Rangnick-Groß, un filo tra Lipsia e Sinsheim

Hanno entrambe uno sponsor facoltoso alle spalle, SAP e RedBull e hanno debuttato in Bundesliga tutte e due meno di quindici anni fa. Hoffenheim e Rasenball Lipsia, che si incontrano nel prossimo turno del massimo campionato tedesco, hanno però anche un altro punto in comune. Dietro alla loro ascesa c’è la stessa “strana coppia”, quella formata da Helmut Groß e Ralf Ragnick. I due hanno iniziato a frequentarsi regolarmente nel 1986, quando il primo, classe 1946, è un tecnico con molta esperienza nelle serie minori, mentre il secondo, di dodici anni più giovane, è l’allenatore della formazione riserve degli Schwaben.

All’epoca Groß, di professione ingegnere delle costruzioni, ramo ponti, era già un piccolo mito del calcio del Wurttenberg, la regione del sud della Germania da dove provengono lui e Rangnick. Dopo gli inizi al Faurndau, condotto a giocare la prima Coppa di Germania della sua storia la sua reputazione Groß l’aveva costruita con il SC Geislingen, club che aveva iniziato a guidare nel 1981 e con il Kirchheim. Promozioni a ripetizione e soprattutto un modo di giocare che da quelle parti non aveva mai visto nessuno. Prendendo spunto da tecnici come Gyula Lorant, Pal Csernai e soprattutto Ernst Happel, l’ingegnere propone un modello di calcio, basato sulla difesa a zona schierata con quattro giocatori in linea, sul pressing, sul recupero palla e su veloci contrattacchi. “Con la difesa a zona – dichiarerà nel 2009 a Spox.com – si può essere più economici, perché i giocatori possono risparmiare energie, visto che non devono correre senza senso dietro a un avversario (..) Io ero dell’opinione che le energie risparmiate bisognasse utilizzarle per mettere gli avversari in costante pressione. Ci aveva provato Ernst Happel con la Nazionale olandese ma per me non era abbastanza”. Stava nascendo la ballorientierte Raumdeckung, quello che oggi viene comunemente chiamato Gegenpressing. Una filosofia di gioco, che consentì al VfL Kirchheim di Groß nel 1986 di pareggiare 1-1 in amichevole con la Dinamo Kiev di Lobanovski, uno di quelli che a innovazione calcistica era secondo a pochi.

Se Groß a metà Anni Ottanta è già una piccola celebrità locale, Rangnick è un 28enne con una storia un po’ particolare. Discreto calciatore dilettante, studi magistrali all’Università di Stoccarda, con un anno in Inghilterra nel Sussex, occasione per migliorare la lingua ma anche le sue conoscenze sul football andando regolarmente a vedere gli incontri dell’allora First Division (giocherà pure con i dilettanti del Southwick Fc), nel 1984, mentre è il player-manager del Backnang, la squadra della sua città natale, risulta il migliore al corso d’allenatore della Deutsche Sporthochschule Köln, la massima scuola di sport del Paese. Nello stesso anno incontra, come era successo a Groß la Dinamo Kiev del Colonnello che in quella parte della Germania Ovest svolge i suoi ritiri invernali. “Ero in campo – ricorda Rangnick in un’intervista a Reviersport.de – ero perplesso. Ho contato i giocatori. Eravamo undici noi e undici loro. Tuttavia giocavano un pressing così inteso e usavano così bene l’ampiezza del campo, da avere l’impressione che fossero almeno due in più sul terreno di gioco”. Quando i due si incontrano nel 1986, Rangnick, che è inserito anche all’interno dello staff tecnico dell’associazione calcio del Württemberg, è entusiasta della proposta di calcio di Groß, tanto da avere l’idea di insegnare questa filosofia di gioco ai nuovi tecnici. Bisogna convincere gli allenatori della bontà di questa proposta di calcio e mostrare a loro, anche in maniera concreta, come trasmetterla. Dato che non esistono materiali didattici Rangnick e Groß li inventano, elaborando anche programmi di formazione. Senza tralasciare il perfezionamento delle idee della ballorientierte Raumdeckung. A influenzare la sua evoluzione l’arrivo sulla scena del calcio mondiale del Milan di Arrigo Sacchi. Per studiarlo Groß si fa arrivare un costosissimo, per l’epoca, videoregistratore e insieme a Rangnick passano nottate a vivisezionare ogni azione del 4-4-2 dei rossoneri.

