Borussia Mönchengladbach, la nascita dei “Puledri”

Nel 1964 Mönchengladbach è una semisconosciuta città industriale della Germania Ovest, non lontana dal confine con i Paesi Bassi. A cambiare il corso della storia del centro, famoso soprattutto per l’industria tessile, una firma. È quella che il 27 aprile di quell’anno un 45enne allenatore mette sul contratto che lo lega al Borussia, il club locale di calcio, che milita in Regionalliga, l’allora seconda divisione del calcio tedesco. Nei sei anni precedenti ha diretto il Viktoria Köln, dopo essere stato un buon giocatore e aver insegnato alla Scuola Superiore di Educazione Fisica della città renana (l’incarico lo manterrà fino al 1970). Si chiama Hans “Hennes” Weisweiler e grazie a lui la città del Basso Reno si metterà sulla mappa del mondo. Calcistico e non.

A Helmut Grasshoff, vicepresidente del club, il suo ingaggio l’ha consigliato il ct della Nazionale Sepp Herberger, di cui Hennes è stato anche brevemente assistente subito dopo il Mondiale vinto nel 1954. Grasshoff, che fino al 1991 sarà da general manager una delle anime del ‘Gladbach, non smetterà mai di ringraziarlo. Il tecnico, che aveva allenato anche il Rheydter, formazione di una frazione di Mönchengladbach, infatti rivoluziona rosa e metodi. Con la cessione tra gli altri di Horst-Dieter Höttges al Werder Brema e del cannoniere Uli Kohn, all’Arminia Bielefeld, Weisweiler si ritrova tra le mani una squadra che ha 21 anni e cinque mesi di media, la più giovane di tutta la Regionalliga. Ci sono Herbert Laumen e Jupp Heynckes che insieme hanno vinto il campionato giovanile, c’è il nazionale U20 Werner Waddey, c’è Bernd Rupp prelevato dai dilettanti del SV Wiesbaden e poi c’è un talentuosissimo regista offensivo, prelevato dai rivali locali del 1.Fc Mönchengladbach. È Günter Netzer.

Con questa base Hennes costruisce un’idea di gioco offensiva e propositiva. Lascia libertà di movimento e di creazione ai suoi giocatori, puntando sulle loro caratteristiche forti. Fantasia al potere e gol a pioggia. Nella stagione di Regionalliga 1964/1965, conclusa al primo posto, i gol del ‘Gladbach sono 92, 87 dei quali realizzati dai cinque attaccanti titolari. È nato il “Fohlen-Elf”, la squadra dei puledri, come li definirà il giornalista locale del Rheinische Post Wilhelm August Hurtmanns per il loro ritmo e per la loro (bassa) età media. È iniziato un ciclo, che grazie a una sapiente coltivazione del talento e a innesti mirati, come il 18enne Berti Vogts nel 1965, il laterale offensivo Herbert Wimmer nel 1966 e il libero Sieloff nel 1969, nel 1970 arriva al suo primo titolo nazionale “Siamo sul pallone, giochiamo all’attacco, al contrario difendiamo tutti quando l’avversario è in possesso” scriverà nel 1970 lo stesso Weisweiler, a proposito del suo modo di giocare, che qualcuno soprattutto nei primi anni aveva definito con un filo d’ironia “Vorne Hui, Hinten Pfui”, “Davanti bene,dietro male”. Uno stile, basato su un centrocampo improntato al gioco e un attacco con due ali rapide e una punta brava a capitalizzare il movimento dei compagni, sviluppato in allenamenti duri ma innovativi, con il costante uso del pallone.

Nel 1971 i “Puledri” fanno il bis diventando il primo club a confermare il proprio successo nella Bundesliga dalla sua fondazione e inaugurando una rivalità aspra con il Bayern Monaco di Franz Beckenbauer. Una squadra, quella di Weisweiler, che nel 1971 potrebbe anche provare a dare l’assalto alla Coppa dei Campioni. Lo fermano agli ottavi una lattina, una sentenza del giudice sportivo e una magnifica prestazione difensiva dell’Inter con Ivano Bordon tra i pali. Per il trionfo europeo si dovrà aspettare quattro anni, quando senza Netzer, andato al Real Madrid, dopo essersi autoinserito nella finale di Coppa di Germania, il ‘Gladbach batte nella doppia finale gli olandesi del Twente. Sarà l’ultimo alloro di Weisweiler, che approderà al Barcellona prima e poi al Colonia, la città a cui era più legato e dove aveva vissuto anche durante la sua esperienza con i Borussen. Quando lascia la città vicino al confine olandese il calcio lì e in Germania è cambiato, anche grazie a lui: se è vero la via dove si trova il Borussia Park si chiama Hennes Weisweiler-Allee e se il corso di formazione di allenatori della DFB a Colonia da cui è uscita più di una generazione di tecnici tedeschi porta il suo nome.

