Guy Acolatse, la (prima) perla nera del St.Pauli

Das Tor zur Welt”. La porta del mondo. Amburgo, all’inizio degli anni Sessanta, è la città più “aperta” della Germania Ovest. Merito del porto, il secondo più grande d’Europa e di una scena culturale vivacissima, soprattutto dal punto di vista musicale. Qui, tra il 1960 e il 1962, hanno suonato anche quattro ragazzi di Liverpool, contrattati dall’impresario locale Bruno Koschmider. Sono bravi, costano poco e qualche stagione dopo rivoluzioneranno la musica: sono i Beatles. E nel quartiere di St.Pauli, al Wilhelm-Koch-Stadion, l’odierno Millerntor, a pochi chilometri da dove la band del nord dell’Inghilterra si è esibita per quasi due anni, il 14 luglio 1963 si ferma un taxi. Davanti a un capannello di persone che li attende scendono due uomini. Uno è Otto Westphal l’allenatore del St.Pauli l’altro è Guy Kokou Acolatse, il nuovo acquisto del club amburghese. Ha 21 anni, è un attaccante fisico e con ottima tecnica, ma soprattutto ha la pelle nera. Mai nessun club professionistico tedesco aveva tesserato un giocatore proveniente dall’Africa subsahariana. Guy viene infatti dal Togo, fino al 1919 una colonia tedesca e Westphal l’ha già allenato quando era il ct della nazionale locale. Il 52enne, un passato da tecnico al Chemie Leipzig nell’allora Germania Est, è la ragione principale per cui Acolatse, che ha rifiutato offerte da Belgio e Francia, ha accettato di volare ad Amburgo. “Il St.Pauli cercava un numero 10 – ricorderà anni dopo lo stesso Guy – Westphal mi chiese se fossi interessato ad andare in Germania. Ho detto di sì”. Il suo acquisto, di cui i media già vociferavano da settimane, ha una grande risonanza per i Kiezkicker, che in quel momento sono nella Regionalliga Nord, uno dei gironi della seconda divisione. “Nero come la notte, veloce con un antilope, forte al tiro come un fucile per uccidere gli elefanti” lo descrive il quotidiano Bild. Che in modo ancor meno elegante aggiungerà. “Sa scrivere macchina da scrivere, può giocare a calcio”.

Dopo nemmeno un mese però i giornali più di parlare di chi è Acolatse parlano di come il togolese gioca. Il suo esordio è il 14 agosto in un’amichevole a Büdelsdorf bei Rendsburg, quasi al confine con la Danimarca. Il St.Pauli vince 6-2 e il neo acquisto segna un gol, con il Hamburger Abendblatt che sottolinea la “comprensione del gioco” dell’attaccante del Togo. Sette giorni dopo c’è anche il debutto in campionato nel derby con l’Altona 93. 4-1 per i Kiezkicker e ottime impressioni. La Bild scrive “Il ragazzo è sulla via migliore per diventare l’uomo dell’anno ad Amburgo”. E la prima stagione è dal punto di vista prettamente sportivo la migliore per Acolatse e per il St.Pauli, che con la vittoria nel suo girone di Regionalliga, si qualifica alla fase finale che assegna due posti per la neonata Bundesliga. Agli amburghesi non andrà bene (ultimi nel loro raggruppamento) ma la “Perla Nera” avrà l’occasione il 6 giugno 1964 di fronteggiare un non ancora 19enne di Monaco, che veste per la prima volta nella sua carriera la maglia del Bayern. Si chiama Franz Beckenbauer. Per la cronaca il debuttante segna una rete nel 4-0 dell’andata, mentre Acolatse sigla il gol della bandiera nel ko 6-1 del ritorno. Una delusione sportiva che non cancella l’ottimo impatto del ragazzo del Togo. Fuori e dentro il campo. “Der Zauberer”, il mago, come lo chiamano i giornali per la sua abilità tecnica, nella città anseatica si trova infatti bene, anche se patisce un po’ il tempo, soprattutto la pioggia. “Oggi i giocatori guadagnano migliaio di euroha spiegato nel 2010 in un’intervista alla rivista a&k ai miei tempi non era così. Un lavoratore in Germania a quei tempi prendeva 400 marchi al mese, io con i premi ne mettevo insieme cinque volte tanto. Ed erano tanti soldi. Io avevo un appartamento e una piccola auto, una Fiat e poi la macchina dei miei sogni una Volkswagen 1600”.