Nel 1990, mentre Ralf nei dilettanti del Korb sta mettendo in pratica la nuova filosofia di gioco, Groß lo richiama allo Stoccarda dove dal 1989 è il coordinatore del settore giovanile. Gli affida la Jugend-A, l’equivalente della nostra Primavera. In quattro anni loro due, insieme ai loro collaboratori, introducono la ballorientierte Raumdeckung nel settore giovanile degli Schwaben. Chi ci lavorerà, anche negli anni seguenti, come Jürgen Klopp, Thomas Tuchel o il futuro ct della Nazionale U21 Rainer Adrion, lo assorbirà e lo diffonderà. Groß e Rangnick prenderanno strade diverse, per poi incontrarsi di nuovo poco lontano, all’Hoffenheim. È il 2006 e stavolta quello “famoso” è Rangnick, che con il suo Ulm, in 2.Bundesliga, si è costruita, anche grazie ad alcune apparizioni televisive la fama del “guru” della tattica. Ralf, che durante le vacanze in Alto Adige a inizio Anni Novanta aveva studiato anche Zdeněk Zeman vuole il suo vecchio mentore, come scout, anche se in realtà è molto di più. In cinque anni porteranno la squadra del sud della Germania in Bundesliga, ma soprattutto ne cambieranno il volto. Hanno carta bianca,

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Rangnick chiede, Dietmar Hopp, il milionario patron del club lo accontenta. Più che giocatori, vuole collaboratori che possano seguire il suo disegno tecnico e organizzativo, come Bernhard Peters, ex allenatore di hockey come head of performance o Hans Dieter Hermann, come psicologo, già parte della spedizione di Klinsmann, l’altro grande innovatore del calcio tedesco, a Germania 2006. Il club si dota di strutture top, dal centro d’allenamento a un importante comparto per l’analisi video, parte fondamentale per sviluppare la filosofia di gioco di Rangnick e Groß. Che come capita dai tempi di Stoccarda non si ferma mai, ma cambia seguendo le evoluzioni del calcio europeo e mondiale. Nel 2012, dopo la fine del rapporto con l’Hoffenheim e una breve parentesi con lo Schalke portato in semifinale di Champions League, Rangnick riceve una nuova chiamata, è quella dell’emergente Rasenball Leipzig. Gli si chiede di fare come con l’Hoffenheim qualche anno prima, anche se Rangnick non siede più in panchina ma dietro una scrivania. A fianco, con un ruolo da consigliere, vuole sempre il suo vecchio mentore Groß. Uno che avrebbe potuto stare per conoscenze in Bundesliga, ma che per sua stessa ammissione ama “stare dietro le quinte”. In sette anni il club è andato, con Rangnick per due stagioni in panchina, dalla quarta serie agli ottavi di Champions League. Dall’estate 2019 Helmut Groß si gode la pensione, mentre Rangnick è passato a fare altro, sempre nella galassia RB. Le loro idee però rimangono, basti pensare, a tutti i tecnici che hanno formato: dal già citato Klopp fino a Markus Gisdol, che quel mondo di intendere il Gioco, l’aveva imparato prima da giovane calciatore al Geislingen e poi allo Stoccarda e all’Hoffenheim.

Arminia ’78, il sogno di Bielefeld

A Bielefeld ormai sognano. Ma a occhi aperti. L’Arminia, dopo un sorprendente avvio di campionato, è in vetta alla 2.Bundesliga insieme all’Amburgo e sperano nel ritorno in massima serie. Di promozioni il club del Nordrhein-Westfalen ne ha ottenute sette l’ultima nel 2004. Ce n’è una però che è rimasta nel cuore dei tifosi dell’undici che gioca alla SchücoArena, il vecchio Alm-Stadion. È la promozione del 1978, ottenuta vincendo il girone nord della 2.Bundesliga, davanti al Rot-Weiss Essen di un eccezionale Horst Hrubesch (41 gol). Una risalita, conquistata con un grande girone di ritorno e sigillata dalle parate di Uli Stein, dalle chiusure della coppia di centrali Moors-Pohl e soprattutto dalle 16 reti del centrocampista Norbert Eilenfeldt, che è soprattutto la fine di un incubo.