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Marius Hiller, il bomber dei due mondi

Mercoledì a Dortmund, la Germania affronterà in amichevole l’Argentina. Nazionali che in comune hanno tre finali mondiali (1986, 1990, 2014) e un giocatore Marius Hiller, l’unico nella pluricentenaria storia delle due selezioni ad aver vestito sia il bianco e l’albiceleste. Nato a Pforzheim, vicino a Karlsruhe nel 1892, “Bubi”, di professione attaccante, era cresciuto nel club locale che a inizio Novecento si contendeva (e vinceva come nel 1906) il titolo di campione della Germania meridionale. Al fianco di Marius giocavano suo zio Wilhelm, di tredici anni più anziano e Arthur, classe 1881, il capitano della Nazionale tedesca nel suo primo match ufficiale, nel 1908 contro la Svizzera. Marius, che non perdeva occasione di scendere in campo al seguito degli zii anche come semplice portaborse, pulisci scarpe o “addetto” al terreno di gioco, però è forte di suo. Ha un gran tiro, possiede un’ottima tecnica individuale ed è rapidissimo, tanto che nel 1910, a neanche 18 anni, nella Nationalmannschaft viene chiamato pure lui. Al suo debutto, il 3 aprile, ancora contro gli elvetici, “Bubi” va in gol, diventando (il record resiste tuttora) il più giovane marcatore della storia della selezione nazionale tedesca e il secondo debuttante più precoce di sempre. Sarà anche la sua unica segnature, in tre presenze, con quella maglia.

Il Pforzheim campione della Germania del Sud, con gli zii di Marius Hiller

Hiller, come tutti i calciatori dell’allora Impero Tedesco, però è un dilettante. Nel 1911 lui, che lavora nel campo dell’orologeria, ha l’opportunità di trasferirsi per ragioni professionali in Svizzera, a La-Chaux-de-Fonds, capitale elvetica e mondiale di quel settore. Nel cantone di Neuchâtel oltre a un nuovo lavoro, “Bubi” trova un altro luogo dove inseguire un pallone. È una delle colonne, insieme a Raoul Strass, capitano della Nazionale rossocrociata, della formazione locale che arriva terza nel campionato nazionale del 1912. A cambiare la vita di Hiller, però, è un’offerta che gli arriva proprio da una ditta della Confederazione. Gli propongono di diventare il loro rappresentante a Buenos Aires. Sulle rive del Rio de la Plata, dove vive una folta comunità tedesca, Marius farà fortuna. In campo e fuori. Vicente Cincotta, il presidente dell’All Boys, neonato club del quartiere Floresta, affiliata alla “dissidente” Federación Argentina de Football, lo recluta. È il 1914 e il nativo di Pforzheim è uno dei protagonisti dell’ottima stagione dei bianconeri, che nonostante giochino in seconda serie, arrivano fino ai quarti di finale della prestigiosa Copa de Competencia «La Nación» perdendo dai futuri vincitori dell’Independiente di Avellaneda, solo dopo uno spareggio. Le statistiche non ufficiali riportano in quella stagione 69 gol di Hiller, un’enormità. L’anno glorioso, per “Bubi” e per il calcio argentino è il 1916. Nella nuova Primera División con la maglia del Club de Gimnasia y Esgrima il tedesco, che avrebbe secondo alcuni fonti brevemente indossato anche la maglia del River Plate, ne mette sedici, laureandosi capocannoniere.

L’All Boys nel 1914

Un ruolino di marcia che convince l’Argentina, di cui Hiller è nel frattempo diventato cittadino, a convocarlo. Il suo debutto contro l’Uruguay nella Coppa Lipton è da incorniciare: vittoria 3-1 e rete per il giocatore, che in alcune cronache viene citato con il nome Eduardo. Due mesi dopo, il primo ottobre, farà addirittura meglio. L’Albiceleste trionfa 7-2 sempre con i cugini rioplatensi e Marius ne realizza tre. Quelle saranno le sue ultime reti con l’Argentina. In compenso segnerà a raffica l’anno successivo con il suo club. Nel 1917 il suo score recita 39 partite giocate, 52 marcature. È un record che è tutt’ora imbattuto. Hiller per tifosi e avversari è “El Alemán”, il tedesco o “Cuarenta y dos”, per la potenza del tiro che ricordava quella dei cannoni da 42 centimetri che l’esercito imperiale del Kaiser usava nella prima guerra mondiale. Un attaccante di razza, che dopo un triennio in patria con la maglia del Pforzheim tra il 1918 e il 1921, ritorna in Argentina, per lavorare e per inseguire il pallone. Gioca fino al 1925 (ultimo club, quello del debutto l’All Boys), prima di lavorare per un’azienda di cosmetici statunitense tra Buenos Aires e l’Uruguay per quasi quarant’anni. In Germania ci tornerà tre volte, l’ultima nel 1956, per il sessantesimo compleanno del suo club natale. Quando muore nel 1964, a 72 anni, per un infarto, è di fatto uno sconosciuto, anche se qualcuno racconta di migliaia di persone ad omaggiarlo al cimitero della Chacarita, onori di cui però nei media locali non si trova traccia. Un calciatore dimenticato, che rimane l’unico giocatore nato in Germania ad aver mai vestito la maglia albiceleste e pure l’unico ad aver disputato una partita in Primera División, anche se Heinrich Theelen, sopravvissuto al naufragio della Graf Spee, sfiorerà la massima serie, giocando per l’Unión Santa Fe nel 1940.

