Wolfsburg ’97, i Lupi in Bundesliga

Bayern Monaco, Bayer Leverkusen, Hoffenheim, Augsburg, RB Lipsia e Wolfsburg. Sei squadre, sei storie e un punto in comune: essere le uniche squadre a non essere mai retrocesse dalla Bundesliga. Una massima serie, in cui il Wolfsburg è arrivato nel 1997.In precedenza i Lupi l’avevano sfiorata più volte. Due in maniera clamorosa. Nel 1970, il Wolfsburg, secondo nella Regionalliga Nord, uno dei cinque gironi in cui era articolata la seconda serie, era arrivato quarto (su cinque) nel gruppo 2 della Aufstiegsrunde, la fase finale che determinava le (due) promozioni alla Bundesliga. Nel 1994-1995 invece la mancata salita nella massima serie era stata ancora più bruciante. Dopo essere stato tra i protagonisti della 2.Bundesliga e averla guidata nella fase centrale del torneo il Wolfsburg era stato superato dall’Hansa Rostock e dal St.Pauli e raggiunto dal Fortuna Düsseldorf. Con il FSV e i Lupi a quota 43 punti, a decidere era stata la differenza, favorevole al Fortuna. Una delusione, a cui qualche giorno dopo se ne aggiungerà un’altra. Il Wolfsburg, che di punta ha la bandiera Siegried Reich, perde 3-0 la finale di Coppa di Germania, con il Borussia Mönchengladbach con gol di Martin Dahlin, Stefan Effenberg e Heiko Herrlich.

L’appuntamento con la Bundesliga è rimandato di due anni. Nella stagione 1996-1997 però i Lupi sono tutt’altro che tra i favoriti della seconda serie, in cui da un anno, vige la regola dei tre punti per vittoria. L’allenatore è cambiato, non è più Gerd Roggensack, ex giocatore dell’Arminia Bielefeld, ma Willi Reimann, da calciatore campione di Germania con l’Amburgo a fine Anni Settanta. In campo non c’è più Reich, che si è ritirato al termine della stagione precedente, ma ci sono Roy Präger, attaccante nato nella DDR ma prelevato dal Fortuna Colonia, Sead Kapetanović, difensore bosniaco pescato nella seconda squadra del FSV Frankfurt, il croato Zoran Tomcic, acquistato dal Segesta i centrocampisti Holger Ballwanz e Detlev Dammeier, tra i reduci della stagione 1994-1995. Insomma nessun grande nome e neppure nessuna grande ambizione, se non il mantenimento della 2.Bundesliga. La storia però dice altro. Dopo una sconfitta, alla prima con il Fortuna Colonia, dalla seconda alla dodicesima aggiornata il Lupi ingranano una serie di dieci risultati utili consecutivi. Si arrampicano anche in testa alla classifica, poi si attestano in zona promozione. Al giro di boa della stagione sono quarti, ma nel girone di ritorno occupano stabilmente la terza piazza, l’ultima utile per salire nella massima serie, nonostante le sconfitte con le dirette avversarie Hertha Berlino e Kaiserslautern. Nel rush finale la squadra della Bassa Sassonia non perde più, ma inanella anche tre pareggi. A novanta minuti dal termine il Wolfsburg sarebbe in Bundesliga. L’avversario dell’ultimo incontro, programmato per l’11 giugno è il Mainz, che sta dietro ai Lupi di un punto e alla ricerca come gli avversari della prima storica promozione nella massima serie. In altre parole, quella del VfL-Stadion am Elsterweg, è uno spareggio, dove i padroni di casa hanno due risultati su tre.