Un brutto sogno cominciato nel 1971. Al termine della prima stagione in Bundesliga della sua storia l’Arminia viene coinvolto nel più grande scandalo della storia del calcio tedesco. Secondo quanto provato dagli investigatori il club del Nordrhein-Westfalen avrebbe comprato alcune partite, come la vittoria per 1-0 contro lo Schalke 04. La sentenza di primo grado è severissima. L’undici di Bielefeld viene retrocesso d’ufficio in Regionalliga, all’epoca la seconda serie. Gli Arminen però hanno anche altre difficoltà, quelle economiche. Sono sull’orlo della bancarotta e riescono a salvarsi solo grazie a due cessioni “di peso”, come quella di Dieter Burdenski e di Gerd Roggensack, alle aziende locali e agli stessi tifosi, che si sono messi le mani in tasca per non far fallire il loro club. Da quella salvezza miracolosa l’Arminia ricomincia prima qualificandosi per la neonata 2.Bundesliga e poi costruendo una squadra di livello, guidata dal 1976 dal poco più che quarantenne Karl-Heinz Feldkamp. Il 1977 sembra l’anno buono per la promozione in Bundesliga. A metà campionato l’Arminia è davanti a tutti, ma nel girone di ritorno l’undici di Feldkamp viene sorpassato dal St.Pauli. Per guadagnarsi il pass per la massima serie serve uno spareggio, l’avversaria il Monaco 1860. L’andata è un trionfo. 4-0 per l’Arminia e champagne già in fresco. Ma al ritorno succede l’incredibile. I bavaresi di Jimmy Hartwig ripetono lo stesso risultato, a loro favore. Non ci sono supplementari né rigori, ma uno spareggio in campo neutro a Francoforte. Il risultato è una doccia fredda per gli Arminen. 2-0 per il Monaco 1860 e promozione sfumata.

È uno shock tremendo e la squadra, privata dal talentuosissimo Ewald Lienen andato al Borussia Mönchengladbach, ne risente anche nel nuovo campionato. La vera svolta arriva in primavera, l’Arminia vince otto partite su nove, staccando in anticipo il biglietto per la Bundesliga. Sarà l’inizio del miglior periodo della storia del club, impreziosito nel 1979, sotto la guida di Otto Rehhagel da un 4-0 in casa del Bayern Monaco e nel 1984 da un ottavo posto, miglior risultato in massima serie. Lì dove l’Arminia spera di ritornare nel 2019, magari non passando per gli spareggi.

“L’umiliazione di Tirana”, la Corea dei tedeschi

Da quando esistono Mondiali ed Europei la Nazionale tedesca, entrata proprio sabato nelle 24 squadre della prossima massima rassegna continentale, ha mancato solo una volta l’appuntamento con la qualificazione. È il 17 dicembre 1967 e la Germania, allora dell’Ovest, vice campionessa del mondo solo un anno prima in Inghilterra, si sta giocando per la prima volta il pass per Euro ’68. I tedeschi di Helmut Schön sono inseriti nel gruppo 4, l’unico degli otto a essere composta da tre squadre. Alla Germania sono toccate la temibile Jugoslavia e l’Albania. A 90 minuti dal termine del raggruppamento i Plavi, che non devono più giocare, sono in testa con sei punti (+5 di differenza reti), seguiti dai tedeschi dell’Ovest con quattro (+7 di differenza reti) e infine ci sono le Aquile, a quota zero. In altre parole nell’ultimo match a Tirana alla Germania basta vincere contro i padroni di casa per staccare il biglietto per i quarti di finale che se superati danno accesso poi alla fase finale vera e propria. Media e addetti ai lavori sono fiduciosi, anche perché all’andata otto mesi prima al Rote Erde di Dortmund è finita 6-0 per i vicecampioni del mondo. “In Albania potrebbero andare il Norimberga e l’Eintracht Braunschweig, senza che possa succedere nulla”, dichiara alla vigilia del match Max Merkel, allenatore campione di Germania con il Monaco 1860 e in quel momento sulla panchina proprio del Nürnberg. I tedeschi volano nel Paese delle Aquile senza diversi uomini chiave, come Franz Beckenbauer, Uwe Seeler e Gerd Müller, che non essendo in buone condizioni hanno preferito non partecipare alla trasferta, che Willi Schulz definirà anni dopo “un viaggio sulla Luna”. “Non c’erano carne e pane, ma solo uova, provenienti da un’azienda nazionalizzata” preciserà il difensore.