E poi Guy, che in poco tempo aveva imparato sufficientemente bene la lingua, era stato adottato dal quartiere e dalla città. Tra curiosità (“quando ero in giro ad Amburgo la gente mi guardava. Un nero! E non c’era niente di male”) e affetto. Con Acolatse, ricercatissimo dalle grandi aziende locali per la sua popolarità, che riceveva puntualmente inviti da parte in gente comune per passare del tempo con loro. Lui spesso accettava e con il suo sorriso cancellava il timore iniziale di chi un nero non l’aveva mai visto. Non mancavano gli insulti, ma secondo Guy solo per le sue prestazioni. “Quando tu giochi male i spettatori ti insultano – ricorda nella stessa intervista il giocatore che in Germania aveva anche provato a seguire un corso per tecnico TV, poi abbandonato perché era impossibile conciliarlo con il suo lavoro – perché vogliono che tu giochi bene. La gente diceva. Hey Guy, se non segni ti diamo una banana, piccola scimmia. E se tu segnavi uno o due gol ma si perdevano erano anche più duri”. E quando qualcuno tra gli avversari provava a dirgli qualcosa lui, che festeggiava i suoi gol facendo un salto mortale, rispondeva con ironia. “Se mi tocchi, io ti mordo. Hey, il nero morde. Loro erano più vecchi di me, ma avevano paura”. La vita di Acolatse al St.Pauli cambia quando Westphal, dopo un solo anno lascia la panchina del club di Amburgo. Arriva prima Otto Coors, con cui passa da titolare a riserva e poi Kurt Krause. “Mi disse senza darmi spiegazioni che per me non c’erano più possibilità” spiegherà nel 2010. Il giocatore togolese, che nel frattempo si è sposato con una donna del luogo, decide così di trasferirsi ai rivali cittadini del HSV Barmbek Uhlenhorst. Tornerà al St.Pauli nel 1970, ma per giocare “solo” nella squadra riserve. “In qualche modo era come la mia famiglia” dirà sempre ad a&k. Si ritirerà a metà degli Anni Settanta e inizierà ad allenare squadre locali. Lascerà la sua amata Amburgo, dove vive ancora il figlio avuto dalla prima moglie, all’inizio degli Anni Ottanta, volando a Parigi per accettare un’offerta del PSG che gli proponeva di occuparsi di calcio giovanile.

Sulle rive del Mare del Nord ci tornerà poche volte, ma “La porta del mondo” gli è sempre rimasta nel cuore. Tanto che quando racconta a qualcuno che era in Germania già nel 1963, lo sfidano ad entrare da solo in una Kneipe, in una taverna, per ordinare qualcosa da bere. Lui lo fa, chiedendo nel suo ancor buon tedesco una Alsterwasser, come ad Amburgo chiamano la birra e limonata. Perché gli anni in cui era la “Perla Nera” non si possono cancellare. Neanche dopo più di mezzo secolo.

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In fuga per il calcio, la storia dell’Union 06 Berlin

Il Poststadion è uno degli stadi più particolari di Berlino. Si trova a Moabit, nella vecchia Berlino Ovest, sulla sua facciata campeggia un orologio ed è stato costruito tra il 1926 e il 1929 all’interno di un complesso che in origine comprendeva dieci campi e uno stadio per il tennis, quattro terreni da calcio e una vasca polivalente per il nuoto e il canottaggio. Un luogo di sport, progettato da Georg Demmler, architetto, atleta e funzionario sportivo, che negli Anni Trenta ha ospitato eventi importanti, come il match di pugilato tra l’idolo locale Max Schmeling e il basco Paulino Uzcudun nel 1935 o le partite del torneo olimpico di calcio dell’anno seguente. Qui infatti l’Italia di Vittorio Pozzo aveva cominciato contro gli Stati Uniti il suo cammino verso l’oro a cinque cerchi e la Germania aveva interrotto il suo con la Norvegia. Questo impianto, ricostruito parzialmente e riaperto nell’agosto 1945, ora è la “casa” di alcuni club calcistici della Capitale. Come l’AK Berliner 07, ora in quarta serie e il SC Union 06 Berlin, che attualmente milita nella Bezirksliga Staffel 3, quasi sul fondo del sistema calcistico tedesco.

Una squadra, quest’ultima, dal presente anonimo ma che nasce da un atto di ribellione. E di amore per il Gioco. Germania occupata, fine degli Anni Quaranta. A quell’epoca Berlino è uno dei luoghi di tensione della neonata Guerra Fredda. Divisa in quattro settori e poi,con l’unione della zona americana, francese e britannica, in due, nella città del Brandeburgo le potenze vincitrici stanno giocando una partita importante nel dominio dell’Europa. Per undici mesi tra il giugno 1948, all’indomani dell’introduzione del nuovo marco tedesco e il maggio 1949 le truppe sovietiche bloccano gli accessi al settore occidentale della città, che sopravvive soprattutto grazie ai rifornimenti del ponte aereo più imponente della Storia, organizzato da Francia, Regno Unito e Stati Uniti.

In questa situazione complicata e in continuo divenire scorre il calcio. Non si è praticamente mai fermato dalla fine della guerra. A differenza di quanto succede nell’amministrazione non c’è divisione. Club di Berlino Ovest e Berlino Est giocano insieme con la massima serie, la Stadtliga Berlin, che dà diritto per a partecipare alla fase finale del campionato di Germania. Di tutta la Germania. Tra le formazioni che disputano la “Serie A” del calcio berlinese dal 1947 c’è pure SG Oberschöneweide, che a partire dal 1948, in obbedienza alle direttive delle autorità sportive, ha aggiunto al suo nome la denominazione socialisticamente accettabile di “Union”, quella che ironia della sorte, aveva pure prima del conflitto. Il club ha sede nel quartiere operaio di Köpenick e la sua casa è allo Stadion An der alten Försterei, riaperto poche settimane dopo la fine della guerra. E quelli dell’Union sono tutt’altro che dei comprimari della Stadtliga. Nel 1948 vincono il campionato da neopromossa e si qualificano così per i quarti di finale del campionato pantedesco. L’avversario è il St.Pauli all’Olympiastadion. In un match giocato praticamente in casa davanti a 70mila spettatori gli Eiserne ne prendono sette. A zero. Per più di quarant’anni quello sarà l’ultimo match ufficiale, non di Coppe Europee, tra formazioni delle due Germanie.