Hansa Rostock 1991, l’Est sale in vetta

Il RasenBall Lipsia di Julian Nagelsmann è una delle realtà più interessanti della Bundesliga. I “Tori Rossi” hanno occupato, come era già accaduto nel 2016, il primo posto della massima serie tedesca. Prima di loro l’ultima squadra proveniente dagli ex Länder della Repubblica Democratica Tedesca era stata la Hansa Rostock, attualmente in 3.Liga. Correva l’anno 1991 e si giocava la prima Bundesliga della Germania riunificata, con 20 squadre di cui le prime due classificate dell’ultima edizione della DDR-Oberliga, ribattezzata Nordostdeutsche Fußballverband-Oberliga. Erano la Dinamo Dresda e l’Hansa Rostock appunto. Gli anseatici avevano vinto sia il campionato che l’ultima edizione della Coppa della Germania Est e si presentavano i nastri di partenza della Bundesliga senza Henri Fuchs, il bomber del torneo precedente, passato al Colonia e senza lo statunitense Paul Caligiuri, ceduto al Friburgo dopo essere stato il primo straniero della storia del club. In panchina come nel 1990/1991 c’era il 36enne Uwe Reinders, ex allenatore-giocatore dell’Eintracht Braunschweig, uno dei primi tecnici ad andare dall’ex Germania Ovest verso Est, mentre in campo giostrano i centrocampisti Jens Dowe e Stefan Böger, quest’ultimo arrivato dal Carl Zeiss Jena, il discreto attaccante Michael Spies, la punta Florian Weichert, il difensore Heiko März. Una formazione di discreti mestieranti, praticamente tutti originari della ex DDR, che in virtù dei suoi piazzamenti dell’anno precedente si trova, a poche settimane dall’inizio della Bundesliga, a giocare la DFB-Supercup, il torneo a quattro squadre “antenato” della moderna supercoppa. L’Hansa esce in semifinale contro il Kaiserslautern di Karl-Heinz Feldkamp, ma entra già nella Storia. Il capitano Juri Schlünz diventa al 84′ il primo giocatore tedesco a essere espulso per somma di ammonizioni.

Gli anseatici però il campionato lo cominciano decisamente meglio. Per i primi sette incontri della Bundesliga i biancoblù rimangono in vetta, togliendosi diverse soddisfazioni. Tra cui quella di battere alla seconda e alla terza giornata rispettivamente Bayern Monaco e Borussia Dortmund, con i bavaresi sconfitti in rimonta all’Olympiastadion e il BVB travolto 5-1 in riva al Baltico. Poi già a metà settembre l’inizio della discesa, non prima però di essersi tolti una soddisfazione storica. Il club, grazie all’accordo tra la UEFA e la Federazione tedesca, partecipa alla Coppa dei Campioni, rappresentando la DDR, uno Stato che dal 3 ottobre 1990 non esiste più. Il sorteggio accoppia la Hansa con il Barcellona. L’undici di Rostock capitola nettamente all’andata 3-0 al Camp Nou, ma al ritorno riesce a imporsi 1-0 con una rete di Michael Spies. È l’ultimo acuto, perché poi gli uomini di Uwe Reinders, esonerato a metà marzo 1992, colano a picco.

In una delle prime grandi batoste in Bundesliga, un 5-0 contro lo Schalke 04, debutta in Bundesliga un 21enne di Cottbus. Il suo nome è Mike Werner. In campo lo si nota per due caratteristiche: la durezza e il taglio di capelli Wohukila, dal tedesco “Vorne kurz, hinten lang”, davanti corti dietro lunghi. Werner li porta fin dai tempi del Motor Eberswalde, squadra di seconda divisione della DDR in cui era finito dopo che i dirigenti del Vorwärts Frankfurt, formazione in cui era cresciuto, avevano trovato tra le cose di Mike un foglio con la foto del Muro di Berlino e una scritta “Il muro deve sparire”, oltre al nome di Udo Lindenberg, rocker tedesco notoriamente contrario alla divisione della Germania. Per questa vicenda il calciatore era stato degradato (il Vorwärts era legato agli apparati di sicurezza della Germania Est) e spedito in DDR-Liga. Da lì l’aveva prelevato durante la pausa invernale della stagione 1990-1991 la Hansa Rostock, dopo un provino alla presenza di Uwe Reinders e del suo secondo. Werner ci arrivato in treno, perché la sua moto, la MZ di fabbricazione locale, l’aveva piantato in asso dopo un “raid” invernale e nell’allenamento di prova il difensore aveva legnato (non metaforicamente) il suo tecnico. Prima di metterlo sotto contratto lo staff della Hansa mette solo una condizione: che Mike dimagrisca. Lui lo fa con la “dieta della vodka”. Per una settimana mangia tre volte al giorno una salsiccia e lo accompagna con altrettanti bicchieri di vodka. Dopo una settimana di rodaggio, come il giocatore racconta a 11 Freunde, i chili se ne erano andati. A inizio del girone di ritorno Werner, che per il nuovo contratto si è comprato una Harley Davidson e che si presenta regolarmente al campo vestito più o meno come un cowboy. pesa 80 kg, il suo peso forma. Giocherà nove partite in quello scorcio di stagione, prima di esordire a Gelsenkirchen con i biancoblù in Bundesliga.