Nonostante le assenze però la squadra che il ct Schön può schierare è assolutamente di livello. Oltre a Schulz, ci sono altri quattro superstiti della finale di Wembley ’66, la regia è affidata alla coppia Netzer-Overath, in più c’è Peter Meyer che debutta nella Nationalmannschaft. Sul prato dello stadio Qemal Stafa, colmo di 30mila spettatori, l’undici di Schön affronta una squadra con due esordienti, il portiere Koço Dinella e Frederik Gjinali e una stella Panajot Pano, colonna del Partizan Tirana e attaccante di classe sopraffina. In panchina Loro Boriçi, leggenda del calcio albanese e per due stagioni, a inizio anni Quaranta, calciatore della Lazio. I tedeschi pensano che sia poco più che una scampagnata. Ma tutto è più difficile del previsto. Buttano alle ortiche il primo tempo, complice anche la difficile coesistenza tra Overath e Netzer, nel secondo premono davanti alla porta di Dinella. Che però rimane inviolata, con i giocatori della Nationalmannschaft sempre più nervosi. “Ci rendevamo conto che avessimo continuato a giocare – racconterà anni dopo il difensore Bernd Patzke, che nel 1970 sarà in campo nella partita del secolo contro l’Italia – non avremmo segnato”. Lo 0-0, l’unico risultato utile dell’Albania contro la Nazionale tedesca, manda ai quarti la Jugoslavia (poi finalista perdente con gli azzurri a Roma) ed elimina la Germania Ovest.

Per gli albanesi è trionfo, tanto che al fischio finale i protagonisti sono portati a spalla dalla folla. Per i tedeschi, insultati anche dal personale dall’aereo che li riporta a casa, è un fiasco, che molti tifosi vedono in ritardo di almeno 24 ore, visto che del match non è stata trasmessa la diretta ma solo un’ampia sintesi. “Un giorno nero per il calcio tedesco” titola Kicker, “Sport” di una “delusione gigantesca”. Più di qualcuno, come la “Bild” chiede la testa del ct Schön (“è andato tutto storto” dichiara a fine partita il commissario tecnico), caldeggiando l’ingaggio di Max Merkel. Per fortuna i vertici della DFB non lo ascoltano. Perché cinque anni dopo nel 1972, l’Europeo i tedeschi lo vinceranno e sette anni dopo Overath e Netzer, due dei grandi “imputati per quella sconfitta, alzeranno la Coppa del Mondo. Anche se la stella del ‘Gladbach ha ricordato che “la vergogna di Tirana” lo e li perseguiterà per tutta la vita.

Hermann Gerland, la tigre di Monaco

Hermann ha molta esperienza. Conosce la squadra, le dinamiche e il Bayern. Per questo ho voluto che collaborasse con me”. Così il 4 novembre scorso Hansi Flick neoallenatore ad interim del Bayern Monaco ha annunciato l’”ingaggio” di Hermann Gerland come suo assistente. Per “Tiger” la Tigre, come tutti lo conoscono, si tratta dell’ennesima tappa di una carriera che è iniziata lontano dalla Baviera, a Bochum nella Ruhr, la città dove Hermann è nato nel 1954. Orfano di padre a dieci anni, a 18 debutta in Bundesliga proprio con il club locale. Con la maglia degli “Unabsteigbaren” disputerà tra il 1972 e il 1984 più di 200 partite, prima da attaccante e poi da difensore.

Al Bochum, dove sotto Heinz Höher aveva giocato con la zona mista, una rarità all’epoca nel calcio tedesco, comincia anche la sua esperienza da tecnico, come assistente, prima di esordire in panchina da primo allenatore a Norimberga nel 1988. Due anni dopo la chiamata del Bayern, per seguire la formazione U19 e la squadra riserve, dove avrà alle sue dipendenze due futuri nazionali come Samuel Kuffour e Dietmar Hamann. A caldeggiarlo Jupp Heynckes, con cui aveva duellato in campo. Gerland però si presenta al primo incontro in bermuda e ciabatte. L’allora presidente Fritz Scherer guarda Jupp e gli dice “Ma chi mi hai presentato?”. “Professore, lo guardi con calma. È uno super” la risposta del tecnico. In Baviera rimarrà cinque anni, prima di tornare al Norimberga in 2.Bundesliga, riportare il TeBe Berlin tra i professionisti, retrocedere con l’Arminia Bielefeld e non lasciare il segno con l’Ulm.