Archivio Union Berlino

Due anni dopo, nel 1950, quando con il secondo posto nella massima serie cittadina dietro il Tennis Borussia Berlin, club della parte occidentale della città, i ragazzi di Oberschöneweide riconquistano il pass per la fase finale, tutto è cambiato. In quello stesso anno, a meno di dodici mesi dalla nascita delle due Germanie, la neonata associazione calcistica di Berlino Ovest e la DFB annunciano per la stagione seguente, l’introduzione anche nella capitale del Vertragspielerstatus. In altre parole i giocatori che parteciperanno alla Stadtliga riceveranno un corrispettivo economico. Non è uno stipendio vero e proprio, ma per i vertici del Deutsche Sportausschuß, il massimo organismo sportivo della neonata Repubblica Democratica Tedesca, è troppo. Secondo le loro idee il nuovo status di atleti “retribuiti” non sarebbe funzionale alla costruzione di “vero movimento democratico di sport popolare”. I vertici ordinano il ritiro delle squadre di Berlino Est dalla successiva edizione della Stadliga e contestualmente negano, come già avevano fatto nel 1948 con il SG Planitz all’Union Oberschöneweide i permessi per andare a giocare il primo turno del torneo pantedesco in programma a Kiel, in Germania Ovest, conquistato dopo un doppio spareggio con il Berliner SV 92.

A differenza del club di uno dei quartieri di Zwickau giocatori e allenatori del club di Köpenick decidono di disobbedire. “Approvavamo tutti l’adozione del Vertragspielerstatus – racconterà anni dopo Richard „Hardi“ Strehlow, il capitano della squadra – così che i pagamenti non sarebbero stati più illegali e ci vedevamo, a causa del divieto di viaggiare, colpiti nella nostra libertà di calciatori”. Il 28 maggio la formazione guidata in panchina dall’ex Hertha Berlin Hannes Soebek parte dall’aeroporto militare di Gatow a Berlino Ovest diretta nel nord della Repubblica Federale. Se ne va di fatto la squadra titolare, a partire da Paul Salitsch, il bomber della squadra. A Kiel, come all’Olympiastadion nel 1948, non andrà bene. Anzi. Sconfitta 7-0, ma l’inizio di una nuova vita, supportata da chi nella parte occidentale della città ha provveduto a fornire alloggio e un lavoro ai fuggitivi. Il 9 giugno 1950 nei locali del Süd-Ost-Kasino, a due passi dal fiume Spree, i fuggitivi fonderanno un nuovo club: l’Union 06 Berlin e.V, che gioca le sue partite proprio al Poststadion.

L’esempio della prima squadra lo seguiranno anche diversi giocatori della giovanili, tanto che nell’agosto 1950 su 168 membri, 95 vengono da Berlino Est. Accanto a loro un altro gruppo di Oberschöneweider darà vita a una società, poi discioltasi, il BBC Südost, con sede a Kreuzberg, a poche centinaia di metri da dove nel 1961 verrà fatto passare il Muro. A parte qualche sussulto negli Anni Cinquanta e una qualificazione alla Coppa di Germania a metà Anni Settanta l’Union 06 Berlin, che gioca in biancoblù, non rivivrà più i fasti del passato, scivolando nelle retrovie del calcio cittadino e nazionale. Non mancheranno però gli incontri con i cugini dell’Union. Nel 1952, a Walter-Ulbricht-Stadion di Berlino Est, il primo (2-0 per gli ospiti), nel 2015, il 18 gennaio, al Poststadion l’ultimo: 7-1 per l’Union di Köpenick già in 2.Bundesliga. Un match con uno scopo speciale: quello di far vivere un pomeriggio diverso ai tanti profughi che in quel momento stavano arrivando a Berlino. Come era capitato al SC Union 06 nella tarda primavera del 1950.

Il record sconosciuto di Ottmar Hitzfeld

È l’unico allenatore di lingua tedesca, insieme a Ernst Happel e Jupp Heynckes, ad aver vinto una Coppa dei Campioni/Champions con due club diversi e il solo ad averlo fatto con due squadre di Bundesliga. Ottmar Hitzfeld, classe 1949, prima di diventare con 25 trofei il tecnico più vincente della storia del Fussball, è stato un ottimo calciatore. Non un campione, ma uno che segnava. E tanto. Qualcuno, alla vigilia delle Olimpiadi di Monaco 1972, a cui aveva partecipato insieme al 20enne Uli Hoeneß, l’aveva addirittura soprannominato “il piccolo Gerd Müller” per le affinità realizzative con il bomber del Bayern Monaco. A quell’epoca Hitzfeld, che deve il nome di battesimo Ottmar all’ammirazione del padre dentista per Ottmar Walter, uno degli eroi del “Miracolo di Berna”, gioca al Basilea in Svizzera, dove lui, nato a Lörrach, ai bordi della Foresta Nera, a pochi chilometri dal confine passerà buona parte della carriera.

