Roger Van Gool, il primo “milionario” della Bundesliga

25 aprile 1976, stadio De Kuip, Rotterdam. Olanda e Belgio si stanno giocando l’andata dei play off che valgono un pass per l’Europeo che si disputerà due mesi dopo in Jugoslavia. Tra i quasi 49mila spettatori sugli spalti, ce n’è uno venuto dalla Germania. Si chiama Rolf Herings e dal 1969 collabora con il Colonia, come preparatore atletico e come allenatore dei portieri. Il 36enne, un ottimo ex atleta (settimo ai Giochi di Tokyo nel lancio del giavellotto), è sulle rive del Mare del Nord per cercare un attaccante esterno per i Geißböcke, che dalla stagione 1976/1977 saranno di nuovo allenati da Hennes Weisweiler, di ritorno dalla poco felice avventura a Barcellona. Sul suo taccuino, nonostante l’osservato speciale sia soprattutto l’oranje René van de Kerkhof, al termine rimane un altro nome. È quello di Roger Van Gool, giocatore del Belgio (sconfitto 5-0 in quella partita) e calciatore del Bruges di Ernst Happel, che da lì a poco si sarebbe giocato la finale di Coppa UEFA con il Liverpool. Herings si consulta con il direttore sportivo Karl-Heinz Thielen. Il dirigente, punto fermo del Colonia tra gli Anni Cinquanta e Sessanta, decide qualche settimana dopo di andare a vedere l’attaccante di persona in un match del campionato belga contro l’Anderlecht. I neroblu perdono nettamente come a Rotterdam (4-1) ma Thielen è conquistato da Van Gool. Da convincere, prima di intavolare definitivamente la trattativa è Weisweiler, che nonostante apprezzi le qualità del giocatore, aveva confessato a Herings. “Come può aver giocato bene se i suoi hanno perso così nettamente?”. Decisivo è la prova che viene organizzata a Colonia per il belga.

Herings ha paura che il tecnico possa non volere Van Gool, anche perché l’esterno dei “Diavoli Rossi” è in condizioni fisiche precarie, con un’infezione che gli rende difficile respirare. Tutto però fila liscio, nonostante le evidenti difficoltà dell’attaccante. Con il consenso del giocatore (“Non ho avuto bisogno di molto per riflettere”– ricorderà al sito della rivista 11 Freunde anni dopo – il Colonia era una grande squadra, la città era vicina al confine con il Belgio, così i miei genitori potevano venire a vedermi nelle partite in casa. La lingua non era un problema e dal punto di vista finanziario era un trasferimento vantaggioso”) c’è da trovare l’accordo con il Bruges.. La richiesta dei finalisti di Coppa UEFA sorprende tutti, perché supera il milione di marchi. Nessun club della Bundesliga ha mai staccato un assegno a sette cifre per un giocatore. Thielen riflette, pensa, poi decide di correre il rischio. Quando la cifra circola nella Repubblica Federale si va dall’indignazione all’ironia. “Per un milione mi sarei comprato più volentieri un Van Gogh che un Van Gool” dice Jean Löring, patron dei “cugini” del Fortuna Köln. L’affare va in porto in extremis, con i documenti che arrivano alla DFB, la Federazione tedesca, a 10 minuti dalla chiusura del mercato. Quell’operazione si rivelerà azzeccata, perché Van Gool diventa un elemento importante nello scacchiere di Weisweiler, completando un reparto offensivo che contava due ottimi elementi come Hannes Löhr e soprattutto il bomber Dieter Müller. Nelle prime tre partite il belga segna due reti. “Sono costato molti soldi ma ho anche qualcosa da dare” dirà all’indomani di questa partenza sprint.

Un ottimo giocatore, che riesce a entrare subito in sintonia con i compagni, i tifosi e allenatore. Anche perché il 26enne belga si comporta tutt’altro che da star. Battuta pronta, sorriso e grande disponibilità. Sul campo poi il biennio ’76-’78 è di altissimo livello con due Coppe di Germania (nella finale del ’78 sarà lui a segnare il gol della “sicurezza” in finale con il Fortuna Düsseldorf) e un Meisterschale conquistato dopo aver messo a segno 12 reti, in una stagione conclusa con il secondo “double” della storia della Bundesliga. In più una semifinale di Coppa dei Campioni giocata nel 1979 contro il Nottingham Forest di Clough. All’andata al City Ground Van Gool è protagonista con una rete e due assist per il 3-3 finale. I tedeschi non andranno in finale e quella Coppa mancata rimane uno dei rimpianti del belga. „Vincerla sarebbe stato il massimo per me – ha dichiarato anni dopo sempre a 11 Freundema siamo stati un po’ presuntuosi ad aver creduto che ormai tutto fosse già deciso“. Quel match sarà il punto più alto della carriera in biancorosso di Van Gool.