L’impianto è stracolmo, nonostante siano le 15.30 di un caldo mercoledì di fine primavera. In tanti sono arrivati da Mainz per sostenere l’undici di Wolfgang Frank. Che dopo sette minuti è in vantaggio per una bella rete al volo di Sven Demandt. Il vantaggio dura esattamente tre minuti. Perché Roy Präger ne segna due tra il 14′ e il 24′. Dammeier poi realizza il 3-1 su rigore. Sembra finita, anche perché a tre minuti dalla fine del primo tempo Steffen Herzberger, difensore del Mainz fa un’entrataccia a metà campo. Giallo, doppio giallo, rosso, sventolato dall’arbitro Bernd Heynemann, già fischietto della DDR-Oberliga. Il Mainz, guidato da un grande tecnico come Frank, però reagisce. Punizione per gli ospiti, pallone morbido e colpo di testa lento ma vincente di un difensore. Si chiama Jürgen Klopp e non è un omonimo. Sette minuti e il Mainz pareggia con il marocchino Abderrahim Ouakili. 3-3 con mezz’ora da giocare. Agli ospiti basterebbe un gol per volare in Bundesliga. Solo che due palloni persi in uscita costano caro all’undici di Frank. Uno causa un rigore, l’altro frutto di un’indecisione di Klopp la rete di Sven Ratke. Un’altra marcatura di Demandt, fissa il punteggio sul 5-4. Non cambierà più. A Wolfsburg inizia una festa che nessuno aveva mai visto prima. Per vederne una più grande dovranno aspettare più di un decennio e il Meisterschale del Wolfsburg di Felix Magath. Nel 1995 come nel 2009, a festeggiare con i Lupi Roy Präger, nel secondo caso nella veste di collaboratore del reparto marketing del club. Jürgen Klopp, anche per questa partita, non ha mai giocato in Bundesliga. Il Mainz ce lo porterà lui nella massima serie, ma da allenatore, nel 2005.

1944-1945, quando il Fußball si è fermato

La Bundesliga è ferma, causa coronavirus e il calcio tedesco, insieme a quello europeo, si interroga su quando si potrà tornare a giocare. Tra le varie ipotesi ventilate in queste settimane,  c’è quella di sospendere definitivamente il campionato (ad ora la più remota, almeno per la massima serie). In più di un secolo di Fußball è successo solo una volta che un torneo non fosse terminato. È capitato esattamente 75 anni, nel 1945. La Germania di Hitler, che nel 1939 aveva invaso la Polonia, dando avvio alla seconda guerra mondiale, è sull’orlo del precipizio. E lo sport, il calcio in particolare, ne risente.

Con l’inasprirsi del conflitto, in particolare con l’Invasione dell’Unione Sovietica, molti sportivi e diversi calciatori sono stati arruolati e mandati al fronte. La Nationalmannschaft ha giocato l’ultimo match nel novembre del ’42 a Bratislava contro la Slovacchia, non a caso, uno stato creato ad hoc dal Terzo Reich dopo lo smembramento della Cecoslovacchia. È la 100sima vittoria della Nazionale e il match in cui Paul Janes, ufficialmente arruolato in Marina, lui che non sa nuotare, ha festeggiato il record di presenze nella selezione tedesca (71), primato poi battuto nel 1970 da Uwe Seeler. Il campionato invece è andato avanti per due stagioni. Non era un campionato a girone unico, ma era articolato come dal ’33 tra Gauligen, i campionati regionali (che dal 1939 comprendevano anche le regioni occupate come l’Austria, l’Alsazia o i Sudeti) e una fase finale con le vincitrici dei singoli tornei. In entrambi i casi aveva trionfato il Dresdner SC, che aveva battuto in finale rispettivamente il Saarbrücken e il LSV Hamburg, club emanazione della Luftwaffe, l’aeronautica tedesca. Nel secondo successo, nell’ultimo atto, il 3-0 l’aveva firmato Helmut Schön, il futuro ct della Nazionale campione del mondo del ’74.

Pochi mesi dopo quella vittoria nella primavera del 1945, però la situazione, a livello ambientale, era decisamente cambiata. E non in meglio per il Terzo Reich. A est l’Armata Rossa premeva e gli Alleati compivano frequenti incursioni aree sul territorio tedesco. Giocare a calcio diventava un pericolo. Alcune Gauliga, per esempio quella della Prussia Orientale, la regione tra l’attuale Russia e Lituania all’epoca parte della Germania, non cominciarono neppure vista la pressione delle truppe sovietiche, altre invece iniziarono, per poi non finire. Al sud, nella Gauliga Bayern, non si giocarono tutte le partite con una squadra, il Luftwaffen SV Fürstenfeldbruck, che si era ritirata e i suoi giocatori erano stati arruolati nel marzo 1945. Un torneo incompleto in cui il Bayern Monaco, in testa alla classifica al momento dell’interruzione, era già di fatto irraggiungibile dalle inseguitrici, primi tra tutti i rivali cittadini del Monaco 1860. E proprio un Münchner Derby era stato il 22 aprile 1945, otto giorni prima del suicidio di Hitler e due settimane prima della resa tedesca, l’ultimo incontro ufficiale del calcio tedesco sotto il nazionalsocialismo. Vittoria in trasferta 3-2 per il Bayern, con la partita disputata non al Grünwalder Stadion, distrutto dalle bombe, ma sul terreno di gioco dei tranvieri, a Giesing. Tra i vincitori molti, come Hans Leibach, autore di una doppietta e di Franz Loogen, sono Gastspieler, “calciatori ospiti”, trasferiti lì per altre ragioni, soprattutto l’impiego in unità militari.