Dai rossoblù lo preleverà nel 1975 lo Stoccarda, in quel momento nella neonata 2.Bundesliga divisa in due gironi, dove gli Schwaben erano scesi per la prima volta dal 1924. È probabilmente uno dei momenti più bui della storia del club, aggravato dai problemi finanziari dei biancorossi. Anche per quest’ultima ragione la dirigenza guidata dall’aprile 1975 da Gerhard Mayer-Vorfelder decide di puntare su una rosa composta principalmente da giovani (il più “anziano” in rosa è proprio Hitzfeld) provenienti dalla regione, tra cui le future stelle Karlheinz Förster, Hansi Müller e Dieter Hoeneß. La prima stagione è un flop, la seconda, la 1976/1977, un lunghissimo testa a testa con il Monaco 1860 e con i Kickers Offenbach.

Alla penultima giornata i biancorossi di Jürgen Sundermann sono in testa alla classifica, ma per la promozione diretta (una per ogni girone di 2.Bundesliga) niente è ancora deciso. Il calendario oppone gli Schwaben al SSV Jahn Regensburg, compagine bavarese, che sta lottando per non retrocedere in Amateurliga, la terza serie. Il match è in programma venerdì 13 maggio al Neckarstadion di Stoccarda. Si gioca di sera e una vittoria potrebbe trasformare l’ultimo incontro con l’Eintracht Trier, ormai salvo, in poco più che una formalità. Nonostante sia i biancorossi sia il Regensburg abbiano ancora un obiettivo da raggiungere quello che va in scena a Stoccarda è un match a senso unico. Al 43′ il risultato è sul 5-0. E quattro gol li ha messi a segno proprio Hitzfeld. Nella ripresa l’attaccante, che al fischio d’inizio era fermo a quota 16 gol in stagione, ne farà altri due. “Nel secondo temporacconterà lo stesso numero 7 in svariate intervisteera quasi penoso per me, perché pensavo che anche i miei compagni di squadra avrebbero voluto segnare dei gol”. Al 90′ le reti degli Schwaben saranno otto (a zero) e quello di Hitzfeld sei. Nessuno ha mai realizzato così tanti gol in un singolo match di 2.Bundesliga e la sesta rete è anche la centesima in campionato dello Stoccarda. Una prestazione meravigliosa, coronata la settimana successiva dalla promozione (con uno 0-0 a Trier), che per Ottmar ha un sapore speciale. Perché sulle tribune del Neckarstadion c’è anche suo padre, l’uomo che quando era bambino ogni domenica, per fargli sopportare la passeggiata in famiglia, gli lanciava un pallone da rincorrere. Hitzfeld, che aveva conseguito l’abilitazione per insegnare negli istituti tecnici matematica ed educazione fisica, lascerà Stoccarda un anno dopo per tornare in Svizzera, prima a Lugano per poi chiudere il suo percorso come calciatore al Lucerna.

Da quel Paese, dallo Zug94, inizierà anche la sua carriera da allenatore (durante la quale tra l’altro rifiuterà anche gli Schwaben), che tra 1998 e 2001 culminerà con le due Champions vinte. La seconda la conquisterà con il Bayern Monaco, dove a volerlo è Uli Hoeneß, proprio il ragazzo con cui aveva condiviso le Olimpiadi del 1972.

FC Saarbrücken, quattro gol per la Storia

Il Cinque aprile 2011 lo Schalke 04, da poche settimane in mano a Ralf Rangnick, sorprende l’Europa. Nell’andata dei quarti di finale di Champions League i Knappen, fino a qualche settimana prima guidati da Felix Magath, battono l’Inter di Leonardo al “Meazza”. E lo fanno con un risultato straordinario: 2-5, firmato da Matip, Raúl e dalla doppietta del brasiliano Edu più l’autogol di Ranocchia. Quell’impresa, oltre a valere allo Schalke di fatto una qualificazione storica alle semifinali, stabilisce anche un nuovo record, quello della vittoria con più gol di un club tedesco in Italia nelle Coppe Europee. Un primato che resisteva da quasi 56 anni e che era detenuto da un club, il FC Saarbrücken, oggi in quarta serie, che nel 1955 quando l’aveva conseguito, non era tedesco. O almeno non ancora. I neroazzurri infatti erano i rappresentanti della Saar, la regione al confine della Francia di cui Saarbrücken è capoluogo e che dal 1947 era diventato un protettorato francese, dopo essere stato occupato dagli Alleati nel 1945.

Uno Stato che aveva un parlamento, una costituzione, una moneta propria, ma anche delle istituzione sportivi, come la Saarländischer Fußballverband, la Federazione calcistica locale, fondata nel 1948 e presieduta dal 1950 da Hermann Neuberger, futuro capo della Federcalcio tedesca. Nonostante la situazione politicamente intricata ed economicamente complicata, il calcio nella Saar infatti non si è mai fermato. Dal 1945 i club della regione disputano i campionati in Germania, ma nel ’48 tutto cambia. Alle società locali viene proibito di giocare nelle leghe tedesche e imposto di disputare i tornei in Francia. In più la SFB, che nel ’50 prima della “sorella” DFB sarà ammessa alla FIFA, comincia a organizzare la Ehrenliga, la massima divisione della Saarland. Il Saarbrücken viene incluso nella seconda serie francese, fuori classifica e dato che si considera troppo forte per quel campionato manda la squadra riserve a disputare la Ehrenliga.