L’“uomo da un milione di marchi“, che in quel periodo ha avviato insieme a un tifoso belga un fiorente commercio di auto diesel dalla Germania Ovest verso il suo Paese, calerà, complice anche qualche infortunio, nel suo rendimento, tanto che nell’ultima stagione di fatto sarà una comparsa. Il Colonia lo cederà nel 1980 al Coventry, dopo essere stato a un passo dai New York Cosmos, dove lo avrebbe voluto il suo mentore in Germania Weisweiler. Van Gool, dopo un iniziale sì rifiuta, proprio su consiglio del tecnico tedesco. Van Gool smetterà di giocare nel 1985, dopo aver lasciato ottimi ricordi in Francia al Nîmes con cui conquista un promozione in Ligue 1 e aver giocato l’ultima stagione al St.Niklaas in Belgio, non lontano da dove tutto era cominciato.

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Donne e Fussball, il lungo cammino della Germania

Otto titoli europei, due Mondiali e un oro olimpico. Nella storia del calcio femminile ci sono poche nazionali più vincenti di quella tedesca. Un percorso, quello della Nationalmannschaft der Frauen, che ha esordito ai Mondiali di Francia 2019 con una vittoria di misura sulla Cina, cominciata con un rifiuto. È il 1955 ed è la DFB, la Federazione tedesca, nella sua assemblea annuale, a bandire il calcio femminile. Tra le motivazioni quella che “questo tipo di sport di contatto è lontano dalla natura delle donne”. Ci vorranno quattordici anni e migliaia di partite (una il 23 settembre 1956 a Essen contro l’Olanda può essere considerato il primo match di una selezione non ufficiale tedesca), perché questo divieto, che peraltro non esisterà mai nella vicina Germania Est, venga rimosso. Nel 1970, quando il Frauenfussball viene “legalizzato”, ci sono circa 50-60mila calciatrici, la maggior parte delle quali più o meno legalmente nei club affiliati, numeri che fanno temere ai dirigenti federali una scissione da parte delle ragazze.

Quattro anni dopo, nel 1974, l’anno d’oro del Fussball, nascerà il primo campionato tedesco. Lo conquista il TuS Wörrstadt, club della Renania Palatinato, dopo un torneo con una fase preliminare con quattro gironi, semifinali e finali tra le vincenti dei raggruppamenti. A mancare però è ancora la Nazionale. Per dare la spinta decisiva alla sua nascita serve un episodio casuale, che coinvolge nel 1980 Horst Rudolf Schmidt, alto funzionario federale. Mentre si trova a Taiwan con una formazione giovanile dell’Eintracht Francoforte, Schmidt, futuro segretario della DFB, riceve l’invito da parte dei locali a far partecipare una selezione tedesca al mondiale non ufficiale del 1981. I taiwanesi ignorano che la Germania, allora dell’Ovest una Nazionale non ce l’ha e Schmidt decide di spedire in Estremo Oriente il SSG 09 Bergisch-Gladbach, la formazione che domina da qualche anno il campionato della Repubblica Federale. Le ragazze di Anne Trabant, che allena e gioca, vincono e convincono, ripetendosi poi anche nel 1984.

Ai vertici della DFB, dove dal 1977 siede come referente per il Frauenfussball Hannelore Ratzeburg, si accorgono che non si può più rimandare, visto che molti Paesi hanno già una selezione femminile e che la UEFA sta organizzando le prime qualificazioni all’Europeo. È l’inizio del 1982 e il compito di formare la Nationalmannschaft der Frauen viene affidata a Gero Bisanz, all’epoca docente per allenatori alla Deutsche Sporthochschule Köln, il miglior istituto superiore di educazione fisica del Paese. “Non ho idea di cosa sia il calcio femminile” dirà l’allora 47enne al presidente della Federazione Neuberger quando gli offre questo nuovo incarico. Non lo conosce e neppure sa dove poterlo trovare, tanto che ascolta il consiglio di una sua studentessa Tina-Theune-Mayer. “Vada a Bergisch Gladbach”. Da lì tornerà con un’altra idea del calcio femminile.

Undici mesi e due stage dopo, entrambi a Duisburg, il 10 novembre 1982, la Nationalmannschaft der Frauen debutta all’Oberwerth-Stadion di Coblenza contro la Svizzera, come quasi 80 anni prima, era capitato alla Nazionale maschile. In campo, davanti a 5500 spettatori, compreso Jupp Derwall il ct della Nazionale, scende il “blocco” del Bergisch Gladbach, guidato da Anne Trabant e da Gaby Dlugi-Winterberg, la più anziana tra le tedesche, più alcune giovanissime come Birgit Bormann, 17enne del SC Bad-Neuenahr. “Per me è stato un sentimento inaspettato – dirà nel 2017 al sito della Dfb Petra Landers, uno dei tre difensori sul terreno di gioco quella sera– solo un anno prima mi ero trasferita al Bergisch Gladbach dal TuS Harpen per vedere se riuscivo a fare strada nel calcio”. “C’erano tante situazioni per noi poco abituali – prosegue – uno stadio pieno che ci aspettava con gioia, durante il riscaldamento sono arrivati i giornalisti, uno si è avvicinato a me per chiedermi cosa provassi. Era semplicemente incredibile”. Sul campo è un trionfo. La Germania Ovest vince 5-1 con il primo gol siglato da Doris Kresimon, le reti di Ingrid Grebauer e di Birgit Bormann. Mattatrice della serata è una delle teenager della squadra di Gero Bisanz. Ha 18 anni, gioca nel Sportclub Klinge Seckach e di mestiere fa la centrocampista. Si chiama Silvia Neid. Entra al 41′, al terzo pallone segna il 3-0, per poi chiudere i conti con il 5-1.

