallone sarà su qualche tetto di Belgrado. Per vincere la Cecoslovacchia ha però bisogno di segnare. Sul dischetto va Antonin Panenka, giocatore del Bohemians Praga. Colpisce la palla sotto e Maier, spiazzato non la prende. La Cecoslovacchia è campione d’Europa, grazie al “cucchiaio” del 28enne praghese.

Uli Hoeneß, in altra veste, al Rajko Mitić ci tornerà per la prima volta quindici anni dopo, il 24 aprile 1991 per scrivere il secondo capitolo della storia. Non gioca più ma è il direttore sportivo del Bayern Monaco, che nella stagione 1990-1991 si gioca la semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni. In panchina c’è Jupp Heynckes, in campo Klaus Augenthaler e Stefan Reuter, oltre a Stefan Effenberg. All’andata forse la più grande Stella Rossa di sempre ha superato 2-1 all’Olympiastadion il Bayern Monaco, che non perdeva tra le mura amiche in Coppa da 23 anni. Al Marakana, strapieno, serve un’impresa. Che già a metà primo tempo sembra impossibile. Perché i padroni di casa sono in vantaggio 1-0 con una punizione del giovanissimo Siniša Mihajlović, schierato ancora come centrocampista. Nella ripresa però gli dei del calcio sembrano sorridere al Bayern che tra il 62′ e il 66′ ribalta la partita. “Merito” anche di Stevan Stojanović, portiere degli jugoslavi che si fa passare la palla sotto le gambe e Manfred “Manni” Bender che con un diagonale preciso lo infila per l’1-2. Il match andrebbe ai supplementari e Roland Wohlfarth avrebbe pure la possibilità di chiuderla con un tiro che però si stampa sul palo.

A pochi minuti dalla fine però l’imponderabile. Cross in area tedesca, Augenthaler cerca di intervenire e alza un pallone altissimo, su cui Raimond Aumann interviene. Ma la butta nella sua porta. Pareggio, 2-2 e qualificazione sfumata. La Stella Rossa poi vincerà quella Coppa dei Campioni, Hoeneß rimarrà ancora beffato, come nel 1976. In mezzo a quei due capitoli c’è quello con protagonista Dieter, il papà di Sebastian. È la Coppa UEFA 1979-1980 e si giocano gli ottavi di finale. I tedeschi di Pál Csernai, che in difesa hanno già Augenthaler e che a centrocampo schierano Paul Breitner, all’andata hanno vinto 2-0 con la rete di apertura di Karl-Heinz Rummenigge.

Il ritorno in uno stadio pieno di 95mila tifosi rischia di trasformarsi in un tracollo. Al 50′ gli jugoslavi hanno ribaltato la partita con tre reti e in quel momento sarebbero ai quarti. A cavallo di metà del secondo tempo, Dieter Hoeneß sale in cattedra. Prima un tap-in sugli sviluppi di un calcio d’angolo e poi una rete da “9” vero dopo un’azione di Rummenigge. 3-2 per la Stella Rossa ma qualificazione per i bavaresi che usciranno in semifinale nella Coppa UEFA, dove tutte e quattro le semifinaliste venivano dalla Bundesliga. E Sebastian spera di vincere per scrivere un nuovo capitolo in una storia, fatta di delusioni e qualche soddisfazione.

Hertha Berlino, nove gol da record

Nella storia moderna del Hertha Berlino ci sono due stagioni che nessun tifoso della Alte Dame ha dimenticato, quella 1998/1999 con l’attuale direttore sportivo Michael Preetz capocannoniere e la 1969/1970. In entrambi i casi i biancoblù hanno raggiunto il terzo posto, ma nella seconda annata c’è un giorno che è entrato negli annali. È sabato 18 aprile 1970, quando gli Herthaner ospitano all’Olympiastadion di Berlino il Borussia Dortmund. Sarebbe la 32sima giornata, la terzultima di Bundesliga, anche se, complice una stagione piagata da un inverno rigidissimo e da una conseguente serie infinita di recuperi, nessuna squadra del torneo ha disputato tutte le gare di campionato. L’Hertha di Helmut Kronsbein, che da tecnico ha guidato l’Hannover 96 al titolo nazionale nel ’54 e che è al timone dei biancoblù dal 1966, è al quarto posto in classifica, con la speranza di agganciare Colonia e Bayern Monaco, entrambe all’inseguimento a loro volta del Borussia Mönchengladbach capolista. Il Borussia Dortmund, che ha in rosa Rudi Assauer, futuro grande manager dello Schalke, è poco dietro, ma è stanco e ha già la testa altrove. Pensa alla partenza per la tournée in Messico, dove tra gli altri devono incontrare la Nazionale locale che da lì a poco avrebbe ben figurato ai Mondiali.