Dodici mesi più tardi, nel 1949 dopo aver vinto ufficiosamente la D2, il Saarbrücken, o meglio il Sarrebruck chiede addirittura l’ammissione alla Federazione francese presieduta da Jules Rimet ma i club, soprattutto quelli di Alsazia e Lorena obbligato durante la guerra a giocare nella Gauliga tedesca, dicono “no”. Così, per due anni, fino al ritorno (calcistico) in Germania delle squadre della Saar (c’era anche il Borussia Neukirchen), la prima squadra del Saarbrücken scenderà in campo solo per amichevoli e per la Internationaler Saarlandpokal , torneo a inviti organizzato dallo stesso club. E nella Oberliga Südwest, uno dei cinque gironi della allora massima serie del calcio tedesco, dove era stato inserito nel 1951 i neroazzurri fanno tutt’altro che male. Lo vincono nel 1952 e fino al 1955 non scenderanno mai sotto il quinto posto. Proprio in quest’ultima stagione il Saarbrücken manca la qualificazione alla fase finale, ma con la terza piazza si guadagna un posto nella neonata Coppa dei Campioni, organizzata dalla UEFA. Non come rappresentante della Germania (sarà il Rot-Weiss Essen di Helmut Rahn), ma della Saarland, che nel 1954, è stata una delle associazioni fondatrici della confederazione europea.

Il primo turno, che non è sorteggiato ma è stato deciso a tavolino dagli organizzatori è davvero ostico. Gli avversari infatti sono i campioni d’Italia del Milan. Hector Puricelli, tecnico dei rossoneri, ha a disposizione una rosa di altissima qualità, tre nomi su tutti: Cesare Maldini, Nils Liedholm e Juan Alberto Schiaffino. L’andata del doppio confronto è fissato per giovedì primo novembre 1955 a “S.Siro”. Non è una data qualsiasi, soprattutto per gli ospiti. Dieci giorni prima, il 23 ottobre, gli abitanti della Saarland hanno bocciato il referendum con ampia maggioranza che proponeva la nascita di uno stato indipendente sotto egida internazionale, dando di fatto il via al processo di ricongiungimento con la Germania. I nerazzurri, allenati da Hans Tauchert, allievo di Otto Nerz e tecnico multisport (nel 1933 aveva conquistato un titolo tedesco di pallamano con il Waldhof Mannheim) arrivano a Milano (in treno, tre giorni di viaggio) da assoluti outsider.

Anche se sono tutti dilettanti, per esempio Herbert Martin era un impiegato, non sono però la classica “cenerentola”. Anzi. Sono un gruppo affiatato e hanno una più che discreta esperienza internazionale. Nel 1951 hanno battuto al vecchio “Chamartin” 4-0 il Real Madrid e Jules Rimet, parlando di loro, li ha definiti “la squadra più interessante del Continente”. Molti poi come Werner Otto, l’unico calciatore che insieme a Herbert Binkert nel 2019 può ancora raccontare del FCS-Wunderteam, hanno anche giocato con la maglia della Nazionale della Saarland, allenata da Helmut Schön, che ha conteso a Norvegia e Germania Ovest, il pass per i Mondiali ’54, vinti proprio dalla Nationalmannschaft.

I 18mila spettatori di “San Siro” sono comunque convinti che in campo, agli ordini di Gottfried Dienst, il futuro arbitro di Inghilterra-Germania ’66, ci sarà poca storia. Al 5′ c’è già un gol, ma è del Saarbrücken con Peter Krieger. Il vantaggio dura poco, con i rossoneri che riescono prima a impattare con Frignani, poi a passare avanti grazie alle reti di Schiaffino e Dal Monte. La squadra della Saarland è però tutt’altro che in balia degli avversari e quando punge fa male. Come al 43′ quando Waldemar Philippi accorcia sul 3-2. La ripresa per il Milan è ancora più difficile. Il Saarbrücken corre, lotta e segna. Due volte, a cavallo di metà ripresa. Con Karl Heinz-Schirra e Herbert Martin. Sì l’impiegato. Il risultato 4-3 non cambierà più. I nerazzurri diventano la prima squadra con base in Germania a vincere un match in una competizione europea. Quell’impresa servirà a poco, perché il 23 novembre al ritorno il Milan vincerà 4-1, dopo essere stato bloccato sul 1-1 per più 75′ dal gol di Herbert Binkert, uno dei più talentuosi della squadra, assente a Milano per infortunio.

Quel doppio confronto sarà l’unico e l’ultimo della storia del Saarbrücken e di un club proveniente dalla Saarland. Poco più di un anno dopo quella sfida, il 1 gennaio 1957, infatti la regione diventerà il decimo Land della Germania Ovest. Chi tornerà nell’Europa calciastica sarà due stagioni dopo il tecnico del Saarbrücken Tauchert, ma sulla panchina del Borussia Dortmund. E non gli andrà bene. Ai quarti di finale uscirà, proprio a “San Siro”, contro il Milan, ancora un 4-1, con ancora Nils Liedholm in campo.