Nemmeno sette anni dopo quel trionfo, nel 1989, la Germania, ancora dell’Ovest, conquista in casa il primo campionato europeo della sua storia (le giocatrici verranno premiate con un servizio da caffé…). Della squadra del 1982 c’è Neid e Marion Isbert, il portiere, mattatore della semifinale con l’Italia, dove ha parato tre rigori. In panchina accanto a Gero Bisanz, Tina Theune-Mayer, la ragazza che aveva consigliato al suo allora professore di andare a Bergisch Gladbach. Tina, 14 anni dopo, nel 2003 sarà l’allenatrice che da ct porterà la Germania, stavolta unita, sul tetto del mondo. A bissare poi il successo ci penserà nel 2007 la sua assistente Silvia Neid, che nel 2016 dopo due Europei vinti, riuscirà a raggiungere il traguardo che nessun tecnico tedesco, nemmeno al maschile, è riuscito: vincere l’oro olimpico, sconfiggendo la Svezia. Una vittoria da leggenda, come quella di quasi 35 anni prima a Coblenza.

TeBe-Hertha: l’ultimo derby di Berlino

Sedici aprile 1977, sabato. Si gioca la trentesima e quintultima giornata di Bundesliga. Tra gli incontri in programma, accanto allo scontro al vertice tra Borussia Mönchengladbach e Schalke 04, c’è all’Olympiastadion Tennis Club Berlin contro Hertha. Non è una partita qualsiasi, ma è il derby di Berlino, il quarto che si sia mai giocato in prima divisione, da quando esiste il campionato tedesco a girone unico. Nei tre precedenti, il primo, datato 1974, i protagonisti sono sempre stati i biancoblù dell’Hertha, uno dei club fondatori della DFB e l’ultimo ad ora ad aver vinto un titolo della Germania unita (1931) e il TeBe. Questi ultimi vengono da Westend, attuale quartiere di Charlottenburg-Wimersdorf, sono famosi per il colore della loro maglia, viola e per aver avuto sulla loro panchina al Mommsenstadion due tecnici che hanno fatto la storia del calcio tedesco, Otto Nerz il primo ct della Germania e Sepp Herberger, l’uomo del “Miracolo di Berna”. In compenso, a parte una parentesi tra Anni Venti e Trenta, non hanno mai ottenuto risultati di rilievo. E nel 1974 quando sono saliti per la prima volta in Bundesliga, oltre ad aver perso i due derby con l’Hertha, sono immediatamente retrocessi. Neppure nel secondo campionato di massima serie, sotto la guida del giramondo Rudi Gutendorf, va meglio, con la squadra che, nonostante abbia un attaccante di livello come lo svedese Benny Wendt, staziona stabilmente tra l’ultima e la penultima posizione in classifica, dopo aver imbarcato 9 gol (a 0) dal Bayern Monaco (battuto poi al ritorno), sette (a 1) dall’Eintracht Francoforte e otto (a quattro) dal Colonia.

E sul fondo della Bundesliga, il TeBe si trova anche alla vigilia del match con i “cugini” dell’Hertha, anche loro reduci da un anno e mezzo di “magra”, dopo aver conquistato nel 1974-1975 il secondo posto in Bundesliga, ad ora il loro miglior risultato di sempre dalla nascita della Bundesliga. Per queste ragioni l’Olympiastadion, dove il TeBe gioca le partite casalinghe contro le squadre più importanti, non ha fatto registrare il tutto esaurito, come era accaduto all’andata, anche se a vedere il match ci sono più di 40mila persone. La partita è dura, tanto che entrambe le squadre la termineranno in dieci uomini (fuori Uwe Kliemann, la “Torre della radio” per la sua statura per l’Hertha e Baake per il TeBe) e dall’esito inatteso. Perché tra il 66′ e l’80’ una rete al volo di Jürgen Schulz e una di Winfried Stradt porteranno i Veilchen sul doppio vantaggio. Che l’Hertha non recupererà più.

