Il miracolo di Francoforte

Una partita “senza domani”. È quella che il 7 novembre 1979 attende al “Waldstadion” l’Eintracht Francoforte nel ritorno del secondo turno di Coppa UEFA. Di fronte ai rossoneri, che hanno iniziato il loro cammino europeo eliminando nei trentaduesimi di finale l’Aberdeen di Alex Ferguson, ci sono i rumeni della Dinamo Bucarest. I Câinii Roșii, che in rosa hanno il due volte Scarpa d’Oro Dudu Georgescu, hanno vinto 2-0 all’andata e partono favoriti. Anche perché nello spogliatoio dei tedeschi c’è tutto meno che un clima di armonia. Il tecnico Friedel Rausch è ai ferri corti con i “senatori” e in particolare con Bernd Hölzenbein, campione del mondo del 1974, capitano e bandiera del club. In più i risultati di quel primo scorcio di stagione sono tutt’altro che confortanti. In questo contesto, sotto la pioggia e con circa 20mila spettatori sugli spalti in uno stadio che ne conterrebbe il triplo, l’Eintracht cerca l’impresa: per passare il turno deve vincere 3-0 o con almeno 3 gol di scarto. La Dinamo invece arriva nella Germania Ovest con un preciso ordine: difendere e ripartire. E i romeni lo seguono alla lettera, anche se dalle parti del portiere tedesco Klaus Funk si vedranno ben poco. A essere protagonista invece è l’altro numero uno, Constantin Ştefan. Prende tutto quello che arriva, devia un tiro di Hölzenbein sulla traversa, neutralizza un paio di conclusioni da lontano di Nickel e toglie dalla rete sul pallone del sudcoreano Cha. E dove non arriva l’estremo difensore rumeno ci arrivano i suoi compagni, come il libero Dinu che salva sulla linea di porta un colpo di testa dell’austriaco Bruno Pezzey. Per rompere quell’assedio ci vogliono 73 minuti. Cross dalla destra di Neuberger, indecisione di Ştefan e comodo colpo di testa di Cha, l’uomo arrivato tra mille incognite dal Darmstadt ma che in poche settimane era diventato un idolo, siglando tra le altre una rete importantissima nel primo turno con l’ Aberdeen.

È 1-0, ma alle Aquile serve ancora un gol, almeno per continuare a sperare. Che pare non voler arrivare, anche perché Ştefan torna a fare i miracoli. Quando al 87′ Multescu, autore di uno dei gol dell’andata viene espulso per un fallaccio su Helmut Müller, alla rimonta, sugli spalti del Waldstadion credono in pochi. Alla ripresa di gioco il 90′ è già scoccato. “Quanto manca?” chiede Jürgen Grabowski, campione del mondo nel ’74 e da quasi 15 anni simbolo del club, all’arbitro svedese Fredriksson. “Venti secondi” è la risposta del fischietto che nel 1984 dirigerà la finale di Coppa dei Campioni tra Roma e Liverpool. Un ultimo assalto. Neuberger la butta in area, il difensore Karl-Heinz Körbel la colpisce all’indietro di testa. È un pallone lento a cui Ştefan va incontro sicuro. Solo che la palla un po’ viscida gli sfugge dalle braccia. Hölzenbein, che era in area per trovare il pareggio, è a due metri da lui. È per terra ma ha la rapidità di colpire il pallone con la testa indirizzandolo verso la porta vuota. Nessuno ci crede, ma è gol. L’Eintracht ha segnato il 2-0 e va ai supplementari.

Dove ci vorranno meno di tre minuti per siglare il gol qualificazione, arrivato grazie a Bernd Nickel e a un’altra sbavatura del portiere della Dinamo. È un piccolo miracolo sportivo. Le Aquile, che in campionato arriveranno a metà classifica, ne faranno altri al “Waldstadion” in quella stagione europea, caratterizzata, caso unico nella storia, da quattro tedesche che si contesero la terza competizione UEFA per importanza. I rossoneri supereranno 4-1 sia il Feyenoord che il FC Zbrojovka Brno, rimonteranno con un 5-1 un 2-0 subito dal Bayern Monaco in semifinale e soprattutto con il gol del semisconosciuto Freddy Schaub vinceranno la Coppa UEFA contro il Borussia Mönchengladbach allenato da un giovanissimo Jupp Heynckes e con un altro Nickel in campo, Harald, il fratello di Bernd. Mai più l’Eintracht è arrivato così lontano in una competizione europea. Ci può riuscire giovedì sera contro il Benfica, ma servirà una rimonta in casa. Come quella sera di novembre al “Waldstadion”.