Bundesliga-Skandal, la pagina più nera del calcio tedesco

Sei giugno 1971, Horst-Gregorio Canellas, presidente del Kickers Offenbach, celebra il suo 50simo compleanno con una festa nella sua villa. Ci sono, oltre agli amici, giornalisti, e tanti dirigenti, tra cui Wilfred Straub, il segretario della Federcalcio tedesca e persino Helmut Schön, il ct della Nazionale. A parte il suo compleanno Canellas, commerciante all’ingrosso di frutti esotici, ha poco da festeggiare. Neanche 24 ore prima la sua squadra, che solo 12 mesi prima celebrava il suo unico successo nella DFB-Pokal, è retrocessa dalla Bundesliga alla Regionalliga, l’allora seconda serie. Durante la grigliata, il massimo dirigente dei Kickers, compie un gesto che lascia tutti a bocca aperta. Con un registratore fa ascoltare ai presenti un nastro, dove alcuni giocatori, Manfred Manglitz del Colonia, Bernd Patzke e Tasso Wild dell’Hertha Berlino, si accordano per manipolare alcuni risultati della Bundesliga appena terminata. Molti sono attoniti, qualcuno, come Helmut Schön, che lascia subito la festa, sono imbarazzati. I giornalisti presenti a casa Canellas riportano tutto alle loro redazioni.

Poche ore dopo i tifosi tedeschi iniziano a conoscere i dettagli di una storia che è iniziata qualche mese prima, nel marzo 1971. Quando la dirigenza dell’Arminia Bielefeld, quasi spacciata dopo un 5-0 subito proprio dai Kickers Offenbach, decide di cercare altri mezzi per evitare la retrocessione. Contatta attraverso Waldemar Slomiany, un “ex”, lo Schalke 04 e propone di pagare 40mila marchi per perdere l’incontro del 17 aprile. Per i giocatori di Gelsenkirchen la Bundesliga ha pochi obiettivi e quei soldi fanno comodo. Avvisano tutti, tranne Dieter Burdenski, il 21enne portiere di riserva, che para tutto il parabile, fino a quando Reinhard “Stan” Libuda, terzo al Mondiale 1974 e stella dei biancoblù, non gli fa presente che sarebbe meglio “farsi da parte”. All’83’ l’Arminia riesce a segnare e tutto va come concordato. I Bielefelder acquistano altri due successi, uno con lo Stoccarda e uno con l’Hertha Berlino, in trasferta nella giornata conclusiva del campionato.

Reinhard Libuda

In quest’ultimo match, che era terminato tra i sospetti e le proteste dei tifosi della “Alte Dame”, i nerobiancoblù non erano stati gli unici a provare la combine. Infatti, oltre aI club del Nordrhein-Westfalen che aveva offerto 260mila marchi agli Herthaner per perdere, anche il Kickers Offenbach, che il 5 maggio aveva già dovuto pagare 25mila marchi a Manglitz per evitare che come il portiere aveva minacciato “Facesse passare qualcosa” contro i rivali del Rot-Weiss Essen, aveva messo sul piatto 160mila DM per vincere. Un sistema di corruzione che vedeva protagonista l’Arminia, che all’ultimo turno avrebbe anche versato 140mila marchi all’Eintracht Braunschweig per battere i rivali del Rot-Weiß Oberhausen, ma anche altre squadre invischiate nella lotta per non finire in 2.Bundesliga. Per esempio lo stesso RW Oberhausen, che aveva comprato il 22 maggio il match con il Colonia e il Duisburg che nello stesso giorno aveva ricevuto una somma per perdere con l’Arminia, ma a risultato non concretizzato, per l’opposizione di buona parte della rosa, aveva restituito il denaro.

Manfred Manglitz/ImagoSportDienst

Una trama intricata, con tratti da spy story che era toccato districare a Hans Kindermann, dal 1963 il presidente della commissione di controllo della DFB. Già il 24 giugno, nemmeno tre settimane l’inizio dello scandalo, già arrivano i primi verdetti. Alla fine ci saranno 52 giocatori di 10 squadre coinvolti più due allenatori, Egon Piechaczek del Bielefeld e Günter Brocker del Rot-Weiß Oberhausen. Le condanne andranno dai pochi mesi, per esempio per Burdenski fino alla radiazione. Invariata invece rimane la classifica, con lo Stuttgarter Kickers a cui viene revocata la licenza, mentre l’Arminia verrà retrocesso in Regionalliga, sì, ma al termine della stagione 1972/1973. Pochissimi squalificati, complice anche le preoccupazioni per l’immagine dell’imminente Mondiale casalingo del ’74, sconteranno l’intera sospensione (di fatto quelli che non pagarono multe e spese processuali) e alcuni dei quali, come per esempio Patzke, nel periodo di stop forzato si trasferiranno in Sudafrica, sfruttando l’esclusione della Federazione locale e dell’annesso campionato dalla FIFA, per l’apartheid, circostanza che non rendeva validi nel Paese i provvedimenti emessi dal massimo organismo del calcio mondiale. La Bundesliga, che anche causa di quell’estate movimentata abolirà il tetto agli ingaggi e introdurrà una seconda serie professionistica e a giro unico, pagherà lo scandalo con calo di spettatori, investimenti e interessi. Per far tornare la fiducia ci vorrà il Mondiale e una squadra piena di campioni, che nel 1974 conquisterà il titolo iridato.