Quel 2-0, tra due squadre di media-bassa classifica, è ad oggi l’ultimo derby di Berlino giocato in Bundesliga. Il TeBe, dopo essere scivolato nelle serie inferiori, è stato più di una volta sull’orlo del fallimento, mentre l’Hertha è la squadra berlinese, oltre a TeBe ci sono state il Tasmania nel 1965-1966 e il SV Blau-Weiß Berlin nel 1986-1987, a frequentare più assiduamente la Bundesliga. Dove dal 2019-2020, sicuramente per almeno una stagione, potrà giocare un derby contro l’Union, che nel 1977 non solo giocava in un altro campionato, ma in un altro Stato, al di là del Muro.

1992, un Meisterschale per tre

Ein Fussballdrama, un dramma calcistico. Sabato 16 maggio 1992, ultima giornata di Bundesliga. Quando mancano 90 minuti al termine del campionato, il primo che vede la partecipazione dei club dell’ex Germania Est, ci sono in testa alla classifica tre squadre a quota 50 punti: l’Eintracht Francoforte di Anthony Yeboah, lo Stoccarda e il Borussia Dortmund. Se la Bundesliga finisse in quel momento i campioni sarebbero le Aquile, che hanno una differenza reti (+36) nettamente migliore rispetto a quella degli svevi (+29) e dei gialloneri (+18). In altre parole agli uomini di Dragomir Stepanovic, già campioni d’inverno e che hanno in maniera discreta già organizzato i festeggiamenti al loro ritorno a casa, basta vincere a Rostock, contro la pericolante Hansa per mettere in bacheca il secondo Meisterschale della sua storia, indipendentemente dai risultati del Borussia a Duisburg e dello Stoccarda a Leverkusen. Tutti, compresi i capitani delle altre formazioni di Bundesliga, interpellati dalla rivista Kicker, danno le Aquile, che hanno avuto un match point con il Werder Brema la settimana prima, come le favorite numero uno. I tifosi dello Stoccarda ci credono talmente poco, che alcuni di loro hanno venduto il loro biglietto per la trasferta con il Bayer.

Novanta minuti da giocare con un occhio al campo e un orecchio alla radiolina, in cui l’equilibrio iniziale si rompe al 10′, quando il Dortmund, con lo svizzero Chapuisat va in vantaggio. I gialloneri passano davanti a tutti, visto che Hansa e Eintracht sono inchiodate sullo 0-0. A rendere ancora più favorevole la posizione della formazione di Ottmar Hitzfeld le notizie che arrivano dopo qualche minuto da Leverkusen. Lo Stoccarda di Christoph Daum è andato sotto 1-0 con il Bayer con il rigore di Martin Kree. E nel quarto d’ora successivo i ragazzi di Christoph Daum, che hanno il libero Guido Buchwald a dirigere la difesa, Matthias Sammer e Maurizio Gaudino a “pensare” in mezzo al campo e Fritz Walter a finalizzare, rischiano pure il tracollo. Le loro speranze di titolo le tengono in piedi solo il salvataggio in rovesciata sulla linea di Günther Schäfer e il ventunesimo gol stagionale di Fritz Walter su rigore al 43′. A un tempo dalla fine della Bundesliga la classifica recita: Borussia Dortmund 52, Eintracht 51 e Stoccarda 51. Al 63′ però la situazione cambia ancora. Perché all’Ostseestadion di Rostock segna l’Hansa. Discesa sulla destra di Heiko März, cross basso in mezzo e un solissimo Jens Dowe può infilare Uli Stein. Il vantaggio dura solo due minuti, visto che l’Eintracht impatta con il colpo di testa di Axel Kruse, uno che Rostock la conosce bene per averci giocato ai tempi della DDR tra il 1981 e il 1989 prima di fuggire all’Ovest. Dopo quella rete tutti all’”Ostseestadion” si domandano quando le Aquile passeranno in vantaggio. Potrebbero farlo al 77′ ma l’arbitro Alfons Berg decide di non punire un fallo in area di Stefan Böger sul centrocampista delle Aquile Ralf Weber. Manfred Binz, che di quella squadra era una delle colonne difensive, definirà quel rigore “il più chiaro che abbia mai visto”.

E se all’Eintracht manca un gol per il Meisterschale, lo stesso vale per lo Stoccarda a Leverkusen. Per gli uomini di Daum, che durante la settimana ha mandato il suo assistente nell’albergo proprio dei diretti e ha incitato l’allenatore del Hansa Erich Rutemöller (“Per tutta la settimana gli abbiamo fatto capire che con la sua squadra avrebbe potuto scrivere la storia se i suoi non si fossero scansati”), tutto sembra farsi più duro. Perché al 78′ Matthias Sammer viene espulso, per aver applaudito ironicamente all’arbitro. Passerà i successivi quindici minuti, forse più emozionanti della storia della Bundesliga, a piangere nello spogliatoio senza vedere quello che succede sul campo. Dove il suo allenatore, con una vittoria da conquistare a dieci minuti dal termine sostituisce i suoi due giocatori più creativi Gaudino e Fritz Walter (“tu non vuoi diventare campione” lo rimbrotterà al momento il direttore generale Dieter Hoeness). Avrà ragione il Baffo. Perché al ’86 Ludwig Kögl mette in mezzo un pallone dalla sinistra, su cui sul secondo palo spunta Guido Buchwald, il capitano, l’uomo che nel 1990 durante la finale mondiale ha marcato Maradona. Pallone schiacciato e Vollborn che non riesce a respingere. Gol. Se tutto finisse all’86 lo Stoccarda sarebbe campione. E per i successivi dieci minuti scarsi gli occhi e i cuori dei tifosi degli svevi guardano più a Rostock che a Leverkusen. Una sofferenza che finisce al 92′ quando Böger, l’uomo del fallo su Weber, si invola nella metà campo dell’Eintracht supera Stein in uscita disperata e deposita il pallone del 2-1 per l’Hansa Rostock. È finita. A Leverkusen l’arbitro deve fischiare prima per l’invasione dei tifosi. A Duisburg e all’Ostseestadion piangono tutti. Due squadre che hanno perso il Meisterschale, due che sono retrocesse, perché anche il MSV, complice la contemporanea vittoria del Wattenscheid, deve salutare la Bundesliga.