Franz Loogen/Foto DFB

La partita di Monaco è l’ultimo match ufficiale durante il nazionalsocialismo ma non l’ultimo in assoluto. Sì, perché a Nord, dove le truppe alleate arriveranno praticamente a inizio maggio si gioca ancora. Anzi, ad Amburgo, la Gauliga è terminata con poche (e ininfluenti) partite saltate. Il campione è l’Amburgo che il 29 aprile sfida l’Altona 93, secondo in classifica, in un’amichevole. Finisce 4-2 per l’HSV, Poco meno di una settimana dopo, la Germania si arrende. La fase finale non ha luogo. È l’unico caso in cui un campionato tedesco comincia ma non finisce per motivi extracalcistici. Il Fußball si rimetterà in moto, nelle zone occupate dagli Alleati occidentale, a novembre di quell’anno. Nove anni dopo, nel 1954, la Germania, allora dell’Ovest vince il suo primo Mondiale. In campo c’è anche uno dei protagonisti di quei giorni. È Franz Loogen. Non gioca, ma porta la valigetta del medico, visto che è il dottore ufficiale della Nationalmannschaft di Sepp Herberger e Fritz Walter.

Rudi Assauer, un mito nella Ruhr

Doveva essere, ma non è stato. Borussia Dortmund-Schalke 04, il Revierderby, come tutte le altre partite di Bundesliga, è stato rinviato a data da destinarsi a causa dell’emergenza coronavirus. Un match inserito nel 2018 da FourFourTwo al nono posto nella classifica dei derby più caldi del mondo, che per più di quarant’anni ha avuto un protagonista, Rudolf Assauer, per tutti Rudi. Direttore sportivo e allenatore a interim, è stato l’uomo che ha portato lo Schalke 04 nel calcio moderno e nell’élite europea. Nei suoi due “mandati”, tra il 1981 e il 1986 e poi tra 1993 e il 2006 i Knappen hanno vissuto la loro epoca migliore dagli Anni Sessanta. Due Coppe di Germania vinte consecutivamente, nel 2001 e nel 2002 e soprattutto la Coppa UEFA, conquistata nel 1997, ai danni dell’Inter. È stato lui l’”architetto”, insieme al tecnico olandese Huub Stevens, pescato dal Roda, della squadra degli Eurofighter, che tra le sue riserve aveva David Wagner, l’attuale allenatore dello Schalke. Due periodi fondamentali nella storia del club, non solo sul campo (fu Assauer a supervisionare la costruzione della Veltins-Arena, il nuovo impianto che ha sostituito il Parkstadion), in cui c’è una “macchia”. Quella di non aver vinto il Meisterschale, il campionato che in quella parte della Ruhr aspettano ancora dal 1958. E lo Schalke di Assauer e Stevens, lo manca di un pelo.

È il 19 maggio 2001 e i Knappen stanno vincendo 5-3 con l’Unterhaching dopo essere stato sotto 2-0, il Bayern, che all’inizio di quella partita è davanti a loro di un punto sta perdendo 1-0 con l’Amburgo. Il match del club della Ruhr finisce. Gli uomini di Stevens stanno festeggiando, ma al quarto minuto di recupero il Bayern Monaco pareggia con una punizione a due in area di Patrik Andersson, che in quell’occasione segna il suo unico gol per il FCB. Le lacrime di gioia diventano di delusione. Per i loro tifosi di tutta la Germania (tranne per quelli di Bayern e Borussia Dortmund ovviamente) loro diventano i Meister der Herzen, i campioni del cuore o “campioni per quattro minuti”, quelli passati prima del gol dello svedese. Per Assauer, è parole sue “il momento più amaro della sua carriera”. Rudi, però, al di là di essere un dirigente capace, che aveva cominciato in quel ruolo nel Werder Brema, è un personaggio. Fumatore incallito (“Stumpen-Rudi”, uno dei tanti soprannomi), vero e verace, “un duro dal cuore d’oro”, lingua lunga e spesso tagliente, qualche volta con “uscite” discutibili. “Se un calciatore venisse da me e mi dicesse sono gay. Direi hai avuto coraggio, ma gli consiglierei di cambiare lavoro. Perché sarebbe preso in giro, dai compagni e dai tifosi, glielo eviterei”. Il suo essere diretto e loquace gli è costato anche entrambi i divorzi dallo Schalke, nel 1986 per i dissidi con l’allora presidente, nel 2006, quando era in procinto di diventare presidente, per aver rivelato, secondo i suoi accusatori, particolari sulla situazione finanziaria del club. Quell’addio è l’ultima grande recita di Assauer (premiato davvero come attore per una pubblicità proprio nel 2006) sul palcoscenico del grande calcio. Fa il consigliere per Wuppertaler SV Borussia e il procuratore, poi nel 2010, a 66 anni, la diagnosi. Rudi soffre del morbo di Alzheimer, la stessa malattia di cui è malato suo fratello Lothar.