Quella sarà la prima delle sue due partite nella massima serie. Perché al termine di quella stagione la Hansa Rostock retrocederà, togliendosi la soddisfazione di togliere all’Eintracht Francoforte il Meisterschale e perché Werner sarà perseguitato dalla sfortuna. Quando nel 1995 il club rimette piede in Bundesliga Mike fa in tempo a giocare solo un altro match con il Borussia Dortmund. Con i gialloneri si procura un gravissimo infortunio, che a 25 anni lo costringerà ad abbandonare il calcio di alto livello. Continuerà a giocare in formazioni minori fino al 2003. I guai fisici e gli stravizi, nottate a alcool, gli hanno però già presentato il conto. Nel 2016 Werner, allenatore giovanile prima e poi nel 2017 vice al FC Pommern Stralsund, ha avuto un principio d’infarto e nello stesso anno ha confessato di vivere grazie al sostegno del Hartz IV, uno dei sussidi sociali erogati dallo Stato. I dolori rimangono, forse acuiti dal vedere la “sua” Hansa Rostock languire in 3.Liga, dopo che per qualche mese aveva fatto sognare i tifosi del Baltico.

Heinrich Stuhlfauth, quando Dio stava in porta

È un onore giocare per questa città, questo club e per gli abitanti di Norimberga. Mi auguro che venga salvaguardato e che il grande FC Nürnberg non perda mai”. Chiunque vada a vedere il Norimberga in casa leggerà questa frase proiettata sul maxischermo del Max-Morlock Stadion prima di ogni incontro casalingo o lo vedrà stampato sulle maglie dei tifosi del club della Franconia. A pronunciare questa dichiarazione d’amore è forse il primo grande portiere della storia del calcio tedesco, Heinrich Stuhlfauth, che nella sua vita calcistica ha indossato solo due maglie, quella della Nationalmannschaft e quella appunto del Norimberga. E pensare che Stuhlfauth, classe 1896, tra i pali e addirittura sul campo di calcio non ci doveva stare. Figlio di un metalmeccanico della zona sud di Norimberga, il suo primo sogno era quello di diventare ciclista, ma i genitori preoccupati delle possibili cadute e degli infortuni, gliel’avevano impedito. Lui aveva obbedito, ma quando gli avevano proibito di calciare un pallone, a 14 anni, il giovane Heinrich, apprendista montatore elettrico, aveva trasgredito. In campo inizialmente con il FC Franken, di cui era diventato socio all’insaputa dei genitori, il suo ruolo era quello di centrocampista offensivo o addirittura di attaccante. A metterlo tra i pali per la prima volta il tecnico del FC Pfeil, la sua seconda squadra. “Sei il più alto e devi andare in porta” gli aveva detto. E alla fine della seduta l’allenatore aveva notato “La blocca molto bene”. Il suo ruolo diventerà definitivo, quando la Storia con la s maiuscola si metterà in mezzo. Nel 1914 l’estremo difensore del FC Pfeil viene chiamato alle armi per lo scoppio della Grande Guerra. Heiner, come lo chiamano tutti, va tra i pali. Ci uscirà praticamente venti anni dopo.

Nel frattempo però il FC Pfeil si è sciolto e Stuhlfauth viene acquistato dal Norimberga. Nel 1916, Weschenfelder, numero uno del club della Franconia, è anche lui arruolato nell’esercito imperiale e il 20enne diventa titolare. La prima apparizione ufficiale di Heinrich è quella in un match contro una rappresentativa di Berlino Sud. In quel momento pure Heiner è un militare, ma a differenza del suo ex compagno di squadra, che morirà al fronte, è fortunato. Neuburger, uno dei membri del board del Norimberga, infatti è il capo di una delle guarnigioni di Ingolstadt, dove Stuhlfauth è di stanza. La recluta viene così impiegata più per vincere i match contro le altre squadre militari che per adempiere ai suoi obblighi di soldato, prima di essere trasferito nella sua città e lavorare dal dicembre 1916 in una fabbrica. È nel Dopoguerra però che Heinrich comincia a costruire la sua leggenda in un club, il Norimberga, che in quel periodo era una delle squadre faro del calcio tedesco con talenti come Hans Kalb, Anton Kugler e il magiaro Alfred Schaffer. Tra il 1918 e il 1922 l’undici della Franconia rimane per 104 match imbattuto e lo fa anche grazie al suo estremo difensore. Che ha preso l’abitudine di giocare con un pullover grigio e un cappello con visiera in testa. Stuhlfauth ha una presa d’acciaio (le sue mani saranno paragonate a “padelle” e i giornalisti scrivono che quello che “prende tra le due tenaglie” non scappa più) e non è semplice portiere. Di lui si parla come “dritter Verteidiger”, il terzo difensore. Nel 2-3-5 dell’epoca infatti non si limita solo a parare ma all’occorrenza a fare il “libero” aggiunto, uscendo e rilanciando. Non è spettacolare, è calmo, praticamente sempre.