A vedere questo incontro, nonostante i diversi spunti, all’Olympiastadion ci sono poco meno di 23mila spettatori, con i tifosi della Alte Dame che aspettavano di vedere la prima vittoria della loro squadra contro il BVB nella storia della Bundesliga. Non rimarranno delusi. Infatti dopo tre minuti l’Hertha è già avanti di due gol. Dopo sessanta secondi Lorenz Horr, due volte campione della Fußball-Regionalliga Südwest con l’Alsenborn di Fritz Walter nel ’68 e nel ’69, conclude in rete un’azione iniziata da Klaus Günther e poco dopo, sul cross dello stesso Horr, Wolfgang Gayer, proveniente dal Wiener SC segna il raddoppio di testa. I due si ripeteranno nello stesso ordine, tra il 21′ e il 26′, il primo con un gol molto simile a quello del 2-0 e il secondo con un’inzuccata. Il Borussia Dortmund è intontito, il portiere Volkmar Groß si sporca le mani solo alla mezz’ora ma l’uragano Hertha non si ferma. Klaus Günther, prima del 45′, deve raccogliere il pallone ancora due volte nella sua rete, prima quello lanciato dall’ex Franz Brungs e poi nuovo da Geyer.

Neanche nella ripresa i berlinesi tolgono il piede dall’acceleratore. Il protagonista è di nuovo Gayer con il suo poker personale, poi vanno in rete il centrocampista Tasso Wild su assist di Weber e Bredenfeld. In mezzo il gol della bandiera di Jürgen Boduszek. Per non farsi mancare niente il BVB però ha pure sbagliato un rigore concesso per un fallo di mano. Dieter Kurrat, uno dei protagonisti della vittoria in Coppa delle Coppe del Borussia Dortmund nel 1966 va sul dischetto e colpisce il palo, con il compagno Alfred Kohlhäufl che si fa parare la ribattuta dal portiere dell’Hertha Groß. Al 90′ sarà 9-1. È ancora oggi la migliore vittoria in Bundesliga dei berlinesi che a fine stagione si guadagneranno la qualificazione alla Coppa UEFA. Per il Borussia Dortmund un capitolo da cancellare, anche se statisticamente non è la peggior sconfitta della sua storia nel massimo campionato tedesco. Una partita che il portiere del BVB Klaus Günther ha riassunto così. “Spesso mi sembrava che 50 biancoblù facessero un girotondo nella mia area di rigore”. Una definizione ironica per un sabato che molti al Borussia non avrebbero mai voluto vivere.

22 novembre 1950, il ritorno della Germania

“Erster Gegner”, il primo avversario. Nella storia del calcio tedesco la Svizzera ha tradizionalmente questo ruolo. Contro la Nazionale elvetica la Germania maschile ha giocato nel 1908 il primo incontro della sua storia e la Svizzera è stata anche la squadra che ha inaugurato nel 1982 il cammino della selezione femminile. La formazione della Confederazione è stata anche quella contro cui la Germania è rientrata nel calcio internazionale dopo le due Guerre Mondiali. Era stato così nel 1920 e anche nel 1950. Nel primo caso la pausa era stata di sei anni, nel secondo addirittura otto. Era infatti il 22 novembre 1942, quando la Germania, ancora con l’aquila nazista sul petto, aveva disputato al Tehelné pole di Bratislava, l’ultimo incontro prima della sospensione definitiva a causa dell’aggravarsi del secondo conflitto mondiale. Non a caso quella partita, vinta per 5-2 era stata disputata contro uno Stato fantoccio, come la Slovacchia di Tiso.

Per rivedere la Nazionale tedesca in campo ci vorranno esattamente 2922 giorni. In quei 96 mesi la Germania e il mondo, fuori e dentro campo sono cambiati profondamente. Il Terzo Reich ha perso, il territorio tedesco è stato occupato e smembrato tra le Potenze Vincitrici, prima della creazione nel 1949 della Repubblica Federale a Ovest e la DDR nella zona sotto il controllo sovietico. Paradossalmente l’unica cosa che non si era di fatto mai fermata era il calcio. Già nell’autunno 1945 erano ripartiti i campionati, con la formula dei gironi geografici, che attiravano decine di migliaia di persone, al termine della quale si giocava una fase finale. A rimanere bloccata era l’attività internazionale, anche perché alla DFB, sciolta, non è stata permesso di riformarsi. Nel 1945 infatti la Germania era stata, come il Giappone e l’Austria, espulsa dalla FIFA, come nazione sconfitta e soprattutto che aveva provocato il conflitto. “Noi non dobbiamo aspirare a un’entrata nella FIFA – aveva detto il primo presidente della DFB del dopoguerra, l’ex arbitro Peco Bauwensnon siamo stati esclusi perché abbiamo perso la guerra, semplicemente perché non esiste più una Federcalcio”.