Il Mondiale mancato di Willi Lippens

Con me l’Olanda nel 1974 avrebbe vinto il Mondiale. E ci sarebbe stato solo un tedesco campione del mondo”. È questo il pensiero che Willi Lippens, all’epoca 29enne bandiera del Rot-Weiss Essen, ripete ai giornalisti ogni volta che glielo chiedono. Lo fa dal 7 luglio 1974, da quando la Germania Ovest di Franz Beckenbauer ha conquistato la Coppa del Mondo, battendo l’Olanda di Johan Cruijff. Quella partita per Lippens, ala talentuosissima con il vizio del gol, non è un match qualsiasi. Perché Willi, nato nel 1945 a Hau e cresciuto a Kleve, nella parte occidentale del Nordrhein-Westfalen, al confine tra i Paesi Bassi e la Repubblica Federale, è figlio di una donna tedesca e di un uomo olandese. Lui, che nel ’74 ha già segnato più di 150 gol con i biancorossi, la finale dell’Olympiastadion la potrebbe disputare con una delle due maglie. Indifferentemente, visto che ha il doppio passaporto. Con la maglia oranje ha giocato nel 1971, sotto la gestione del ct di origine cecoslovacca František Fadrhonc, una partita di qualificazione agli Europei ’72 contro il Lussemburgo. Sul campo è andata bene (6-0 con una rete per Lippens), molto meno bene è andata fuori. L’impatto con i compagni è pessimo: mentre vanno alla partita Rinus Israël, capitano del Feyenoord e una delle colonne della squadra, sente alla radio una stazione tedesca che trasmette Schlagermusik, tipica della Repubblica Federale. La leggenda racconta che abbia esclamato “Non posso sopportare questa musica da nazisti”. E il suo compagno Wim Van Hanegem non lo sopporta perché è tedesco (ha perso parte della famiglia durante la guerra) e lo prende in giro perché parla come Paperino. Quella sarà l’unica presenza con l’Olanda di Lippens.

Come Fadrhonc anche Helmut Schön, ct della Germania Ovest ha cercato il ragazzo del Rot-Weiss Essen. A bloccare una possibile convocazione è lo stesso giocatore. Non perché non voglia, ma perché a non volere è suo padre, che durante la guerra era stato perseguitato dai tedeschi. “Mi ha detto – ricorderà Willi anni dopo – che avessi giocato per la Germania, non mi avrebbe più fatto entrare in casa”. Non aver giocato un Mondiale ed essere stato di fatto una “comparsa” sulla scena internazionale non cancella la carriera di Lippens, che al di là dei numeri (più di 200 reti a Essen, più del suo idolo Helmut Rahn) ha molto da raccontare. Willi, soprannominato da un giornalista “Ente”, papera, per il suo caratteristico modo di correre, è stato un giocatore geniale, capace di proporre giocate raffinate e fantasiose, ma anche uno dei personaggi più controcorrente del calcio tedesco degli Anni Sessanta e Settanta. Uno che nel 1965, durante un tesissimo derby tra Rot-Weiss Essen e Westfalia Herne, dopo essere stato maltrattato dai difensori, accenna una reazione e viene redarguito dall’arbitro. “La avverto” lo mette in guardia il direttore di gara. “Ich danke Sie”, La ringrazio, la risposta fulminea di Lippens (con un errore di grammatica). Espulso e due settimane di squalifica per “comportamento irriguardoso”. O uno che prima di una partita casalinga con il Bayern propose al portiere avversario Sepp Maier di fare un siparietto, con il giocatore ospite che gli avrebbe giocato il pallone sul rinvio e lui glielo avrebbe restituito. Ovviamente la risposta del numero uno anche della Nazionale fu un “no”.

Uno che parlava tanto, pure troppo in campo e che aveva una vittima privilegiata, Berti Vogts, il terzino del Borussia Mönchengladbach. Lippens lo instupidisce a parole e a dribbling.”Quando sapeva che avrebbe giocato contro di me – racconterà in un’intervista a RP Online Willi, che al contrario soffriva tantissimo le “cure” di Hermann Gerland del Bochum– già una settimana prima era nervoso”. Un tipo particolare, che dopo aver giocato per il Borussia Dortmund, aver fatto un breve passaggio negli USA ai Dallas Tornado e aver chiuso tra Rot- Weiß Oberhausen e l’amato Rot-Weiss Essen si è staccato quasi completamente dal mondo del calcio professionistico. Con i dollari “leicht verdient”, guadagnati facilmente negli States, ha aperto un ristorante a Bottrop, non lontano da Gelsenkirchen. E indovinate come si chiama? Ich danke Sie. Nel 2015 un’ultima incursione, piccola, nel Fussball. Il Rot-Weiss Essen, che gli ha dedicato una tribuna del nuovo stadio, per il suo 70simo compleanno gli vuole far giocare almeno un minuto con la tanto amata maglia biancorossa. Non ci riuscirà, ma solo perché la situazione di classifica del club non è così stabile. Ma Willi, la papera, l’ha presa sul ridere. Come sempre.