Queste doti, oltre a fruttargli l’ammirazione di compagni e avversari, nonché il paragone con il mito Ricardo Zamora, portano a lui e al Norimberga cinque titoli tedeschi tra il 1920 e il 1927. In più dal 1920 e per dieci anni Heiner è anche una colonna della Nationalmannschaft, di cui diventa il capitano. Tra le sue 21 apparizioni con la maglia della Nazionale, una rimane impressa nella memoria. È contro l’Italia, a Torino, davanti a 30mila spettatori il 28 aprile 1929. Stulfauth in 90 minuti di fronte alla Nazionale che da lì a pochi anni dominerà il mondo, prende praticamente di tutto. Nell’intervallo lo obbligano a cambiare il suo classico pullover grigio, ma lui, dopo un po’ di sorpresa continua a fermare gli attacchi degli azzurri. I tedeschi batteranno per la prima volta l’Italia 2-1 e i quotidiani della Penisola scriveranno “Dio stava in porta”. I match della Nazionale non sono gli unici che permettono a Heiner di farsi conoscere al di fuori della Repubblica di Weimar. Il Norimberga infatti gira l’Europa, invitato dai migliori club del Continente. E più di una volta i viaggi si trasformano in avventure. A Santander, in Spagna, contro il Racing un gruppo di donne si sono piazzate dietro la porta per irritarlo con della sabbia, lui, gentiluomo, risponde solo con delle minacce scherzose, mentre a Parigi, nel 1927, i tifosi del Racing Club de Paris sono così entusiasti del gioco dei tedeschi che a fine partita, dopo essere stati battuti, li festeggiano portandoli a spalla.

Una carriera luminosa impreziosita a 32 anni dalla convocazione alle Olimpiadi di Amsterdam, la prima a cui la Germania partecipa dopo la Grande Guerra. Dopo un agevole successo contro la Svizzera il tabellone li oppone ai campioni uscenti dell’Uruguay. Stulfauth quel match rischia di non giocarlo, perché non si trova il suo equipaggiamento. Salta fuori all’ultimo ma Heiner non può fare nulla contro Nasazzi e compagni che seppelliscono la Germania sotto il peso di quattro reti (a una). La parabola del portiere, che nel 1928 insieme ad altri giocatori tedeschi è apparso nel film “Gli undici diavoli”, termina nel 1933. Già allena i Würzburger Kickers, ma non si è ancora ritirato. L’ultimo match con il Norimberga è un’amichevole casalinga con il fortissimo Sparta Praga. Heiner, che negli anni è diventato testimonial pubblicitario di diversi prodotti, è solo uno spettatore, ma i suoi tifosi lo salutano così calorosamente, che lui va negli spogliatoi, convince Köhl, il suo successore, a cedergli il posto. L’undici della Franconia e Stuhlfauth vincono per l’ultima volta insieme. Il portiere, che nel 1932 era stato accusato di aver scritto (o suggerito) un articolo al giornale antisemita Der Stürmer contro il tecnico magiaro ed ebreo Jenő Konrad, rimane vicino al mondo del calcio, tanto da accompagnare nel 1953 la squadra in una tournéé negli Stati Uniti. Dalla fine della seconda guerra mondiale, dopo che il suo locale il Sebaldusklause, dove erano stati di casa Dixie Dean, uno dei più prolifici attaccanti inglesi di tutti i tempi e Walther Bensemann, il fondatore della rivista Kicker, erano stato danneggiato dal conflitto Stuhlfauth lavora come istruttore calcistico. Tra le sue scoperte un “certo” Max Morlock, uno dei protagonisti del “Miracolo di Berna”. A lui è dedicato lo stadio di Norimberga. Dove la tribuna che ospita i tifosi di casa è dedicata, primo caso nella storia del calcio tedesco, a Heinrich Stuhlfauth, l’uomo che tra i pali sembrava Dio.

Rudi Noack, l’uomo del derby

Dodici derby di Amburgo. Con almeno un gol per ogni match. Rudolf Noack, non è l’uomo che ha realizzato più reti della partita che fa vibrare la metropoli sulle sponde del Mare del Nord ma di sicuro uno di quelli che ha lasciato il segno con più continuità. Classe 1913, cresciuto ad Harburg, ora quartiere della periferia sud di Amburgo, “Rudi”, che è figlio di un operaio della Phoenix, fabbrica che produce manufatti in gomma, da bambino ha una sola grande passione: il pallone. “Giocare a calcio per lui – dirà anni dopo sua sorella Martha – è più importante di mangiare o bere”. E poi il ragazzo ha talento e lo mostra sia nelle giovanili del piccolo Hertha Harburg e poi nella prima squadra del più importante SV Harburg. Ci tiene talmente tanto che si racconta che il giorno della sua Cresima sia scappato prima della fine della celebrazione per correre a una partita importante dei suoi compagni.