Poi nel 2001 una seconda chiamata da Säbener Strasse. È la svolta per il 47enne e per il club bavarese. Nei successivi 18 anni ricoprirà diversi incarichi, tecnico della formazione riserve, più volte vice-allenatore, responsabile del settore giovanile, posizione occupata dal 2017 insieme a Jochen Sauer. Quello che però fa meglio di tutti la “Tigre” è coltivare il talento. E sono tanti quelli che sono cresciuti grazie ai suoi consigli e al suo lavoro quotidiano. A partire da Philipp Lahm, il futuro capitano del Bayern e della Germania campione del mondo. Hermann lo conosce a 17 anni e fin dal match d’esordio in Regionalliga Süd con il Burghausen ne intuisce le potenzialità. All’esordio è perfetto, a detta di Gerland è un 17enne che gioca come un trentenne. In più ha intelligenza e l’atteggiamento giusto. Non esce più dalla formazione titolare. Il tecnico va da Uli Hoeneß e gli dice senza giri di parole. “Devi rinnovare il contratto al piccolino e poi mandarlo in prestito”. Il dirigente lo ascolta, ma ci vuole qualche tempo per trovargli una squadra per fargli fare esperienza. Hans Meyer allenatore del Borussia Mönchengladbach non è convinto, addirittura un manager di Bundesliga chiede a Gerland i soldi del viaggio speso per andarlo a vedere. Il primo a credere a Gerland è Felix Magath, all’epoca allo Stoccarda. “Dove può giocare?” domanda a Hermann. “In tutti i ruoli, difensore destro o sinistro, centrocampista centrale, ala destra”. L’ex calciatore dell’Amburgo lo prende in prestito per due anni. Quando ritorna è già il miglior esterno tedesco.

E poi c’è Thomas Müller, cresciuto da lui e dal suo quasi omonimo Gerd. Il ragazzo, che segna a ripetizione in tutte le partite ufficiali e in allenamento, nel 2009, a 20 anni, è a un passo dall’Hoffenheim. Lo vuole Ralf Rangnick insieme a Holger Badstuber, altro allievo di Gerland. A opporsi ancora la Tigre. “Uli lui ti segna i gol!” dice a Hoeneß per convincerlo. Le due società non trovano l’accordo economico e il “Raumdeuter”, che imita perfettamente il suo mentore delle giovanili, rimane in Baviera per scrivere la storia del club. Insieme a Schweinsteiger, Alaba, Badstuber. Tutti diversi ma con un tratto in comune, condiviso anche con Mats Hummels, avversario e poi compagno di tante battaglie. Essere stati “allevati” come calciatori e uomini da Hermann Gerland, l’uomo che al Bayern coltiva il talento e che ora metterà la sua esperienza al servizio di Hansi Flick.