Coppa di Germania ’85, la vittoria dell'”altro” Bayer

Nel prossimo futuro il KFC Uerdingen 05 potrebbe diventare il terzo club tedesco, dopo il Borussia Dortmund e l’Unterhaching, a essere quotato in Borsa. Un evento importante, per una squadra che milita dal 2018 in 3.Liga, la terza serie, ma che per buona parte degli Anni Ottanta e la prima metà dei Novanta è stata una presenza quasi fissa in Bundesliga. Erano i tempi della sponsorizzazione del colosso farmaceutico Bayer, la cui squadra del locale stabilimento si era fusa nel 1953 con il FC Uerdingen 05, dando vita al FC Bayer Uerdingen 05. Quarantadue anni di collaborazione (terminata nel 1995), durante i quali i rossoblù sono protagonisti di una delle sorprese più grandi nella storia della Coppa di Germania. È il 1985 e al termine di una discreta stagione in Bundesliga, conclusa al settimo posto il club di Krefeld, una delle frazioni di Uerdingen, si gioca la finale della DFB-Pokal. È la prima che viene disputata, per volontà dei vertici della Federcalcio della Repubblica Federale e non senza polemiche, all’Olympiastadion di Berlino Ovest, nella capitale allora divisa della Germania. I rossoblù, allenati dall’ex bandiera del Rot-Weiß Oberhausen Karl-Heinz Feldkamp, sono arrivati ai piedi del Muro superando in semifinale il Saarbrücken, all’epoca militante in 2.Bundesliga grazie al gol del centrale Brinkmann e ai quarti di finale hanno estromesso il Werder Brema di Otto Rehhagel, battuto in casa e in rimonta, con la rete decisiva dell’islandese Lárus Guðmundsson.

Di fronte agli uomini di Feldkamp, che schiera a centrocampo i fratelli Funkel, Wolfgang mediano e Friedhelm attuale allenatore del Fortuna Düsseldorf rifinitore, c’è il Bayern Monaco di Udo Lattek. I bavaresi, che hanno eliminato in semifinale ai supplementari il Borussia Mönchengladbach, hanno appena vinto la Bundesliga e con il trio Augenthaler, Matthäus e Dieter Hoeneß sono gli assoluti favoriti per fare il “double” coppa-campionato. A loro favore ci sono anche i numeri: sei finali giocate, sei vittorie. In un caldo soffocante (35 gradi) e davanti ai 70mila spettatori dell’Olympiastadion, molti dei quali, provenienti dalla Baviera e dal Nordrhein-Westfalen, attraversano per la prima volta la DDR, però tutto andrà in maniera diversa. Anche se all’8′ è il Bayern ad andare in vantaggio con un gran gol, dribbling secco e tiro di sinistro del giovane Hoeneß. L’1-0 però dura solo sessanta secondi, perché, rimessa la palla al centro, un cross dalla destra del Bayer Uerdingen viene deviato da un difensore del Monaco e finisce tra i piedi di Horst Feilzer, l’eroe della promozione dei rossoblù nel 1983 con una doppietta nello spareggio con lo Schalke 04. Il Bomber aus Osnabrück colpisce forte e Aumann non può nulla. Un avvio con il botto che è il primo capitolo di una partita combattuta, in cui a sorprendere sono proprio i Krefelder. Formazione ordinata che corre tanto, gioca semplice ed è rapidissima a verticalizzare, come quando Feilzer supera Aumann con un bel tocco dopo essere stato lanciato a rete con un filtrante. L’arbitro annulla, anche se al replay sembra tutto regolare.

E sarà proprio una decisione di Werner Föckler a dare una svolta al match.. Al 48′ il fischietto renano mostra per un fallo da dietro a centrocampo il cartellino rosso a Wolfgang Dremmler, peraltro già ammonito. Da quel momento il Bayer cresce per intensità e presenza nell’area avversaria, riuscendo a concretizzare al 68′ con una rete da attaccante vero di Wolfgang Schäfer. Il 2-1 non cambierà più, con i calciatori dell’Uerdingen festeggiati dai loro tifosi ma anche da quelli neutrali, prima di ricevere un’accoglienza trionfale in Nordrhein-Westfalen, dove qualcuno porterà la DFB-Pokal addirittura in calesse.

Quel momento di gloria, ad ora l’unico trofeo di un club che ha in rosa attualmente un campione del mondo come Kevin Großkreutz, non sarà l’ultimo del Bayer. Un anno dopo a fine Bundesliga gli uomini di “Kalli” Feldkamp saranno clamorosamente terzi e soprattutto arriveranno alla semifinale di Coppa delle Coppe, il loro massimo traguardo europeo. E non lo raggiungeranno in una maniera qualsiasi ma eliminando ai quarti la Dinamo Dresda di Sammer e Kirsten, battendola 7-3 in casa, dopo aver perso 3-1 all’andata ed essere stata sotto con lo stesso punteggio a 45′ dal termine. Sei gol in un tempo che prenderanno il nome di “Das Wunder von der Grotenburg” dal nome dello stadio in cui si giocò e che a inizio 2000 fu scelto per girare la storia di un altro miracolo, quello di Berna.