Le sue qualità le nota l’Amburgo, che a 18 anni lo mette sotto contratto. Il suo compito è arduo, perché i dirigenti lo vogliono per sostituire la leggenda Otto Harder, l’uomo che ha segnato più reti della storia del derby di Amburgo, più anche del mitico Uwe Seeler. Noack non deluderà né le alte sfere dei Rothosen, né i tifosi, che numerosi accorrono a vedere le giocate di Noack al vecchio Rothenbaum. Sì, perché il ragazzo, oltre a segnare valanghe di gol (233 in 193 match ufficiali), è una delizia per chi ama il Gioco. Calcia con entrambi i piedi, nonostante sia un mancino naturale, preferisce partire da sinistra, ma non disdegna di venire indietro a fare il regista.

Assist, reti e colpi che impressionano anche Otto Nerz, il ct della Nazionale. Il selezionatore lo chiama prima per un’amichevole nel gennaio del ’34 con l’Ungheria, poi lo porta in Italia per il Mondiale. I tedeschi vanno discretamente bene (terzi davanti al Wunderteam austriaco) e Noack, primo giocatore dell’Amburgo a disputare una fase finale di una Coppa del Mondo, segna pure il gol del pareggio nella semifinale persa con la Cecoslovacchia. Dopo quel match Rudi, che lavora nella stessa fabbrica del padre giocherà alla Phoenix, ne giocherà solamente un altro con la maglia della Nazionale, a Zurigo nel 1937, con la Svizzera, chiudendo la carriera in Nazionale a soli 24 anni. E non solo per ragioni tecniche. Sì, perché se Noack è così estroso e particolare in campo, non lo è da meno fuori dal terreno di gioco. Ama navigare e come molti marinai dell’epoca ha un tatuaggio. Sulla parte alta del braccio infatti campeggia la figura di una donna, che lui, non curante delle rimostranze della dirigenza dell’Amburgo, mostra quando gioca con le maniche alzate, un comportamento considerato poco consono. In più Rudi è tutt’altro che un sostenitore del regime nazionalsocialista, al contrario del suo predecessore Harder. Per i suoi comportamenti si prende anche un anno di squalifica dal NSRL, la massima organizzazione sportiva del Terzo Reich.

Poi c’è la guerra. Noack, che dal 1937, è soldato della riserva, viene mandato a Vienna, dove come altri suoi colleghi, può continuare a giocare a calcio come Gastspieler, ospite. Con il First Vienna FC Rudi, già più volte campione regionale con l’Amburgo, vince nel 1943 la Tschammepokal, la “antenata” dell’attuale Coppa di Germania, a cui partecipano le squadre dei territori occupati, Austria compresa. L’attaccante è decisivo nella finale, dove sigla una doppietta nel 4-3 contro la LSV Hamburg, formazione anseatica legata alla Luftwaffe, l’aeronautica del Terzo Reich. Accanto a lui Richard Dörfel, suo vecchio compagno al HSV. Quel torneo, di cui Noack sarà anche capocannoniere insieme a Karl Decker, futuro ct della Nazionale austriaca, sarà l’ultimo capitolo della storia sportiva del calciatore di Harburg, idolo tra gli altri di un giovane Ernst Happel. L’ex fuoriclasse che deliziava Rothenbaum viene catturato dai sovietici e spedito in campo di prigionia vicino a Orsk, nella Russia europea orientale. Non tornerà mai più, morendo presumibilmente nel giugno 1947 in Urss. Per i suoi oltre 300 gol l’Amburgo l’ha inserito nella sua Hall of Fame.

Uwe Seeler e un pomeriggio a Belfast

Lunedì sera al Windsor Park di Belfast alla Germania di Joachim Löw, reduce dalla sconfitta casalinga con l’Olanda, servirà una vittoria contro l’Irlanda del Nord per continuare al meglio il suo percorso verso Euro 2020. Lì nel capoluogo dell’Ulster la Nationalmannschaft ha già scritto una volta un pezzo importante della sua storia. Ottobre 1960, a nemmeno due anni dall’ultimo mondiale in Svezia, la Germania allora dell’Ovest inizia il suo cammino verso la rassegna iridata di Cile ’62. La formazione, arrivata quarta nel ’58, è inserita in uno degli otto gironi da tre squadre, che insieme a due mini-raggruppamenti da due, costituiscono le qualificazioni della zona UEFA. Chi vince la poule, vola in Sudamerica.

L’urna accoppia i tedeschi alla modesta Grecia e all’Irlanda del Nord. Che al contrario degli ellenici è tutt’altro che una squadra di sprovveduti. Nel ’58 hanno partecipato al loro primo Mondiale e sono zeppi di calciatori della First Division inglese. Billy Bingham, il centrocampista del Luton Town e prima del Sunderland che da allenatore guiderà quella Nazionale a Spagna ’82, Danny Blanchflower, il regista dell’ultimo Tottenham campione d’Inghilterra e Peter McParland che a Malmö, quando Germania Ovest e Irlanda del Nord si erano incontrati alla Coppa del Mondo aveva segnato due gol, facendo ammattire la difesa tedesca. In porta c’è Jack McClelland, numero uno dell’Arsenal e sostituto per l’occasione di Harry Gregg, l’uomo che difende i pali del Manchester United e che nel ’58, lo stesso anno in cui era stato per distacco il miglior portiere del Mondiale impressionando pure Uwe Seeler (nella sua biografia gli ha dedicato un capitolo), era sopravvissuto comportandosi da eroe al disastro di Monaco in cui erano scomparsi molti dei suoi compagni ai Red Devils. È questo lo scheletro della squadra che il 26 ottobre ’60 attende la Germania Ovest a Windsor Park, insieme a 40mila spettatori. I tedeschi, guidati in panchina dal vice-allenatore Helmut Schön e in tribuna dal “capo” Sepp Herberger, vanno in campo con una formazione coraggiosa. C’è un debuttante, Günter Herrmann, centrocampista del Karlsruhe, tre calciatori alla seconda presenza, tra cui il 35enne Richard Kreß e uno, lo stopper del Colonia Leo Wilden, alla terza.