Berlino ’89, l’appuntamento (saltato) di Axel Kruse

Undici novembre 1989, Olympiastadion di Berlino. Per il campionato di 2.Bundesliga, la seconda serie dell’allora Germania Ovest, è in calendario Hertha Berlino contro Wattenscheid. È una sfida di vertice (seconda contro prima) ma è soprattutto il primo match che viene giocato nella “Città dell’Orso” dopo la Caduta del Muro di Berlino di neanche 48 ore prima. È un incontro particolare per tanti, per i tifosi (grazie alla dirigenza dell’Hertha e ad alcuni sponsor i fan della DDR, per la prima volta liberi di viaggiare a Ovest, possono entrare gratis), per la città e per i membri delle squadre in campo. Per due, entrambi dell’Hertha Berlino, la partita ha un significato davvero speciale. Il primo è Horst Wolter, il team manager della Alte Dame. Il dirigente è nato a Berlino, è cresciuto nella parte orientale della città ed è scappato con la sua famiglia all’Ovest poco più che bambino per diventare il portiere dell’Eintracht Braunschweig e della stessa Hertha, riuscendo a giocare pure 90′ in un Mondiale, nella finale per il terzo e quarto posto di Messico ’70. Il secondo è Axel Kruse, ha 22 anni e di professione fa l’attaccante. Il big match con il Wattenscheid lui non può giocare. La punta infatti è squalificato dalla FIFA, perché come Wolter è fuggito dalla Germania Est. Kruse, cresciuto nelle giovanili dell’Hansa Rostock, ha lasciato illegalmente la Repubblica Democratica Tedesca solo qualche mese prima. Era l’8 luglio 1989 e il club anseatico giocava un incontro di Coppa Intertoto, non ancora riconosciuta dalla UEFA, a Copenaghen in Danimarca. Kruse, era un “osservato speciale” da parte degli organi di sicurezza dal 1986. Quell’anno dopo un torneo con la Nazionale giovanile alcuni agenti della Stasi l’aveva convocato, ma per un interrogatorio. Lo accusavano di progettare una fuga a Ovest. Per quel sospetto le autorità sportive della DDR gli negheranno sistematicamente il permesso di viaggiare nei Paesi non socialisti, che sia per il Mondiale U20 in Cile del 1987 o per un’amichevole a Gelsenkirchen tra Hansa e Schalke.

Nell’estate 1989 però Kruse ha davvero pianificato la fuga. Ha già preso accordi con un conoscente di Berlino Ovest. Qualche giorno prima gli ha inviato una cartolina. È un messaggio di auguri, ma soprattutto il segnale convenuto per dare l’avvio al piano, di cui sono a conoscenza solo un amico berlinese, sua sorella e l’Hertha Berlino. Il complice guida fino ad Amburgo e da lì in Danimarca. Axel, che con i suoi compagni alloggia all’Hotel Gentofte, deve solo trovare il momento giusto per agire. Ha paura, si immagina che se qualcosa andasse storto finirebbe in cella a Bautzen, forse il peggior carcere della DDR. Kruse con due suoi compagni lascia l’albergo e si addentra nel parco circostante: la scusa è fumarsi, come fanno sempre una sigaretta. “Andate, che io arrivo subito” dice ai suoi colleghi, ma quando sparisce dalla loro vista, salta su un taxi, all’angolo. Lì siede il complice del giocatore, che l’ha seguito nella sua passeggiata al parco. Guida, quando si fermano a un distributore di benzina, il 22enne butta via quello che ha in tasca, compresi gli ultimi marchi della DDR. Passano il confine, poi ad Amburgo. Già la sera a Est sanno della fuga. Kruse un giorno dopo va a Berlino Ovest, attraversando buona parte del territorio della Repubblica Democratica Tedesca. Un rischio potenzialmente enorme ma lui vuole giocare per l’Hertha, è questo il suo desiderio.

Ci riuscirà solo all’inizio del 1990, dopo che i berlinesi e l’Hansa Rostock nel dicembre 1989 si sono incontrati e messi d’accordo per pagare la “clausola rescissoria” per l’attaccante. La “Vecchia Signora” sborsa ai dirigenti dell’Hansa 300mila marchi occidentali, con cui gli anseatici costruiranno la squadra che nel 1991 guadagnerà la qualificazione alla prima Bundesliga della Germania riunificata. Kruse, nel massimo campionato tedesco, ci giocherà con alterne fortune fino al 1998, quando dovrà smettere a causa di un infortunio, conseguenza di uno scontro con Jens Lehmann. Dopo essersi ritirato gioca a football americano nel ruolo di kicker, prima di diventare un produttore, lui che ha una vita che potrebbe sembrare un film.

Coppa di Germania, la finale “dimenticata” del Borussia Neunkirchen

Dal 1935, anno della nascita della Tschammerpokal, ideale mamma dell’attuale DFB-Pokal, cinque squadre con il nome Borussia hanno partecipato alla Coppa di Germania. Solo una però, oltre al ‘Gladbach e al Dortmund che si sfidano mercoledì sera nel secondo turno, è arrivata fino all’ultimo atto. È il Borussia Neunkirchen, squadra della Saarland, regione al confine con la Francia. I bianconeri, che oggi militano in sesta serie, nel 1959 si sono arrampicati infatti fino alla finale.