Il vento inizia a cambiare con i primi episodi della Guerra Fredda. Già nel 1948 alcune squadre di club svizzere avevano giocato contro quelle tedesche e nel maggio 1949 la FIFA aveva rimosso il divieto di disputare partite. Un anno dopo, nell’estate 1950, nella seduta della Federazione mondiale che si svolge in Brasile durante la rassegna iridata, la riammissione della Germania Ovest è un tema di discussione. A suo favore si pronunciano per esempio gli uruguaiani, i finlandesi e anche l’inglese Stanley Rous. Per avere il via libera la Repubblica Federale dovrà aspettare la seduta successiva, tenutasi a Bruxelles il 22 settembre 1950. Decisivo il sostegno del segretario della FIFA Ivo Schricker, elvetico di passaporto ma nativo di Strasburgo quando faceva parte dell’Impero tedesco e con un passato importante da giocatore e dirigente nella Germania meridionale, oltre che della Svizzera e degli Stati Uniti. Gli USA hanno come rappresentante Gus Manning. Che all’anagrafe si chiamava Gustav, è nato a Londra nel 1873, ma nel gennaio 1900 era a Lipsia, per la nascita della DFB, come incaricato di rappresentare alcuni club del sud della Germania, prima di emigrare negli States ed essere fondatore della Federcalcio locale. A essere invitata (e ad accettare) per il ritorno della Nationalmannschaft nel calcio internazionale è la Svizzera.

L’appuntamento è fissato per il 22 novembre 1950, esattamente otto anni dopo l’ultimo incontro con la Slovacchia, al Neckstadion di Stoccarda, curiosamente nello stesso stadio che nel 1942 aveva ospitato l’ultimo match casalingo prima della guerra contro la Croazia. Solo che a quel tempo l’impianto si chiamava Adolf-Hitler Kampfbahn. Della rosa del ’42, guidata sempre dal ct Sepp Herberger, rimane poco o niente. Quel giorno di novembre, sotto una pioggia torrenziale, ci sono infatti nove debuttanti. Gli unici ad aver già indossato la maglia della Nationalmannschaft sono Herbert Bundenski e Andreas Kupfer. Il terzo tra i calciatori presenti a Bratislava che è ancora in attività sarebbe Fritz Walter. Il futuro eroe di Berna, il cui fratello Ottmar esordisce con la Nazionale quel giorno, non c’è, ufficialmente per un infortunio, rimediato secondo quanto avrebbe raccontato a Herberger sbattendo contro la scrivania. Anche se manca il talentuoso 30enne di Kaiserslautern il pubblico non manca. Secondo i dati ufficiali gli spettatori sono circa 70mila, ufficiosamente quella, nonostante il tempo sarà la prima partita con più di 100mila spettatori disputata in Germania, fuori da Berlino. I tifosi sono arrivati anche grazie a trenta treni speciali, con i biglietti che costano un marco per i posti in piedi e 53 per quelli a sedere. Sono dappertutto sulle tribune di acciaio, sulla pista d’atletica e pure nelle tribune naturali alle spalle dell’impianto. Si rischia addirittura la tragedia, visto che molti tra quelli si accampano sulle tribune naturali scivolano. Questa fiumana di persone, che prima del fischio d’inizio ha ascoltato in silenzio l’inno ospite ma non il proprio, visto che la Repubblica Federale non ne aveva ancora uno, si gode un’ottima prestazione della neonata Germania Ovest contro una squadra la Svizzera, che qualche mese prima in Brasile aveva sorpreso tutti con il verrou, l’antenato del “catenaccio”, fermando sul 2-2 proprio i padroni di casa. A risolvere il match al 42′ un rigore, assegnato dall’arbitro inglese Arthur Ellis, realizzato da Herbert Bundenski.

L’1-0 sarà anche il risultato finale di quella partita, con i giocatori tedeschi che riceveranno 100 marchi come premio, una cifra considerevole per la Germania di quei tempi. L’uomo decisivo, uno dei veterani, quattro giorni dopo festeggerà ancora, ma per la nascita di un figlio. Lo chiamerà Dieter e farà anche lui il calciatore, diventando un ottimo portiere, tanto da debuttare pure lui in Nazionale. Il 23 dicembre 1970 diventerà il primo numero uno a parare un rigore in una serie di penalty in un match ufficiale in Germania Ovest. Tre dei debuttanti Stoccarda, Ottmar Walter, Toni Turek e Max Morlock saranno pedine importanti nella vittoria mondiale nel 1954. A uno invece andrà molto peggio. Fritz Balogh morirà tre mesi dopo, cadendo dal treno che riportava il “suo” Neckarau a casa dopo una sconfitta con il Bayern Monaco. Accanto al suo corpo troveranno un coltellino svizzero, un regalo per quel Germania-Svizzera del novembre 1950.