Annunci

Frank Mill, un errore da Klassiker

123 gol in 387 partite di Bundesliga, un terzo posto olimpico, da capitano a Seul 1988, un titolo di campione del mondo nel 1990 e una Coppa di Germania nel ’89. Frank Mill, classe 1958, da Essen, cuore della Ruhr, è stato uno degli attaccanti tedeschi più prolifici degli anni Ottanta. Se però chiedete a qualunque appassionato di Fussball di mezza età perché si ricorda il centravanti di Rot-Weiss Essen, Borussia Mönchengladbach, Borussia Dortmund e Fortuna Düsseldorf, non vi parlerà di una rete, ma di un gol mancato. Clamorosamente.

9 agosto 1986, Olympiastadion di Monaco. Nella prima giornata di campionato si affrontano il Bayern Monaco di Udo Lattek, campione di Germania e il Borussia Dortmund di Reinhard Saftig, che solo pochi mesi prima si è salvato dopo un triplo spareggio con il Fortuna Köln. Non è sulla carta uno scontro di vertice, ma i gialloneri sono una delle mine vaganti di quella Bundesliga, anche perché in estate si sono rafforzati con l’acquisto del difensore Thomas Helmer e di due attaccanti, Norbert „Nobby“ Dickel e proprio Frank Mill. La punta è stato ceduta dal Borussia Mönchengladbach per 1,3 milioni di marchi, dopo alcuni dissapori con il tecnico Jupp Heynckes, “reo” di averlo criticato aspramente al termine di una epica rimonta subita dal ‘Gladbach in Coppa UEFA dal Real Madrid, Motivo? I troppi errori di Mill nel match di ritorno con gli spagnoli.

Per Frank quello di Monaco è l’esordio in un match ufficiale. Che non inizia nel migliore dei modi. Dopo un minuto i padroni di casa, sono già in vantaggio con una rocambolesca rete di testa di Roland Wohlfarth. L’occasione per il pari capita proprio a Mill. Passaggio filtrante, l’altissima linea difensiva del Bayern sbaglia la trappola del fuorigioco e l’attaccante di Essen si infila, bruciando in velocità anche il portiere Jean-Marie Pfaff. Tra lui e la porta non c’è niente, lui avanza e aspetta. Forse troppo. Alla linea dell’area piccola calcia con il numero uno avversario che gli lancia in scivolata. Tutti in campo e fuori si aspettano il gol, ma la palla finisce sulla base del palo. “È stato il momento peggiore, quello in cui mi sono accorto che la sfera non era in rete” dirà 20 anni dopo al “Der Spiegel”, lo stesso Mill. “Vorrei dire che Pfaff mi aveva messo sotto pressione – aggiungerà – ma sono stato solo io”. Quel match terminerà 2-2 e Frank verrà sostituito all’89’. L’errore lo perseguiterà, ben oltre il fischio finale. “Credo che il mio allenatore avrebbe voluto difendermi – dichiarerà allo “Spiegel” – ma le settimane successive sono state difficili per me. Mi prendevano tutti i giro, perfino alcuni miei compagni”.

A fine stagione a Mill, che qualche mese dopo durante un viaggio negli Stati Uniti vide il suo errore addirittura in uno show televisivo, e al Borussia Dortmund, di cui diventerà anni dopo capitano, andrà tutt’altro che male. I gialloneri raggiungeranno la quarta posizione, la migliore dal 1967 e il neoacquisto firmerà 17 reti, formando con Michael Zorc, l’attuale direttore sportivo della società della Ruhr e Dickel, uno dei migliori tridenti del campionato. Mill si ritirerà nel 1996, dopo aver riportato in prima divisione, il Fortuna Düsseldorf. Ora allena con passione i bambini, con un’unica richiesta, come ha raccontato ridendo allo “Spiegel”. “Ragazzi, mi potete chiedere tutto, ma non cosa è successo a Monaco vent’anni fa”. Perché un errore, come un gol, è per sempre.