L’undici messo in campo, dove spicca un giovanissimo Karl-Heinz Schnellinger, sembra un azzardo ma funziona. Al 6′ i tedeschi sono avanti 1-0 grazie a un bel tiro dal limite dell’area di Albert Brülls, anche se i nordirlandesi pareggiano al 21′ con la rete su indecisione della difesa ospite di Billy McAdams, attaccante del Bolton, famoso per la sua precisione in zona gol ma anche per le sue protesi dentarie che rimuoveva per giocare. McAdams raddoppia di testa poco all’intervallo, ma tra il 53′ e il ’54 gli uomini di Herberger la ribaltano. Con una rete di Seeler in mischia e una di Charly Dörfel, il “gemello” di Uwe all’Amburgo bravissimo a trasformare al volo un cross dalla destra. Lo stesso giocatore del HSV farà anche il 4-2 che metterà al sicuro in risultato, anche se i padroni di casa segneranno ancora con il “solito” McAdams, in più che sospetta posizione di fuorigioco allo scadere.

La Germania Ovest ha vinto, come farà al ritorno in un Olympiastadion di Berlino stracolmo e in tutte le partite del girone. Il successo di Seeler e compagni è storico, non solo per il calcio tedesco. Nessuna Nazionale continentale aveva mai battuto l’Irlanda del Nord sul suo terreno. Un trionfo, che oltre a esaltare i media della BRD (“Sono gettate le basi per una nuova squadra” scriverà Sport-Magazin), colpisce anche gli sconfitti, che a fine partita chiedono agli avversari le loro maglie. A Seeler l’Irlanda rimarrà nel cuore. A quella del Nord segnerà altre due reti, una proprio a Windsor Park alla vigilia del Mondiale ’66, nell’Eire invece, ormai ritirato, giocherà nel 1978 con la maglia del Cork Celtic, l’unica partita disputata senza la casacca dell’Amburgo o della Nationalmannschaft.

Brasiliani di Friburgo

Se dovesse debuttare contro Olanda e Irlanda del Nord Luca Waldschmidt, capocannoniere dell’ultimo Europeo U21, diventerebbe l’ottavo giocatore della storia del Friburgo a vestire la maglia della Nazionale maggiore. Il primo, il difensore e all’occorrenza mediano, Jens Todt, è stato uno dei protagonisti di una delle più belle favole della storia recente della Bundesliga. Estate 1991, i rossoneri militano in seconda divisione e il presidente del Friburgo Achim Stocker ingaggia un tecnico di 43 anni. Si chiama Volker Finke ed è un tipo decisamente particolare. Dopo tre anni di servizio nella Bundeswehr, da cui si è congedato con il grado come tenente di un reggimento di artiglieria, Finke ha giocato nelle serie inferiori nel nord della Germania, sua zona di origine, prima di iniziare ad allenare. Ha condotto prima il TSV Stelingen a cinque promozioni consecutive e poi il TSV Havelse alla prima storica salita in 2.Bundesliga. Da questo club, dopo una stagione al Norderstedt, è arrivato a due passi dal confine con la Francia. I rossonerobianchi guidati dal presidente Stocker, che è al timone dal 1972 e che durante il suo mandato ha fatto di tutto, compreso preparare i panini per il buffet delle conferenze stampa, non hanno particolare ambizioni di classifica. “Non dovete mica venire promossi” sintetizza il numero del Friburgo.

Finke però costruisce un piccolo miracolo. Dopo un terzo posto nella stagione di debutto il club del sud della Germania raggiunge la prima storica promozione in Bundesliga. Lo fa con una squadra senza stelle, con alcuni dei suoi fedelissimi ad Havelse come Jens Todt e il portiere Stefan Beneking e un paio di acquisti a bassissimo costo, come l’albanese Altin Rraklli, il primo della storia della massima divisione tedesca, autore di 16 gol nell’anno della promozione. Per acquistarlo il Friburgo ha pagato il suo club, gli albanesi del Besa Kavajë, con un furgone Volkswagen pieno di materiale tecnico. A colpire tutti però non sono gli interpreti ma il gioco del Friburgo, che dopo la promozione ha prelevato dal Homburg il difensore Rodolfo Cardoso. Gli uomini di Finke giocano un calcio offensivo fatto di pressing, fitte reti di passaggi e rapidissimi ribaltamenti di fronte, tanto che nella loro cavalcata in 2.Bundesliga hanno segnato 102 gol in 46 partite.