In quell’anno Assauer riceve anche l’omaggio del Borussia Dortmund, il rivale di mille sfide, per i suoi 40 anni come membro del club. Sì, perché Rudi, prima di diventare una colonna e un simbolo dello Schalke (di cui ha sempre ammesso di avere tifoso), è stato un giocatore del Borussia Dortmund. Il giallonero l’ha vestito per 119 volte in sei anni, dal 1964, quando aveva vent’anni, al 1970, quando è stato ceduto al Werder Brema. Con il BVB ha vinto una Bundesliga nel 1965 e soprattutto l’anno successivo è in campo, in una delle partite che hanno fatto la storia del calcio tedesco. Il 5 maggio ’66 Rudi è al centro della difesa, al fianco del capitano Wolfgang Paul, a Glasgow, nella finale di Coppa delle Coppe contro il grande Liverpool di Bill Shankly. Al 120′ dopo una lunga battaglia la spunteranno i ragazzi della Ruhr per 2-1 grazie alle reti di Lothar Emmerich e Stan Libuda, quest’ultimo pure lui destinato a diventare un grande dello Schalke. È la prima volta che un club della Bundesliga conquista una coppa europea. E adesso si capisce perché il documentario uscito su di lui nel 2018, un anno prima della sua scomparsa, l’abbiano intitolato “Rudi Assauer, creatore, uomo, leggenda”. Sempre tra Dortmund e Gelsenkirchen.

Leverkusen, dove si “fabbrica” calcio

È stato l’argomento della settimana in Bundesliga. E rischia di esserlo anche nel prossimo futuro. La regola del 50+1, quella che vieta a un singolo investitore di possedere da solo la maggioranza del pacchetto azionario di una società di calcio, ha subito critiche e aspre difese. Una normativa, quella varata a fine Anni Novanta dalle istituzione calcistiche tedesche, per cui esistono delle deroghe, per quegli azionisti/aziende “che da più di 20 anni sostengono in maniera considerevole e ininterrotto “ un club di calcio. È il caso della SAP con l’Hoffenheim, della Volkswagen con il Wolfsburg e soprattutto della Bayer, con il Leverkusen, a cui legislatori avevano pensato quando hanno creato l’eccezione, la “Lex Leverkusen” appunto. Sì perché tra tutte le squadre che godono della deroga quella legata al colosso farmaceutico del Nordrhein-Westfalen ha la tradizione più solida. E pensare che tutto nacque per una lettera, quella che nel febbraio 1903 Wilhelm Hauschild e August Kuhlmann, rispettivamente ex segretario dell’associazione ginnastica della vicina Wuppertal e segretario di un club dello stesso sport con sede a Sonnborn, scrissero all’ufficio del personale della Bayer. Scopo: chiedere il sostegno per la fondazione di una società sportiva nell’azienda di Leverkusen. Che come città peraltro non esisteva ancora, ma era solo il nome della zona dove si trova la fabbrica. La petizione ha successo, tanto che la firmano 170 dipendenti. Nel novembre del 1903, forti di questo appoggio, Hauschild e Kuhlmann, indirizzano una missiva, correlata dalla spiegazione del progetto e dagli “autografi” dei sostenitori, ai direttori Friedrich Bayer Jr e Carl Duisberg. La risposta arriva in breve tempo ed è positiva. Anzi entusiasta. “Saremmo straordinariamente felici, se si fondasse a Leverkusen una società di ginnastica” dicono i capi. In più mettono in cantiere la costruzione di una palestra per il nuovo club. Il primo luglio 1904 nasce il “Turn- und Spielverein der Farbenfabriken vorm. Friedrich Bayer & Co. in Leverkusen“, per tutti TuS 04.