Vestenbergsgreuth, l’esordio da incubo del Trap

Una partita ideale per cominciare la propria avventura sulla panchina del Bayern Monaco. Per il nuovo arrivato Giovanni Trapattoni il primo turno di Coppa di Germania sembra essere l’esordio ufficiale perfetto. Il sorteggio ha opposto infatti i vincitori della Bundesliga al TSV Vestenbergsgreuth, giovane e semisconosciuto club della Franconia, nord della Baviera appena promosso in Regionalliga Süd, uno dei tre gironi in cui era divisa la terza serie tedesca. Il match, non trasmesso dalla TV tedesca, è previsto per la serata del 14 agosto, non al piccolo stadio dei biancorossi, inadatto per accogliere i tanti supporters ospiti, ma al “Frankenstadion” di Norimberga, distante 50 chilometri. In uno dei tempi del calcio tedesco arrivano quasi 25mila tifosi, compresi quelli del club “di casa”, che non amano il Bayern e proprio per questa ragione fraternizzano con i fan del Vestenbergsgreuth. La maggior parte degli spettatori sono però lì per vedere i fuoriclasse dei campioni di Germania. Il Trap infatti schiera, a parte qualche giovane come Nerlinger e Hamann e una riserva come Sternkopf, i suoi “pezzi da novanta”, tra cui i campioni del mondo Jorginho e Matthäus, i talentuosi Scholl e Witeczek, il Pallone d’Oro Papin, oltre a Oliver Kahn. Dall’altra parte invece l’allenatore Paul Hesselbach, che proprio in quello stadio ha giocato per più di un decennio, ha a disposizione una rosa di dilettanti. C’è Werner Pfeuffer, il capocannoniere della squadra, che fa il poliziotto, Ralf Scherbaum l’elettricista, Reiner Wirsching dopo una discreta carriera in prima divisione pensa più alla medicina che al pallone, mentre Frank Schmidt, compagno di Witeczek al Mondiale U20 del 1993, ha un lavoro in banca. E poi c’è il centrocampista sinistro Roland Stein, 21 anni, un piccolo appartamento nella casa dei genitori e un impiego nell’azienda di tè, che dal 1974, anno della fondazione del club, sostiene il Vestenbergsgreuth.

La partita, a parte l’avvio sprint dei campioni di Germania diventa tutt’altro che facile. Gli amateur reggono bene, Scherbaum fa un paio di interventi, prima su Papin l’altro miracoloso su Mehmet Scholl. Poi al 43′ l’impensabile. Indecisione dei bavaresi al limite della propria area, palla recuperata da Wolfgang Hüttner, cross dalla destra, perfetto inserimento di Stein, colpo di testa sporco e gol. L’elettricista esulta con le braccia al cielo in un Frankenstadion che ribolle, il Vestenbergsgreuth è in vantaggio. Per pareggiare Trapattoni a inizio ripresa inserisce toglie Hamann e mette Schupp, ex Kaiserslautern. Per poco però al 50′ è il Vestenbergsgreuth a raddoppiare sugli sviluppi di un angolo, su cui si avventa Hüttner e su cui a salvare è Scholl, con Kahn battuto. Più il tempo passa più il Bayern sale e i padroni di casa si “abbassano”, non rinunciando però alle sortite in contropiede. Il muro della formazione della Franconia però regge, scricchiolando solo al 93′ quando Papin supera Scherbaum ma la palla va a sbattere contro il palo. Al triplice fischio di Merk il campo è invaso. Trapattoni, arrivato per rilanciare il Bayern dopo una stagione culminata con il Meisterschale ma costellato da problemi, è già sulla graticola. La stampa tedesca ironizza sul fatto che l’allenatore azzurro abbia imparato solo tre parole “Danke, Bitte und Vestenbergsgreuth”.