Lo Stoccarda, che non ha preparato nessun festeggiamento prima (“sono svevi, risparmiano” dirà scherzando anni dopo Guido Buchwald) sarà celebrato prima al ritorno in aeroporto con 10mila tifosi ad attenderli tra cui il Ministerpräsident del Baden-Württemberg Erwin Teufel e poi il giorno dopo allo stadio, dove si festeggerà con un Meisterschale che è la copia dell’originale, inviato nello stadio dell’Hansa, dove si presumeva si sarebbe vinto. Per l’Eintracht, nel cui spogliatoio dopo il match la tensione oltre che la delusione si tagliavano con il coltello, quel pomeriggio sarà consegnato alla Storia come il “Trauma di Rostock”. Per lo Stoccarda di Daum però quel giorno sarà l’apice. Pochi mesi dopo gli svevi usciranno nel turno eliminatorio della neonata Champions League contro il Leeds, anche a causa di un errore tecnico (fu schierato un quarto giocatore straniero, i tedeschi persero 3-0 a tavolino e furono estromessi dopo uno spareggio) e il Baffo poco più di un anno dopo nel dicembre 1993 venne esonerato. A Buchwald, che fino al febbraio 2019, rimarrà nei quadri dirigenziali dello Stoccarda, toccherà invece vivere una grande emozione. Nel 2007 sarà infatti lui, come da tradizione, a consegnare il Meisterschale al capitano degli svevi Fernando Meira, laureatosi campione di Germania.

Wolfgang Frank, rivoluzionare senza vincere

Quale allenatore ti ha influenzato di più?”. A questa domanda Jürgen Klopp, tecnico del Liverpool, risponde sempre alla stessa maniera e con una punta di malinconia, “Wolfgang Frank”. Se la differenza tra vincenti e campioni sta nell’eredità che questi ultimi hanno lasciato al Gioco, Frank, scomparso nel 2013 per un tumore, sarebbe un campionissimo. Classe 1951, ottimo attaccante di Norimberga, Stoccarda e Eintracht Braunschweig (suo il gol del passaggio decisivo contro la Dinamo Kiev nell’andata del primo turno della Coppa UEFA 1977-1978), nel 1984 era emigrato in Svizzera, destinazione Glarus. Lì con il club locale si era arrampicato, da giocatore-allenatore, fino alla seconda divisione, un risultato che quella squadra mai aveva visto prima e mai vedrà dopo. Al di là dei risultati in panchina, che mai saranno esaltanti per Frank (una insperata finale di Coppa di Germania con il Rot-Weiss Essen e una promozione con l’Unterhaching nel 2003), innovativo, è il calcio che propone. Pressing, organizzazione, marcatura a zona e una difesa disposta con quattro giocatori in linea, senza il libero.

Un’idea di Gioco differente per quella parte di mondo che “Floh”, pulce, per i suoi 66 chili scarsi, aveva sviluppato nel tempo a partire da una sua esperienza da calciatore. Nel 1973, dopo due stagioni allo Stoccarda, aveva giocato una stagione all’AZ Alkmaar, in Olanda, vedendo dal vivo e da vicino, quello che era il calcio totale dell’Ajax. Il resto lo fa l’aver incontrato prima a Stoccarda poi a Braunschweig lo jugoslavo Branko Zebec, che poneva molta attenzione sulla preparazione fisica e soprattutto proponeva, anche se non in maniera integrale, la marcatura a zona. A completare il tutto l’avvento di Arrigo Sacchi, che Frank venne a studiare in Italia a cavallo degli Anni Ottanta e Novanta, mentre il tedesco guidava club elvetici come l’Aarau, il Wettingen e il Winterthur. Quelle stesse idee Wolfgang le porterà a casa, in Germania. E più che al Rot-Weiss Essen, dove condurrà sì la squadra in finale di Coppa ma alla fine della stagione 1993-1994 retrocederà in Regionalliga, lo farà sulle rive del Reno, a Mainz. Il club lo chiama a fine settembre del 1995 con la squadra impantanata nei bassifondi della 2.Bundesliga.