Foto Archivio Bayer Leverkusen

Per vedere rotolare un pallone invece bisognerà aspettare ancora un paio d’anni. La ginnastica, vero culto per la Germania sportiva dell’epoca (Ludwig Jahn, il padre del movimento ginnico tedesco è morto da appena 50 anni), con la sua disciplina militaresca non entusiasma i più giovani. Come Ferdinand Stader e due coppie di fratelli i Lerch (Gustav e Willi) e i Meurer (Ernst e Lorenz). Sono loro che con il permesso dei ginnasti si incontrano insieme ad altri undici compagni nella locanda di “Wiesdorfer Hof” venerdì 31 maggio 1907 per fondare la sezione calcistica del TuS 04. C’è una sola condizione per l’esistenza della squadra di calcio: la partecipazione da parte dei fondatori alle manifestazioni ginniche. È l’inizio di un percorso, che sarà tutt’altro che lineare. Negli Anni Venti la Federginnastica mette davanti gli iscritti al TuS 04 davanti a una scelta: quella di affiliarsi a lei o ad un’altra Federazione. I calciatori, che volevano continuare a giocare sotto l’ombrello della DFB, se ne vanno. Fondano il FV 04 Leverkusen, che nel 1928 si unirà al Box- und Sportverein Wiesdorf, dando vita al SV Bayer 04 Leverkusen. Si “riconcilieranno” solo più di 50 anni dopo, nel 1984. Mezzo secolo in cui il club del Nordrhein-Westfalen, che dal 1933 porta la croce della Bayer sul petto, cambia casa e pelle. Passa dal Platz an der Dhünn, allo Stadion am Stadtpark, fino all’Ulrich-Haberland-Stadion, salta dalle divisioni regionali alla Bundesliga, assaggiata per la prima volta nel 1979, dopo averla mancata all’inizio degli Anni Sessanta.

E poi nel 1988, con il guru Erich Ribbeck un’epica Coppa UEFA vinta in finale contro l’Espanyol. 3-0 a Barcellona per gli spagnoli, 3-0 per i tedeschi in casa con l’epilogo ai rigori, dove il protagonista è il portiere Rüdiger Vollborn. Una squadra di vertice, che nonostante degli ottimi dirigenti, come Reiner Calmund, l’uomo che tra gli altri perfezionò il primo trasferimento legale dalla Germania Est alla Germania Ovest (Andreas Thom e Ulf Kirsten), giocatori di livello come Michael Ballack e Lucio e discreti allenatori, come Klaus Toppmöller è famosa… per non vincere mai. Tanto che a parte una Coppa di Germania nel ’93 le “Aspirine” non hanno mai conquistato un trofeo, collezionando però una finale di Champions League e una serie di secondi posti in campionato. Due, quello del 2000 e del 2002, con Meisterschale persi all’ultimo secondo e in maniera così rocambolesca che gli sono valsi l’etichetta di “Vizekusen”. Un marchio che Peter Bosz e i suoi sperano di togliersi presto.

Gerry Ehrmann, l’addio di “Tarzan”

Un addio tra le polemiche. Con accuse e possibili strascichi legali. È quello di Gerald Ehrmann, per tutti “Gerry” al Kaiserslautern, club che ora milita in 3.Liga. Un divorzio, quello tra i Rote Teufel e l’allenatore dei portieri, innescato secondo quanto riportato dai media locali da un litigio tra Ehrmann e il tecnico Boris Schommers, che segna la fine di un’era. “Tarzan”, come tutti hanno soprannominato Gerry per la sua capacità di volare come l’omonimo personaggio, era infatti al Kaiserslautern da 36 anni. Nato nel sud della Germania, a Tauberbischofsheim, uno dei più bei borghi del Baden-Württemberg, Ehrmann nel Rheinland-Pfalz ci era arrivato nel 1984, a 26 anni. Nelle sette stagioni precedenti Gerry era stato al Colonia, il portiere di riserva di Harald “Toni” Schumacher, titolare anche della Nazionale tedesca. Aveva vinto una Bundesliga e due Coppe di Germania, ma non aveva praticamente mai giocato. Due le presenze in campionato in quasi un decennio e neanche per intero. 128 minuti in tutto da aprile a settembre 1983, tra una sostituzione di Schumacher con il Bochum e un match da titolare contro il Waldhof Mannheim.