Hans-Joachim Abel, il rigorista infallibile

Fin ad ora Max Kruse è stato uno degli acquisti più azzeccati dell’ultima sessione di mercato. Il 32enne ex attaccante del Fenerbahce e del Werder Brema si è perfettamente ambientato all’Union Berlin, con cui ha siglato tre reti in sette partite. L’ultima marcatura contro l’Arminia Bielefeld, l’ha realizzata su calcio di rigore. Il tiro dagli undici metri, che ha portato i berlinesi sul 4-0, è il sedicesimo penalty segnato consecutivamente e senza fare errori da Kruse.

Un ruolino di marcia, che porta l’attaccante originario dello Schleschwig-Holstein, a eguagliare il record di sedici rigori realizzati in maniera consecutiva e senza errori, stabilito 38 anni fa. A detenerlo è Hans-Joachim Abel, che tra il 1971 e il 1984 ha vestito in Bundesliga le maglie di Fortuna Düsseldorf, Bochum e Schalke 04. Un discreto attaccante, che dopo l’esordio in massima serie con il Fortuna, la squadra della sua città, si era fatto notare con il Westfalia Herne, portato grazie ai suoi gol dalla terza alla seconda divisione nel ’75. Poi nel 1977 l’approdo al Bochum, nel cuore della Ruhr. È amore a prima vista, anche perché Abel nella sua prima stagione agli Unabsteigbaren (letteralmente gli “irretrocedibili”) mette a segno 15 gol in 20 gare. Dagli spalti del “Ruhrstadion” comincia ad alzarsi il coro „Hee Jochen Abel, bumbum, lalala…”.

In cinque anni al Bochum andrà sempre in doppia cifra, sommando 60 marcature in Bundesliga, ancora oggi un record per il club. Calcia bene con entrambi i piedi, non è male neppure di testa ma la specialità di Abel sono i rigori. I segreti li spiegherà anni dopo, quando lo intervisteranno sul tema. “Innanzitutto – dirà nel 2011 in un’intervista al sito ufficiale della Bundesliga – non bisogna pensarci troppo, perché ti rende insicuro. Certo riflettevo molto, come volevo tirare il rigore e quando avevo deciso non cambiavo. La cosa più importante è la concentrazione al momento dell’esecuzione”. E ancora. “Cambiavo, a volte con il collo, a volte con il piatto. Prima i portieri non si potevano muovere sulla linea e un tiro ben angolato era praticamente sempre gol”. Idee precise, ma nessuna concessione al “bello”. “L’estetica non contava – ha spiegato nel 2017 in un’intervista al Rheinische Postla cosa più importante era che la palla superasse la linea. Più è facile il modo di tirare meglio è”. Poi serve, come per ogni gesto tecnico, tanta pratica. “Ogni settimana provavo almeno due volte. In squadra addirittura scommettevamo su chi tirava meglio. Ci giocavamo birretta e salsicce”.

Con questa ricetta tra prima e seconda divisione Abel ha tirato 22 rigori. E non ne ha sbagliato neppure io. Decisamente peggio gli è andata in Coppa di Germania, dove di tiri dagli ultimi metri ne ha mancati tre. Uno, contro il Bayer Uerdingen Hans-Joachim Abel non se l’è mai dimenticato. “Dietro lo stadio c’era uno zoo – ha ricordato divertito – Credo che la palla sia arrivata lì dentro, spero solo di non aver colpito nessun animale”. Dal 20 novembre 1982, quando con la maglia dello Schalke contro l’Eintracht Francoforte ha completato il suo “filotto”, solo Kruse ha eguagliato il primato di Abel che dopo il ritiro si è trasferito in Liechtenstein, dove ha allenato i Balzers e il FC Vaduz. In due però si erano fermati a un passo: uno è stato Ludwig Nolden, attaccante del MSV Duisburg negli Anni Sessanta, l’altro è stato l’austriaco Toni Polster. A impedirgli di eguagliare il primato Uwe Gospodarek, quando difendeva i pali del Bochum. “Gli dovrei una birretta” ha detto Abel al sito della Bundesliga. Per tenersi il record Hans-Joachim rischia di doverne offrire almeno un’altra. Per evitare che Max Kruse lo superi.