Due mesi dopo, giocando in maniera tradizionale con il “libero”, i biancorossi stanno messi anche peggio, in pratica tutti, compreso “Kicker” li danno per retrocessi. Frank bussa alla porta di Christian Heidel, il direttore sportivo, uno di quelli che aveva scelto di dargli fiducia. “Dobbiamo fare un cambiamento – dice, come riportato dal dirigente al giornalista tedesco Ralph Honigstein, per il suo libro Bring the noiseci ho pensato e andremmo a fare il ritiro invernale giocando in futuro senza libero”. Heidel è interdetto, anzi pensa, che forse sta scherzando, anche perché in Germania la linea a quattro senza libero è un tabù, tanto che i pochi che ci hanno provato, come Hans Bongartz del Kaiserslautern nel ’86, non hanno lasciato il segno. Frank invece fa sul serio. “Ci davano per morti – dirà ironicamente Klopp in un’intervista alla Suddeutsche Zeitung nel 1999 – eravamo aperti a nuove idee, avremmo scalato 15 volte un albero se ci avessero promesso qualche punto nel girone di ritorno”. Secondo Frank ci vorrebbero 150 ore di lavoro teorico per assimilare il nuovo sistema di gioco, un 4-4-2, in cui condizione fisica e soprattutto organizzazione di gioco hanno un ruolo fondamentale. Il principio su cui si basa per l’ex attaccante è una versione evoluta del calcio che giocano i bambini “Ognuno deve andare dove c’è la palla. L’obiettivo è recuperare la palla e ripartire”. Un’idea da far sposare a un gruppo con un po’ di talento ma soprattutto tanto spirito di sacrificio. “Eravamo una squadra media, non pagati benissimi – ricordava ancora il manager dei Reds – non molti erano interessati al club, ma imparammo che anche se i singoli avversari sono superiori a noi, noi li possiamo battere”.

È una rivoluzione, sul campo e fuori. I giocatori tedeschi di quel periodo erano abituati a sessioni molto semplici: una parte in cui si faticava, con tanta corsa e una in cui ci si divertiva, la partita. Frank, “malato” di tattica, fa allenare i suoi fino all’esasperazione senza palla per provare i movimenti (“potevamo fare un esame di fisica quantistica da tanto che ne sapevamo sulla difesa a quattro” ironizzerà Klopp alla Frankfurter Rundschau nel 2007) e in più introduce un elemento ora fondamentale, quello dell’analisi video, le cui “aprono” le giornate alle 7.30 del mattino. Chiede agli studenti del professor di scienze dello sport Dieter Augustin, che insegna all’università di Mainz, a due passi dallo stadio, di mettere insieme delle piccole clip della sua squadra e delle sue avversarie per aiutarlo a preparare meglio le partite. Nessuno l’ha mai fatto in Germania. Tra chi partecipa al progetto c’è un giovanissimo ragazzo. Si chiama Peter Krawietz ed è l’uomo che ancora oggi è assistente di Jürgen Klopp.

Con le nuove idee il Mainz, che aveva provato per la prima volta il nuovo sistema in un’amichevole vinta ampiamente con il Saarbrücken, fa 32 punti nel girone di ritorno, come nessun club tedesco tra prima e seconda divisione. Frank rimarrà in carica fino al marzo 1997, per poi ritornare tra il 1998 e il 2000, dopo aver provato a ripetere la “rivoluzione” di Mainz a Vienna, con l’Austria. Fallendo. Mentre la difesa a quattro “in linea” diventa normalità anche in Germania Frank, dopo aver lasciato per la seconda volta il club biancorosso, cambierà otto club in dodici anni, riuscendo solo all’Unterhaching, promossa in 2.Bundesliga, a ottenere qualche discreto risultato. L’ultimo suo club sono stati i belgi dell’AS Eupen lasciati nell’estate 2012, poco meno di un anno prima, che gli fosse diagnosticato un tumore al cervello, che lo porterà alla morte nel settembre 2013. Un paio di mesi prima uno dei suoi allievi Jürgen Klopp, che nel 2001 aveva impostato la squadra secondo i suoi principi, aveva raggiunto la finale di Champions League e un altro Torsten Lieberknecht, il centrocampista del suo Mainz, aveva riportato l’Eintracht Braunschweig in Bundesliga dopo 28 anni. Perché a volta, prima di vincere, conta che ci si lasciava dietro. E a Mainz nessuno si dimentica lui, soprattutto l’attuale tecnico Sandro Schwarz, che tanto per cambiare ha giocato per Wolfgang Frank, l’uomo che ha contribuito a cambiare il calcio tedesco. Senza mai mettere un grande trofeo in bacheca.