Al Kaiserslautern invece “Tarzan”, nell’estate ’84, ci va per fare il titolare. E il lavoro in allenamento, costante e metodico fatto a Colonia con Rolf Herings, ottimo giavellottista (settimo posto a Tokyo 1964) e rivoluzionario preparatore, si vede. Ehrmann, che grazie al suo tecnico aveva conosciuto il bodybuilding, è un portiere potente, reattivo, coraggioso, molto bravo nell’uno-contro-uno, un po’ carente sui cross. Tra il 1984 e il 1998, quando Gerry è nella rosa del Kaiserslautern, i Rote Teufel vincono due campionati e due Coppe di Germania. Nella prima Bundesliga, quella del 1991, come nella prima DFB- Pokal datata 1990, “Tarzan” è il titolare della formazione guidata in panchina da Karl-Heinz Feldkamp e in campo dal futuro ct dell’Under 21 Stefan Kuntz. Ehrmann diventa praticamente subito un idolo dei tifosi, oltre che per il suo rendimento tra i pali, per il suo atteggiamento. Veemente, duro, spesso sopra le righe. E sono tanti gli episodi, che fanno capire, perché la curva del Kaiserslautern lo ami. Derby in trasferta con il Waldhof Mannheim, 1987. Agli avversari danno quattro rigori, lui ne para due. Quando sul 4-3, che sarà poi il risultato finale, annullano un gol per fuorigioco ai suoi, lo devono trattenere i compagni. Nello spogliatoio spacca l’armadietto. Dieci anni dopo, 26 maggio 1997. Ultima giornata della 2.Bundesliga, stesso avversario. Il Kaiserslautern è già promosso in Bundesliga e sta vincendo già 3-0, quando Atilla Birlik, 19enne debuttante con la maglia del Waldhof, entrato da tre minuti, compie un intervento deciso su Martin Wagner. Dopo qualche secondo il neanche 20enne si trova davanti “Tarzan”. Lo vorrebbe ammazzare, ma Birlik ha un gesto d’istinto, gli tira uno schiaffo. Il calciatore del club di Mannheim viene espulso ed esce tra gli insulti del pubblico, mentre Gerry si trattiene.

È l’ultima partita in Bundesliga di Ehrmann, che da quella stagione già ricopre anche il ruolo di preparatore dei portieri. Nell’anno successivo, quello dell’incredibile Meisterschale, vinto da neopromossa Gerry fa solo la comparsa in panchina, come riserva, in qualche occasione, quando manca Petr Kouba dato che in squadra non  c’è un terzo portiere. Poi farà sempre e solo il preparatore. E qui, collaborando e a volte litigando con i capo allenatori, con i dirigenti e con i giocatori (il vizio di dire quello che pensa e non in modi pacati non l’ha mai perso…), diventa uno dei migliori di Germania. Alla Gerrys Flugschule, la “scuola di volo di Gerry” si forma una generazioni di portieri. Tra di loro Roman Weidenfeller, Kevin Trapp, Tim Wiese, per ultimo Julian Pollersbeck, campione d’Europa con l’Under21 nel 2017.

“Tarzan” li cresce con allenamenti duri (si racconta che una volta a settimana li facesse parare con un giubbotto zavorrato), intensi, spettacolari. Ehrmann è per loro un tecnico, un critico, ma anche una figura paterna. “Se hanno problemi mi possono chiamare anche di notte” ha raccontato in un’intervista Gerry. Adesso la “scuola di volo” dovrà traslocare, anche se i tifosi hanno lanciato una petizione online per farlo rimanere al “Fritz-Walter-Stadion”. Dove lui è a casa, come Tarzan nella giungla.

L’avventura europea del Tasmania Berlino

@Imago

La peggiore squadra della storia della Bundesliga. È questa l’etichetta che il Tasmania Berlin SC, club della capitale tedesca, il cui “erede” il SV Tasmania Berlin disputa attualmente la quinta serie, si porta dietro dal 1966, quando terminò il massimo campionato dell’allora Germania Ovest in ultima posizione con otto punti, 108 gol fatti e 15 subiti. Nel loro percorso i biancoblù hanno però anche vissuto delle buone stagioni, con addirittura una partecipazione alla Coppa delle Fiere. È il 1961 e la Bundesliga non esiste ancora. Al suo posto si disputano cinque gironi di Oberliga, al termine dei quali le migliori squadre vanno a giocarsi il titolo in una fase finale. In uno di questi raggruppamenti, la Vertragsliga Berlin, c’è il Tasmania.