Il tecnico di Cusano Milanino zittirà tutti e non solo con la celeberrima conferenza stampa di Strunz. Quando lascerà la Baviera in bacheca ci saranno un campionato tedesco, una Coppa di Germania e una Coppa di Lega nazionale in più. Neanche l’avventura del Vestenbergsgreuth finisce quella sera a Norimberga. Il Vestenbergsgreuth, che ora gioca nelle serie minori e davanti al suo impianto ha dedicato una targa all’impresa, passerà un altro turno (5-1 all’Homburg), uscendo poi solo agli ottavi ai rigori con il Wolfsburg, all’epoca militante in 2. Bundesliga. Tra gli eroi del 14 agosto in pochi avranno l’occasione di calcare i campi di campionati di categoria superiore. Stein, che in un’intervista a distanza di 20 anni ha ricordato come si sia riempito d’orgoglio quando un commesso ha riconosciuto il suo nome sulla carta di credito usata per comprare uno zaino per il figlio, subirà un infortunio agli adduttori e dopo aver militato nello Schweinfurt e nel Greuther Fürth si ritirerà per gestire l’azienda di famiglia dopo la morte prematura del padre. Ora fa l’operaio specializzato, mentre gioca in club di dilettanti della zona di Bamberg, allenando anche il figlio. Più fortunato di lui è stato Frank Schmidt, che collezionerà più di 300 presenze da “pro” spingendosi fino alla seconda serie con l’Alemannia Aachen.

Dal 2007 siede sulla panchina dell’Heidenheim, portato fino alla 2. Bundesliga. I blu-biancorossi-rossi nel prossimo turno di Coppa di Germania proprio il Bayern Monaco. E Frank non potrà non ricordare quel giorno a Norimberga.

Oskar Rohr, il primo emigrante del calcio tedesco

Oskar_Rohr_rigore

Ossi, tira tu, che io non ce la faccio”. Dodici giugno 1932, Städtisches Stadion di Norimberga. Minuto numero 35. L’arbitro Alfred Birlem ha appena assegnato un rigore al Bayern Monaco che si sta giocando con l’Eintracht Francoforte il titolo di campione di Germania. Konrad “Conny” Feldkamp, che sarebbe il capitano e il rigorista designato dei bavaresi, uno che la gamba e il piede li tira indietro raramente, di andare sul dischetto non se la sente. Affida il compito al più giovane della squadra, un attaccante. Si chiama Oskar Rohr, viene da Mannheim, una delle culle del calcio tedesco e ha compiuto vent’anni un mese e mezzo prima. Lui va e calcia, alzando una nuvola di gesso. Molti pensano che abbia “zappato”, ma la palla va a finire alle spalle del portiere avversario. I ragazzi di Kuhn raddoppieranno nella ripresa con Franz Krumm portando a casa il primo campionato nazionale della loro Storia.

Di titoli in patria il 20enne, che nel marzo 1932 aveva a Lipsia anche esordito in Nazionale, non ne vincerà più. Nell’estate 1933, poco più di un anno dopo quel pomeriggio di gloria a Norimberga, infatti decide di lasciare il Bayern per trasferirsi al Grasshoppers, in Svizzera. Rohr vuole vivere di calcio e in Germania non è possibile, visto che il professionismo è bandito, con il neonato governo nazionalsocialista che considera undeutsch, non tedesco, pagare i calciatori e gli sportivi. Nella Confederazione Ossi, che per la sua scelta di emigrare perderà anche la maglia della nazionale con cui aveva segnato 5 gol in 4 partite (i giocatori militanti all’estero ne sono per regola esclusi), rimarrà solo un anno prima di trasferirsi allo Strasburgo. Gli danno un buon stipendio e alla firma del contratto gli regalano anche una Citroën-Cabrio. In otto stagioni, tra il 1934 e il 1942 con la maglia del Racing Club, Rohr, un attaccante tecnico e con grande fiuto in area di rigore, raggiungerà la finale di Coppa di Francia nel 1937 (sotto la guida di Josef “Pepi” Blum, uno dei miti del giovane Ernst Happel), ma soprattutto segnerà 118 gol, di cui 30 solo nel 1936-1937 che gli valgono il titolo di capocannoniere della Ligue 1. Ad oggi nessuno ha segnato quanto lui con la formazione alsaziana.

RC_Str

E il suo bottino avrebbe potuto essere più ricco, se nel 1939 non fosse scoppiata la Seconda Guerra Mondiale. Quando nel 1940 le truppe tedesche attaccano la Francia, Rohr è considerato dai suoi connazionali una persona “non grata”. Per i tedeschi è un Fahnenflüchtiger, uno che ha rifiutato la bandiera, un “gladiatore che si è venduto all’estero”, come l’aveva definito una rivista specializzata. Per sfuggire a possibili ritorsioni fugge nel sud del Paese, dove comandano i collaborazionisti del maresciallo Petain, per giocare nel FC Sète. Con loro raggiunge nel ’42 un’altra finale del campionato francese contro il Red Star del 32enne Helenio Herrera, ma quella partita “Ossi”, persa dai suoi, non la giocherà. Dato che si disputa a Parigi, dunque in territorio tedesco, lui lì non può esserci, come il suo compagno Marcel Tomaszover, ebreo.