1968, l’ultimo Meisterschale del Norimberga

Questa squadra non mi piace proprio più”. “Il club è il cimitero degli allenatori” “È un brutto sogno”. Così due leggende del Norimberga, il portiere Heinrich Stuhlfauth e l’attaccante Max Morlock, uno degli eroi del miracolo di Berna, avevano definito la situazione della società bavarese tra la fine del 1966 e l’inizio del 1967. I biancorossi infatti languivano nei bassifondi della Bundesliga e negli anni precedenti avevano cambiato allenatori in serie. Quello  chiamato dal presidente Walter Luther il 27 dicembre 1966 per risolvere l’ennesima crisi, non è uno qualsiasi. Ha 48 anni, è austriaco ed è ancora il tecnico campione di Germania, avendo guidato solo qualche mese prima il Monaco 1860 all’unico titolo della sua storia, prima di separarsi dai Leoni nel novembre ’66. Il suo nome è Max Merkel e lascerà il segno, come quasi in ogni luogo in cui siederà in panchina.

Il compito dell’ex difensore del Rapid Vienna, che ha ottenuto di liberarsi dal contratto con il suo precedente club, è quello di salvarsi. “Moneten-Max”, “Max Moneta”, che percepisce 11mila marchi al mese, più del doppio del suo rivale e amico del Bayern Zlatko Čajkovski e tre mila in più del presidente della Repubblica Federale Kurt Georg Kiesinger, ci riesce. Come sa fare lui, che uno dei suoi giocatori aveva definito “un professionista, quando ancora questa parola non esisteva”. Taglia i salari di base e spreme la squadra, che a fine campionato e nonostante un inizio con zero vittorie nelle prime quattro gare, colleziona un dignitoso decimo posto. In estate Merkel, che da giocatore ha militato nel Rapid Vienna di Ernst Happel, ha vestito la maglia dell’Austria e della nazionale del Terzo Reich e che da tecnico ha guidato anche Borussia Dortmund e la Nazionale olandese, passa alla seconda fase della sua “rivoluzione”. Sfoltisce la rosa, cedendo undici giocatori tra cui Heiner Müller, Steff Reisch e Gustl Flachenecker, tre dei protagonisti del Meisterschale del 1961 e imposta una preparazione durissima, svolta nel ritiro in Tirolo. “È stata la più dura che abbiamo mai fatto”, dirà anni dopo a BR Sport Franz Brungs, attaccante dei biancorossi e al termine di quel campionato vice caponnoniere della Bundesliga con 25 reti. In più impone due acquisti, il miglior goleador del campionato austriaco August Starek e Zvezdan Čebinac, centrocampista jugoslavo del Psv Eindhoven, oltre al 21enne Horst Blankenburg, prelevato dall’Heidenheim, che in quella stagione collezionerà zero presenze in Bundesliga e che qualche anno dopo diventerà uno dei perni del grande Ajax di Rinus Michels.

Alla luce della stagione precedente e della rosa a disposizione il Norimberga non è tra le favorite, anzi. L’unico, tra gli avversari, a indicare i bavaresi come una possibile sorpresa è Čajkovski, tecnico del Bayern Monaco, squadra considerata insieme ad Eintracht Braunschweig, Borussia Mönchengladbach e Hannover, come una delle papabili al titolo. A ribaltare tutto ci penserà un gruppo che Merkel tiene con “Zuckerbrot und Peitsche”, con bastone e carota, come titolerà anche la sua autobiografia. Motivazione, spirito di squadra e un’unione mai più rivista da quelle parti in Baviera. “Noi giocatori, la società, giovani e meno giovani eravamo una sola cosa” dirà il difensore Horst Leupold. Una corsa praticamente sempre di testa (alla fine del girone d’andata il Norimberga era a più sette sulla seconda) in cui il Norimberga domina anche negli scontri diretti, surclassando 7-3 i cugini del Bayern all’andata con cinque reti di Brungs e il ‘Gladbach per 1-0.

Una formazione senza stelle, costruita intorno a un nucleo piccolo di giocatori, il più ristretto, quindici, ad aver mai vinto un titolo tedesco, molti dei quali come Leupold e Wenauer si conoscevano fin dalle giovanili. “Eravamo quasi una famiglia – spiega ancora Leupold – ancora oggi ci troviamo una volta al mese”. Il viaggio del Norimberga finisce in trionfo proprio a casa di una delle favorite, il Bayern Monaco, il 18 maggio, al Grünwalder Stadion, quello che ancora oggi ospita i “cugini” del 1860. L’undici di Max Merkel passa 2-0 e si aggiudica con un turno di anticipo il campionato, il nono (e ultimo) della loro storia. È un miracolo, anche se sarà il canto del cigno di una squadra e di una gestione, quella del tecnico austriaco, che un anno dopo porterà alla retrocessione del Norimberga. Una discesa in 2.Bundesliga che anche nel 2018/2019 i biancorossi stanno provando ad evitare.