Dieci squadre che si affrontano in un girone di andata-ritorno-andata. I biancoblù prendono il comando alla prima giornata, che si disputa il 13 agosto 1961, mentre in alcuni punti della città, tra il settore occidentale e orientale di Berlino si sta costruendo il Muro, che cambierà le sorti della capitale e d’Europa. Non lo lasceranno più. Gli avversari più accreditati sono i “cugini” dell’Hertha, battuti due volte su tre, l’ultima il 10 marzo 1962, nell’incontro che dà il titolo berlinese al Tasmania. Il successo porta la compagine della “città dell’Orso” alla fase finale del campionato. Nel girone di sola andata, valida come eliminatoria, i biancoblù finiscono secondi, dietro il Norimberga, futuro finalista perdente e guidato in campo da Max Morlock, già campione del mondo con la Germania nel 1954. L’anno successivo il Tasmania ha da affrontare una nuova sfida. Insieme al Viktoria Köln e al Bayern Monaco la formazione viene selezionata, anche per l’importanza della città, per rappresentare la Germania Ovest nella Coppa delle Fiere 1962-1963.

Il sorteggio li accoppia alla selezione della città di Utrecht, creata ad hoc per la competizione, visto che per regolamento era vietato che partecipassero più squadre dello stesso centro. Nella rosa degli olandesi ci sono i giocatori di tre club: DOS, Velox e Elinkwijk, alcuni dei quali militano in Nazionale come l’attaccante Frans Geurtsen e Humprey Mjinals, primo calciatore nero a esordire in maglia Oranje. I tedeschi invece sono di fatto la stessa squadra che pochi mesi prima è diventata campione cittadina, capitanata da Hans-Günter Becker e guidata dalla panchina da Fritz “Napoleon” Maurischat. Al Galgenwaard i berlinesi tengono botta. Al 55′ sono addirittura davanti, con le reti del laterale Horst Greuel e di Wolfgang Neumann, che fino a qualche tempo prima, infornava panini e dolci nel negozio di suo padre. Al 90′ però il tabellone dice 3-2 per gli olandesi grazie a Josef Siahaya e alla seconda rete di Geurtsen.

Poco più di un mese, in un Olympiastadion quasi deserto (6mila spettatori) ai tedeschi serve vincere, almeno per andare allo spareggio, visto che non è stata ancora introdotta la regola che premia chi ha segnato più gol in un doppio confronto. A Berlino si ripete lo stesso copione. Vantaggio degli uomini di Maurischat, questa volta con Wolfgang Rosenfeldt, peraltro già in campo un anno prima con la selezione cittadina contro il Barcellona, poi rimonta degli oranje a cavallo della mezz’ora. Partita decisa, come la qualificazione, che prende la strada dei Paesi Bassi. La selezione di Utrecht peraltro uscirà al turno successivo, con gli scozzesi del Hibernian. Il Tasmania, che si dissolverà nel 1973 per poi rinascere come SV Tasmania Berlin, non tornerà mai più in Europa. In compenso arriverà per la prima e unica volta in Bundesliga. Cucendosi addosso un’etichetta che non riesce a scucirsi, neanche dopo 50 anni.

Liverpool-Colonia e il sorteggio di Rotterdam

Una rivalità infinita. In campo e fuori. È quella che oppone il calcio tedesco e il calcio inglese. Una finale mondiale, diversi match epici tra la rassegna iridata e gli Europei, una sfilza di confronti nelle Coppe, come quello che mercoledì 19 febbraio opporrà il Tottenham e il RB Lipsia. Tra le sfide anglo-tedesche ce n’è una, rimasta nella Storia. È la primavera del 1965 e nei quarti di finale di Coppa dei Campioni il Colonia, vincitore della prima edizione della Bundesliga, è sorteggiato con il Liverpool di Bill Shankly. Sulla carta i britannici, che nel 1962 sono risaliti in First Division e che nei turni precedenti hanno eliminato KR Reykjavik e Anderlecht, sono i netti favoriti. Georg Stollenwerk, ex icona del Colonia, mandato a osservarli, li definisce “imbattibili”. Hanno qualità e calciatori del calibro del capitano Ron Yeats, dell’ala Peter Thompson e della coppia d’attacco Ian St.John e Roger Hunt. I tedeschi, al contrario non hanno per infortunio Hans Schäfer, uno degli “eroi” del Miracolo di Berna, ma possono contare soprattutto su due Wolfgang: Weber, colonna difensiva anche della Nazionale e Overath, giovane, ma già con le chiavi del gioco dei biancorossi tra le mani. La differenza tra le due squadre però all’andata, il 10 febbraio, al Müngersdorf Stadion non si vede. I tedeschi stanno coperti, gli inglesi attaccano, ma è il Colonia ad andare più vicino alla rete con una traversa del bomber Karl-Heinz Thielen.