Era un altro Fussball,, di fatto e di diritto ancora giocato da dilettanti e un’altra DFB-Pokal. Quell’edizione si giocò solo tra cinque squadre, con un turno di qualificazione, due semifinali e una finale, tutti disputati tra agosto e il 27 dicembre, data dell’ultimo atto in programma all’Auestadion di Kassel, sede scelta solo una settimana prima dalla Federazione, visto che le due finaliste non avevano trovato l’accordo. Il Borussia, che solo qualche mese prima aveva perso in uno spareggio contro il Werder Brema la possibilità di partecipare alla fase finale del campionato tedesco, a giocarsi il trofeo ci è arrivato battendo il VfR Mannheim 2-1 all’Ellenfeldstadion. Decisivi nella rimonta erano stati Ewald Follmann, attaccante con un breve passato al Metz, in Francia e Karl Ringel, che un anno prima aveva esordito in Nazionale contro l’Egitto, dopo essere stato una colonna della selezione della Saarland.

A contendere la competizione al Neunkirchen, che può contare anche su un ottimo portiere, il cecoslovacco trapiantato in Germania Ladislav Jirasek, un più che discreto centrocampista come Dieter Harig e un bomber come Werner Emser, lo Schwarz-Weiß Essen. Gli uomini di Hans Wendlandt, pur disputando la seconda divisione hanno nelle loro fila un Nazionale come Theo Klöckner e hanno eliminato in semifinale il molto più quotato Amburgo in una partita epica, con il difensore Mozin finito tra i pali, indossando la giacca dell’arbitro, dopo l’infortunio del portiere. Un match sulla carta equilibrato, a cui accorrono circa 20mila tifosi, non una folla oceanica (migliaia di biglietti rimarranno invenduti), ma nemmeno un numero così esiguo, soprattutto per quanto riguarda i sostenitori della squadra della Saarland.”All’Ellenfeldstadion non avevo mai visto così tanti tifosi del Borussia” dichiarerà Karl Ringel, che come i suoi compagni giocherà con una divisa scura, visto che gli avversari con cui condividevano i colori sociali “optano” per il bianco.

L’equivalenza tra le due squadre in campo a Kassel è però più teorica che pratica. Nonostante gli attacchi del Borussia, respinti dal portiere Hermann Merchel e un gol annullato dall’arbitro Schulenberg, a passare in vantaggio è l’undici di Essen con Manfred Rummel, già eroe pochi mesi prima della vittoriosa finale di Westdeutschenpokal con il Wetsfalia Herne. Quel gol è il via a una vittoria larga, che lo Schwarz-Weiß già vede sicura all’intervallo, quando come ricorda l’allora 18enne centrocampista offensivo Horst Trimhold qualcuno festeggiava con il vino.. Nel secondo tempo la formazione di Essen dilaga. Quattro reti tra il 50′ e l’80’, complice l’infortunio di Gerd Lauck, che costringe l’allenatore del Borussia Oles a indietreggiare a stopper Frisch, con Emser, il miglior realizzatore costretto a giocare più in copertura. Solo per le statistiche varranno il gol di Emser su rigore e quello di Dörrenbächer.

Alla fine festeggia lo Schwarz-Weiß. Ma non troppo. Dato che essendo dei dilettanti tutti i calciatori il giorno dopo devono andare al lavoro. All’1.25 il treno che riporta i vincitori a casa, 200 marchi come premio partita, entra nella stagione di Essen, con Trimhold, che vive ancora con i genitori che deve correre a casa. Alle 7.15 del lunedì deve timbrare il cartellino come operaio alla Axel Springer editore. Lo Schwarz-Weiß non vincerà più nulla e non giocherà mai un match di Bundesliga. Al contrario il Borussia Neunkirchen che nella massima serie ci arriverà nel 1964, dopo aver sfiorato la promozione l’anno prima. Lo farà con una rosa formata praticamente solo da giocatori locali, riuscendo anche a salvarsi. Poi, dal 1967, anno dell’ultima stagione in Bundesliga sarà una lunga discesa, nonostante a Neunkirchen siano cresciuti e si siano rivelati ottimi calciatori, come Stefan Kuntz, attuale ct dell’Under21 e Jay-Joy Okocha. Nel 2018 il punto più basso la Saarlandliga, la sesta divisione. Nessun club che abbia militato in Bundesliga è sprofondato così in basso. Quello che rimane è il ricordo di una squadra, che per alcuni anni è stata una “piccola” tra le grandi del calcio tedesco.