1947, quando B. Dortmund e Schalke diventarono rivali

Una partita che ha cambiato la Storia. Del calcio della Ruhr e del Fussball. 18 maggio 1947, Herne, nord-ovest della Germania occupata. Allo Stadion am Schloss Strünkede“ va in scena la finale del Westfalenmeisterschaft, il campionato della Vestfalia. A sfidarsi per il titolo della regione, che amministrativamente era stata accorpata nell’agosto del 1946 alla Renania Settentrionale per dare vita al futuro Land del Nordrhein-Westfalen, Schalke 04 e Borussia Dortmund, qualificatesi dopo aver vinto i rispettivi gironi. È un derby, perché Gelsenkirchen e Dortmund si trovano entrambe nella Ruhr e distano più o meno 30 chilometri. Sul piano della tradizione e dei successi tra i due club però non c’è paragone. Mentre il BVB, all’epoca solo una delle tante squadre della zona (Bochum, Duisburg, Rot-Weiss Essen), non ha mai vinto nulla, i Knappen hanno dominato il Fussball tra gli Anni Trenta e gli inizi degli Anni Quaranta, conquistando sei titoli tedeschi e una Coppa nazionale, tra il 1933 e il 1942.

Una differenza così netta di valori che aveva impedito la nascita di una rivalità, anzi tra queste due formazioni della Ruhr c’era simpatia, come ha raccontato anche Gerd Kolbe, l’archivista del BVB. Un esempio? All’indomani di un trionfo dello Schalke negli Anni Trenta il treno che riportava i campioni a Gelsenkirchen fu fermato a 35 chilometri da Dortmund per poter essere festeggiato dai tifosi locali. Tra quei calciatori osannati dai fans c’era anche Ernst Kuzorra. Che nel 1947 dello Schalke è l’attaccante, il capitano, la bandiera (265 gol in più di 350 partite) e anche l’allenatore. Ha 41 anni e come spesso è capitato nella sua carriera anche nella finale del Westfalenmeisterschaft parte da favorito, mentre i gialloneri sperano nel gioco collettivo e nella verve di August Lenz, il più talentuoso dei loro.

Ernst Kuzorra

A Herne, più vicino a Gelsenkirchen che a Dortmund, per vedere il match sono arrivati più o meno in 30mila, con tutti i mezzi possibili in quella Germania occupata: treni, moto, bici. I biglietti sono stati „bruciati“ tutti in prevendita e gli ultimi rimasti si trovano solo al mercato nero e a „peso d’oro“. Chi se lo potrà permettere, non si pentirà dell’acquisto. Perché esce fuori una gara dura e combattuta, che alla mezz’ora del primo tempo sembra incanalarsi secondo il copione prestabilito. Gol di Hinz e Schalke avanti 1-0 con Kuzorra, l’unico sopravvissuto dell’epoca d’oro degli Anni Trenta insieme a Tibulski, che parebbe aver esclamato negli spogliatoi, con la porta aperta: „Gliene possiamo ancora fare un paio (di gol)“.

La previsione del dodici volte nazionale tedesco però non si rivelerà azzeccata. Il BVB giocherà una partita di cuore e testa, Prima pareggerà la rete di Hinz con un tiro da lontano di Max Michallek (che l’aveva promesso alla sua futura moglie…) e poi riuscirà a non affondare dopo il 2-1 di Tibulski. Il tecnico del Borussia Ferdinand Fabra, con i suoi in svantaggio chiederà a Lenz, il suo giocatore più talentuoso di sacrificarsi per limitare proprio l’autore del 2-1. Quella dell’ex assistente del ct Otto Nerz sarà la mossa vincente. La stella non segnerà ma il Borussia completerà la rimonta in sei minuti, prima con una rete di Ruhmhofer favorita da un’indecisione del portiere dello Schalke Hans Klodt e poi con una marcatura di Herbert Sandmann, che scherzo del destino vestirà qualche anno dopo anche la maglia biancoblù dei rivali. È l’84’ e negli ultimi minuti l’eroe diventa Willi Kronsbein, il quasi 32enne portiere dei gialloneri. Para tutto quello che arriva e al triplice fischio, il Borussia Dortmund è campione.

Lo Schalke, talmente deluso dalla sconfitta, rinuncia addirittura alla premiazione. I gialloneri con quella vittoria si qualificheranno per la fase finale del torneo della zona di occupazione britannica, dove finiranno la loro corsa solo all’ultimo atto perdendo contro l’Amburgo. La vittoria del BVB segnerà il cambio della guardia ai vertici del calcio della Ruhr (non a caso si parla di „Wende im Westen“, svolta all’Ovest) e l’inizio di una rivalità che farà diventare Borussia Dortmund-Schalke 04 il derby più caldo di Germania. Quasi 70 anni di Revierderby, letteralmente il derby della zona mineraria, in cui è successo di tutto (compreso nel 1969 un cane che morde un giocatore sul sedere e nel 1997 un portiere Jens Lehmann che segna di testa nel recupero) e che nel 2019 può valere per il Borussia più che un pezzo di Meisterschale.