Del destino di Rohr, tra quella partita e la fine della guerra, ci sono versioni contrastanti. Quello che è quasi sicuro è che i tedeschi, dopo averlo arrestato e internato in un lager a Kislau, vicino a Karlsruhe lo inviano sul fronte orientale. Combatterà contro l’Armata Rossa, venendo ferito e secondo quanto ha riportato Gernot Rohr, ct della Nigeria e nipote di “Ossi”, rimpatriato su un aereo guidato da un pilota super tifoso del Bayern Monaco che riconosciuto il calciatore l’aveva fatto salire sul cargo, in teoria, pieno. La guerra comunque porrà fine alla carriera di Oskar, almeno ai livelli dello Strasburgo. Tornato in Germania dopo la Liberazione farà qualche apparizione tra Augsburg, la Renania e la sua Mannheim, al VfR gioca al fianco di suo nipote Philippe, al Waldhof disputerà la sua ultima stagione da calciatore, nel 1948/1949, l’anno in cui saluterà anche lo Strasburgo giocando un’amichevole contro la Dinamo Zagabria. Dopo il ritiro Ossi decide di non rimanere nel calcio e per decenni lavora come impiegato al comune di Mannheim, lottando con il demone dell’alcol. Morirà quasi 80enne nel 1988, facendo in tempo a vedere un altro Rohr, il suo pronipote Gernot, fare come ha fatto lui. Vincere in Germania al Bayern e emigrare in Francia, diventando una leggenda del Bordeaux.

 

Kurt Landauer, l’uomo che ha inventato il Bayern Monaco

Targa_Kurt_Landauer

Gli hanno dedicato un film, un documentario, una piazza e una via vicino all’Allianz Arena e addirittura hanno creato una applicazione che permette di ripercorrere la sua vita. Kurt Landauer però meriterebbe un monumento, soprattutto da chi ogni anno esulta per un trofeo del Bayern Monaco. Perché se il club bavarese è nell’élite del calcio mondiale, lo deve anche a questo figlio della buona borghesia ebraica di Monaco di Baviera. Classe 1884, nel 1901, a 17 anni veste per la prima volta, ruolo portiere, la maglia della squadra ora più titolata di Germania. Quella casacca rossa idealmente non se la sfilerà mai. Nel 1913, appena 29enne viene eletto presidente. Una carica, che tolta la parentesi della Prima Guerra Mondiale, dove Landauer, come molti ebrei tedeschi combatte con valore (il Kaiser lo insignirà della Croce di Ferro), terrà quasi ininterrottamente per 20 anni, fino al 1933. Sono anni difficili per la Germania tra la crisi economica e una crescente instabilità politica della Repubblica di Weimar. In un clima tutt’altro che facile Landauer, fino al 1928 impegnato nell’azienda di famiglia poi dal 1929 dirigente di una grande casa editrice, porta il Bayern ai massimi livelli del calcio tedesco, in un’epoca in cui la squadra più in vista di Monaco erano i “cugini” del 1860.

landauer-bayern

Tra il ’22 e il ’33 arrivano tre successi del torneo della Germania meridionale e soprattutto il titolo tedesco, conquistato nel 1932 contro l’Eintracht Francoforte, il primo della storia del club bavarese. Ma la vittoria dei ragazzi allenati da Richard “Dombi” Kohn e guidati in attacco da Oskar Rohr, un talento in campo e un “resistente” fuori, è solo il coronamento di una politica societaria oculata e innovativa. Landauer e i suoi collaboratori puntano sullo sviluppo del settore giovanile, si battono, a prezzo di aspri confronti con la Federazione, per virare verso il professionismo (già introdotto nella vicina Austria nel 1924) e per poter tesserare giocatori stranieri. E poi il presidente cerca di far crescere il club invitando in Baviera i migliori club dell’Europa centrale, che non giocano il kick-and-rush degli inglesi, ma un calcio basato su corti e rapidi passaggi, che diventeranno un modello per il club.