La sfida di ritorno è invece programmata a Anfield per il 3 marzo. Solo che quel giorno sulla Merseyside si abbatte un’abbondante nevicata. Lo stadio si riempie, compresi i 400 tifosi che sono venuti dall’allora Germania Ovest. La terna arbitrale, quando manca un quarto d’ora al calcio d’inizio previsto, decreta il rinvio. Per il Colonia è una beffa, visto che quella trasferta è costata 10mila marchi, non poco per un club di Bundesliga dell’epoca. Il recupero si deve giocare due settimane dopo, 17 marzo. È una battaglia, dove i “Reds” di Shankly, davanti a quasi 53mila spettatori dominano. I Geißböcke resistono agli assalti dei padroni di casa. Assoluti protagonisti, Weber e l’altro difensore Matthias Hemmersbach, ma soprattutto Anton “Toni” Schumacher. Il portiere dei tedeschi prende tutto quello che si può prendere. Al 90′ prima e al 120′ dopo il risultato non si schioda dallo 0-0. Negli spogliatoi l’estremo difensore dei biancorossi riceve addirittura i complimenti di Caplan, il Mayor of Liverpool e l’indomani i giornali locali scriveranno “Schumacher batte il Liverpool”. Perfetta parità e visto che non sono ancora stati introdotti i calci di rigore, è necessario uno spareggio in campo neutro. Le due società discutono sul dove: i Reds propongono l’”Ibrox Park” di Glasgow, i Geißböcke il “De Kuip” di Rotterdam. Si decide per l’impianto olandese e per il 24 marzo. Nel catino, casa del Feyenoord arrivano su treni speciali 20mila tifosi tedeschi. Dopo 37 minuti però il Liverpool è già avanti di due reti. Il Colonia non molla e sulla fine del primo tempo accorcia con Thielen e poi nella ripresa pareggia con Hannes Löhr. I campioni della Bundesliga reggono, con uno stoico Weber, in campo nonostante quello che i medici al fischio finale diagnosticheranno come una frattura della fibula, un osso della gamba. Praticamente con un calciatore in meno, il Colonia mantiene il 2-2, anche se i giocatori guidati dal capitano Hans Sturm recriminano sull’operato dell’arbitro belga Robert Schaut.

Secondo loro ha annullato un gol regolare a Hornig e non ha visto un fallo di Yeats su Löhr. Al 120′ però non c’è ancora una vincitore. Le regole dell’epoca prevedono il sorteggio. Che non viene affidata a una moneta vera ma a una di legno, che da un lato ha il colore bianco, assegnato al Colonia e dall’altro uno rosso, per il Liverpool. Il primo lancio di Schaut, sotto gli occhi dei poliziotti, dei giornalisti e dei due capitani Yeats e Sturm, è un segno del destino. La moneta rimane in bilico. Bisogna ripetere, ancora. Al secondo tentativo a prevalere è il rosso. Il Liverpool va in semifinale, il Colonia torna a casa, senza avere mai perso. L’allenatore dei tedeschi Georg Knöpfle esprimerà così la sua delusione e quella dei suoi. “Tutto questo non ha nulla a che vedere con lo sport, non può essere che dopo tre partite e quasi cinque ore di partite il risultato sia deciso da una moneta, come quella che i bambini usano per giocare”. Solo sei anni dopo, la UEFA introdurrà i calci di rigore. Il Colonia per ritornare in Coppa dei Campioni dovrà aspettare altri 14 anni. Arriverà in semifinale e a eliminarlo sarà un altro club inglese, Il Nottingham Forest di Brian Clough, futuro campione d’Europa, al termine di altre due partite epiche.