Il giorno in cui Helmut Haller battè il Bayern

Tre vittorie in più di sessant’anni. Tante ne ha collezionate l’Augsburg contro il Bayern Monaco, suo avversario nel derby bavarese dell’ultimo turno di Bundesliga. E se il successo più recente, datato maggio 2015, porta la firma di Raúl Bobadilla, il primo è griffato da uno che del FCA è forse il giocatore più forte di sempre. Si chiama Helmut Haller e nell’agosto 1961 è un’ala di grandi speranze, sa dribblare, sa tirare, sa segnare. Ha 22 anni e milita nel BC Augsburg, la “mamma” dell’attuale club, formazione che disputa la Oberliga Süd, uno dei tornei su base regionale su cui è articolato il massimo campionato tedesco. E la prima giornata della stagione 1961/1962 oppone i biancorossi al Bayern. Si gioca al Rosenaustadion, lo stadio che attualmente ospita i match della seconda squadra del FCA. Gli spalti, come spesso accadeva in quegli anni, sono tutti esauriti. Tra chi osserva il debutto stagione dell’Augsburg sulle tribune c’è pure un signore italiano di quasi settant’anni, che partendo da Reggio Emilia ha fatto fortuna nel campo tessile. È avarissimo, capace di sottile ironia e ha una passione: il calcio. Dal 1934 è il presidente del Bologna Football Club, si chiama Renato Dall’Ara. È in Baviera da qualche giorno e con sé ha portato 300mila marchi. Sono parte dei 750mila che servono per acquistare proprio quell’esterno offensivo rapido e creativo. La firma sul contratto c’è già, è del giorno precedente al match, ma Helmut non andrà subito in Italia, disputerà un’ultima stagione in Germania. “Vogliamo capire se e come può adattarsi al nostro gioco” spiega il dirigente emiliano. Più che altro Dall’Ara e i suoi collaboratori vogliono vedere se quel giocatore sia così forte, come crede Fulvio Bernardini, tecnico del Bologna e uomo che ha spinto per averlo.

Dopo i 90 minuti del Rosenaustadion i dubbi per il presidente rossoblù saranno pochi. Perché dopo un primo tempo soporifero, anche a causa del caldo superiore ai trenta gradi, Haller sale in cattedra, complice le poche (e confuse) idee del Bayern. Il 22enne segna due reti e l’Augsburg vince 3-1. Una doppietta meravigliosa, che fa esultare Dall’Ara. “Quello che fatto vedere dopo l’intervallo è interessante” afferma nel dopo partita. E ancora “Abbiamo bisogno di un giocatore di questo tipo. I due gol sono stati belli, ma quello che ha impressionato è che un calciatore intelligente”. Un’investitura, quella del presidente del Bologna, che sarà seguita sempre da grande stima. Haller, che con il trasferimento in Serie A diventerà un professionista a tutti gli effetti a differenza dei suoi colleghi tedeschi, ripagherà la fiducia e l’amore dei tifosi. In 180 presenze segnerà 48 gol, di cui sette nella stagione 1963-1964, quella dell’ultimo scudetto del Bologna. In più sarà insieme a Pascutti fine uomo assist per Harald Nielsen, il danese, altro calciatore di cui Dall’Ara si era perdutamente innamorato.

Haller tornerà accolto come un eroe ad Augsburg solo a fine carriera e in 2.Bundesliga dopo aver vinto anche con la Juventus e aver giocato tre Mondiali, di cui uno, quello del 1966, da protagonista, con sei gol, di cui uno in finale. Proprio nell’antica Augusta, dove esiste una piazza a lui dedicata, nell’estate 2019 si sono incontrati in un’amichevole precampionato il FCA e il Bologna, i due grandi amori calcistici del giocatore. Helmut non l’ha potuta vedere, dato che è morto nel 2012, ma le due squadre gli hanno reso omaggio. Scendendo in campo con il suo nome sulla maglia. Che in Emilia e in Baviera non lascia nessuno indifferente.