FCB_1932

Tutto si rompe nel 1933. E non su un campo di calcio. In Germania Adolf Hitler prende il potere e per gli ebrei, nella società e nel pallone, comincia a non esserci più spazio. Landauer viene sollevato dall’incarico di presidente e nella Monaco degli Anni Trenta, una delle culle del nazionalsocialismo, per lui diventa difficile anche vivere. Perde il lavoro, deve vendere un’attività che ha con il fratello Franz e nel novembre 1938, all’indomani della “Notte dei Cristalli”, viene per 33 giorni internato nel campo di concentramento di Dachau. Lo liberano ma per lui è il segnale che è meglio andarsene. Fugge in Svizzera, a Ginevra, nel maggio 1939, lasciando in Germania, Maria Baumann, la dipendente di casa Landauer diventata la sua compagna e la sua famiglia: quattro tra fratelli e sorelle moriranno nella Shoah. Saranno otto anni di esilio nella Confederazione, in cui c’è un momento che spiega più di tutti, il rapporto tra il Bayern e il suo presidente. Nel 1943 i bavaresi giocano un’amichevole a Zurigo. Tra gli spettatori c’è anche anche il 59enne Landauer, a cui i giocatori, tra cui il difensore Conny Heidkamp, campione nel 1932, hanno ricevuto da parte della Gestapo che li accompagna espresso divieto di rivolgersi. La squadra però disobbedisce: secondo alcuni tutti vanno sotto la tribuna del presidente, molto più verosimilmente i “suoi” ragazzi lo salutano ma di nascosto.

Landauer_Ausweis

Con la fine della guerra e del Terzo Reich Landauer decide di tornare. La sua intenzione sarebbe emigrare negli Stati Uniti, ma quando gli viene chiesta una mano per aiutare il suo vecchio club accetta. Dall’agosto ’47 sarà presidente per altri quattro anni: è un uomo provato e indurito, ma che riesce ancora a incidere il suo nome nella storia del Bayern. È lui, nel frattempo ridiventato dirigente di una casa editrice, a stanziare i fondi per comprare un lotto di terreno in Säbener Straße nel quartiere di Giesing, a sud-est della città, quello dove è nato Franz Beckenbauer. Lì sorgerà il centro sportivo in cui i bavaresi costruiranno la loro epica. Landauer, che finirà il suo mandato dopo una concitata assemblea dei soci nell’aprile 1951 (un mese dopo avrebbe festeggiato 50 anni di presenza nel club), non farà in tempo. Perché morirà felicemente sposato con Maria Baumann, la donna che l’aveva aspettato per quasi 10 anni, nel 1961. Il Bayern comincerà a non essere più la seconda squadra di Monaco solo qualche anno dopo. I successi, (il primo Meisterschale dopo quello del 1932 arriverà nel 1969) offuscheranno paradossalmente la memoria di Landauer nel club e i suoi tifosi. Uli Hoeness, interpellato a riguardo arriverà a dire evasivo “Allora non era ancora nato”. A riportare alla ribalta la sua figura, gli ultras del FCB e in particolare quelli del gruppo “Schickeria München”, incuriositi da un articolo uscito nel 2003 sul “Die Zeit”, dal titolo “Nonno Kurt e il Bayern” a firma di Uri Siegel, che di Landauer è il nipote.

Landauer_Allianz

Da lì il gruppo, grazie al quale nel febbraio 2014 l’ex patron sarà celebrato da tutta la curva bavarese con una gigantesca coreografia, ha partecipato a ricerche, organizzato eventi, manifestazioni e a partire dal 2006 anche un torneo antirazzista intitolato a Landauer. Nel 2009, nel 125 anni dalla nascita, arrivano anche i primi riconoscimenti da parte del club, con la posa nel lager di Dachau di una placca per ricordare il dirigente nella baracca in cui era stato internato. I vertici del Bayern faranno di più dedicandogli tra gli altri un’esposizione nel museo della società e nel 2013 conferendo a Kurt Landauer la carica di Ehrenpräsident, presidente onorario. Un atto, quasi dovuto per uno che ha scritto la storia del club e che si diceva solesse definirsi. “I bin a Jud. I bin a Bayer”. “Sono un ebreo e uno del Bayern”.