E nella massima serie le idee di gioco dell’ex ufficiale della Bundeswehr non cambiano, tanto che impressionano anche Lothar Matthäus, che nella prima di campionato della stagione 1993/1994 affronta con il suo Bayern il Friburgo all’Olympiastadion, con 20mila tifosi venuti dalla Foresta Nera. La settimana dopo il debutto assoluto è la volta dell’esordio in casa. Allo Schwarzwald- Stadion, pieno come un uovo, con un nuovo impianto di illuminazione e delle tribune provvisorie supplementari, arriva il Wattenscheid. Tra i 15mila spettatori presenti, più qualcuno arrampicato sugli alberi, non c’è però il presidente Stocker, che a causa della sua salute precaria segue la partita da casa con il televideo. Un peccato perché sarà un trionfo. 4-1 alla fine, con un tiro di lontano di Rrakili ad aprire le danze.

Quella vittoria è l’inizio di una vera e propria “febbre” per quello spicchio di Germania. Dai circa 2000 spettatori che la squadra raccoglieva in precedenza, la media si alza nettamente. Studenti della locale università, ma anche tanti abitanti della zona, innamorati del modo di giocare del Friburgo, ma anche di quello che la neopromossa rappresenta: una squadra “contro”, a partire da Finke, che si presenta con l’orecchino, qualcosa di impensabile per il calcio tedesco dell’epoca o da alcuni giocatori che vivono come normali cittadini, usando la bici o andando in un semplice bar. Sul campo ci sono luci, come le vittorie casalinghe contro le big Borussia Dortmund e Bayern Monaco ma anche qualche ombra, soprattutto nella seconda parte della stagione, tanto che a tre giornate dal termine l’undici di Finke è in sedicesima posizione, dunque se il campionato finisse, sarebbe retrocesso. Qui il Friburgo compie un capolavoro: tre vittorie su tre, 4-0 nel derby con lo Stoccarda, 1-0 nello scontro diretto con il VfB Leipzig e 2-0 contro il già salvo Duisburg. Il club del sud della Germania è salvo.

È il preludio però a una stagione, quella 1994-1995 che da quelle parti se la ricordano ancora. La formazione, rafforzata dall’arrivo del futuro calciatore della Fiorentina Jörg Heinrich, è la rivelazione del torneo. È nata la leggenda dei Breisgau-Brasilianer, come ancora oggi sono chiamati i giocatori del club. In un campionato equilibratissimo, con le prime sei squadre raccolte in altrettanti punti, la squadra, che peraltro non ha nessun brasiliano nella rosa, raggiunge un impensabile terzo posto, a tre lunghezze dal Borussia Dortmund campione. Un percorso fatto di gol, divertimento e di una giornata memorabile. È il 23 agosto 1994, quando il Friburgo schianta in casa il Bayern Monaco di Giovanni Trapattoni. Dopo diciotto minuti i bavaresi sono sotto per 3-0 per le reti di Martin Spanring, Ralf Kohl e Rodolfo Cardoso e al 90′ le reti saranno cinque (a uno) per la formazione di Finke. I giocatori del Bayern sono furiosi, il tecnico dei vincitori chiosa “Ci sono delle vittorie – dice a fine partita – che ti mostrano ancora di più quanto valga la pena lavorare a Friburgo”.

Nel sud della Germania, ai margini della Foresta Nera, l’allenatore ci rimane per altri tredici anni, fino al 2007. Sedici stagioni, nessun tecnico ha mai guidato così a lungo lo stesso club di Bundesliga. Quasi due decenni con qualche delusione, come le retrocessioni in 2.Bundesliga, tante soddisfazioni e un successo, che non sta negli albi d’oro ma che è la base della filosofia attuale del Friburgo. Nel 2001, il presidente Achim Stocker, su impulso proprio di Fink, apre al Möslestadion, la casa dei tradizionali rivali del Freiburger FC, la Freiburger Fußballschule. Per ammodernarla e sistemarla il club ci mette 20 milioni di marchi, a cui si aggiungono i finanziamenti dell’amministrazione cittadina e delle istituzioni calcistiche locali. Da quella struttura, presa poi a modello da molte società di Bundesliga, usciranno tanti giocatori, tra cui Olivier Baumann e Matthias Ginter, che giocheranno nel Friburgo ma non solo. Molti di loro saranno guidati per un periodo più o meno lungo da un ex centrocampista del club, che dal 1988 al 1990 era stato compagno di squadra di Rodolfo Cardoso al Homburg. Si chiama Christian Streich ed è dal 2012 tecnico della prima squadra. È stato lui tra il 2013 e il 2017 a riportare per ben due volte in Europa il Friburgo, valorizzando i giovani usciti dal vivaio. Due traguardi che il presidente Stocker, stroncato da un infarto nel 2009 non ha potuto godersi. Li ha visti eccome invece Volker Finke, che dopo aver guidato brevemente il Colonia e per due anni il Camerun, nel 2019 è stato premiato con un riconoscimento alla carriera dalla Federazione tedesca. Anche per la sua pazienza nel costruire un piccolo miracolo, non curandosi troppo del tempo.